Bosnia Erzegovina: il teatro come spazio di resistenza
In occasione del trentaquattresimo anniversario della fondazione del Teatro di guerra di Sarajevo (SARTR), celebrato con la prima del documentario “Ay Carmela – Made in BiH”, l’attrice Selma Alispahić parla della lotta contro il fascismo, dell’ingerenza della politica nei teatri e dell’etica artistica

poltrone teatro
© branchesaroundme/Shutterstock
Quando, il 17 maggio 1992, all’inizio dell’assedio, venne fondato il Teatro di guerra di Sarajevo (SARTR – Sarajevski ratni teatar) fu un atto di resistenza, uno spazio di dignità umana e la prova che l’arte poteva sopravvivere anche quando il mondo intorno stava crollando. A distanza di oltre trent’anni, il SARTR rimane uno dei luoghi più importanti della memoria teatrale in Bosnia Erzegovina.
Uno dei volti più riconoscibili di SARTR è l’attrice Selma Alispahić, che, insieme al collega Dragan Jovičić, scomparso nel 2020, ha segnato la vita teatrale della Bosnia Erzegovina e dell’intera area post-jugoslava con lo spettacolo “Ay Carmela” del drammaturgo spagnolo José Sanchis Sinisterra. Nei ventuno anni in cui è stato portato in scena, lo spettacolo ha girato l’Europa, diventando un simbolo di resistenza artistica, di messaggio antifascista e di una straordinaria dedizione al teatro.

Selma Alispahić: “La politica non si deve occupare di teatro, e il teatro non deve mai smettere di occuparsi di politica” (Foto: Almin Zrno)
Il documentario “Ay Carmela – Made in BiH”, realizzato da Selma Alispahić, è una toccante testimonianza di un’epoca, di un sodalizio e dell’etica artistica. Abbiamo incontrato l’attrice per parlare del teatro come spazio etico, della responsabilità degli artisti nell’era dell’indifferenza e dell’idea che il teatro, nonostante tutto, può cambiare le persone.
Il Teatro di guerra di Sarajevo (SARTR) nacque all’inizio dell’assedio di Sarajevo, come atto di resistenza, come una risposta civile alle uccisioni e alla distruzione della città e dell’intero paese. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, cosa significa per lei il fatto che il SARTR sia sopravvissuto alla guerra, alle transizioni e agli sconvolgimenti sociali? Ritiene che conservi ancora l’idea del teatro come spazio etico?
Il SARTR è stato ed è ancora l’esempio più luminoso di ciò che ogni teatro dovrebbe essere. Uno spazio di libertà, una lotta per la dignità umana e artistica, un luogo dove si pongono domande difficili senza timore e si offrono opportunità di risposta, uno spazio che vive senza giudizi né pregiudizi e che, con le migliori intenzioni, interroga la natura umana in tutte le sue virtù e debolezze.
Fondato nel periodo più difficile della storia della Bosnia Erzegovina, il SARTR non ha mai rinunciato alla sua missione e al suo ruolo. Negli ultimi trent’anni, abbiamo attraversato diverse fasi, abbracciando idee e concetti artistici differenti, ma siamo sempre rimasti una bussola etica per la società in cui viviamo. Non possiamo vantarci di uno stato ordinato e di una prospettiva rosea, perché persistono correnti che instillano paura e insicurezza nelle persone. Per questo esiste il SARTR, come rifugio dove possiamo ritrovare i veri valori e ricordarci che l’arte è importante, è un toccasana.
Lo spettacolo “Ay Carmela” è diventato più di una semplice opera teatrale. È il simbolo di un’epoca, di una collaborazione e di un’etica artistica. Realizzando il documentario “Ay Carmela – Made in BiH”, lei ha avuto la sensazione di documentare anche la storia di un approccio all’arte che sta scomparendo?
Sono assolutamente d’accordo sul fatto che l’approccio all’arte mostrato nel film – un approccio che abbiamo coltivato per ventuno anni con lo spettacolo “Ay Carmela” – stia lentamente scomparendo. Abbiamo portato in scena lo spettacolo in ventisei città della Bosnia Erzegovina e in quaranta città europee, compresa l’area post-jugoslava.
Siamo stati i primi ad attraversare il confine tra est e ovest del nostro paese e i primi a ricostruire i ponti culturali spezzati tra i paesi ex jugoslavi. Questo dimostra, tra l’altro, che per noi il teatro era una missione: era importante trasmettere il messaggio antifascista proprio per incoraggiare le persone a imparare qualcosa sull’amore, la tolleranza e la comprensione, affinché la guerra non si ripeta mai più.
Temo che oggi viviamo in un mondo in cui prevalgono l’arte istantanea e i valori istantanei, senza una reale consapevolezza del bene collettivo e della solidarietà che l’arte dovrebbe promuovere. Molte persone mi hanno salutata dopo la proiezione del documentario con le lacrime agli occhi proprio per la consapevolezza che quella dimostrata nel film è un’epoca irripetibile.
“Ay Carmela” parla di un sodalizio artistico unico e di uno spettacolo che si vede una volta ogni cento anni, come ha detto uno degli interlocutori nel film. Sono consapevole di questi fatti ed è per questo che ho voluto realizzare un film che rimanesse come testimonianza e lezione per le generazioni future.
La prima del film si è tenuta lo scorso 9 maggio, giorno della vittoria sul fascismo, in chiusura del 31esimo Festival Modul Memorije – MESS. In un momento in cui i discorsi d’odio, il revisionismo storico e l’indifferenza di fronte alla violenza vengono nuovamente normalizzati in tutta Europa, in quale misura l’arte può essere uno spazio di resistenza e un monito?
Penso che non abbiamo scelta se vogliamo sopravvivere. Dobbiamo parlare ancora e ancora di come conquistare la libertà. Credo molto nel gesto individuale, nella consapevolezza che ognuno di noi è forte e importante, che possiamo cambiare l’epoca in cui viviamo con piccoli passi.
Quindi, come individui, possiamo diventare una massa in grado di cambiare la realtà. Quando si osservano gli orrori che accadono nel mondo, si ha l’impressione che si tratti di una follia collettiva. Ma sia nel bene che nel male ci sono sempre persone, individui che decidono di aprirsi al bene o al male.
Ecco perché sono contraria a qualsiasi idea di colpa collettiva, perché in quel collettivo ogni individuo decide a cosa partecipare. Il teatro è importante perché se una persona tra il pubblico comprende il messaggio antifascista, quella persona lo trasmetterà ad un’altra, che poi lo racconterà ad un’altra ancora, così pian piano si formerà un gruppo e poi una massa di persone che si battono contro il fascismo.
In un’intervista, lei ha affermato che gli artisti di oggi hanno una minore consapevolezza del bene collettivo rispetto alle generazioni che hanno creato durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo. Ritiene che il teatro contemporaneo abbia perso quel senso di responsabilità sociale che aveva caratterizzato il SARTR negli anni Novanta? Come può essere recuperata questa responsabilità?
Io mi batto fino alla fine, finché c’è anche il più piccolo barlume di speranza. Non è facile fare teatro oggi, tra l’altro perché la politica si è infiltrata nell’arte e nel teatro come mai prima. E questo è disastroso per il teatro. La politica non si deve occupare di teatro, ma il teatro non deve mai smettere di occuparsi di politica. Il teatro ha il compito di occuparsi di politica, che plasma i nostri destini e le nostre vite.
Credo che la responsabilità sociale di cui lei parla sia sempre stata coltivata da singoli individui nel mondo del teatro. Ci sono sempre state persone coraggiose, consapevoli del bene collettivo. Tuttavia, i social e i media, che danno risalto a cose irrilevanti, creano un’atmosfera in cui non è facile promuovere il bene sociale. I media non si preoccupano dei contenuti, ciò che conta sono i clic che portano denaro, e il denaro domina lo spirito se una persona non è abbastanza forte da resistere.

Locandina per il film “Ay Carmela – Made in BiH”: una testimonianza emozionante di un’epoca (design: Sanja Kulenović, MESS)
Stiamo diventando vittime della peggiore forma di schiavitù spirituale capitalista, e lo spirito schiavizzato non è capace di creare beni collettivi. Credo ancora nel potere dello spirito individuale, sono sempre stati gli individui ad innescare rivoluzioni. Spero quindi che in futuro ci saranno altre rivoluzioni.
Parlando di Dragan Jovičić, lei sottolinea spesso come, anche nei giorni più difficili dell’assedio di Sarajevo, il suo collega sia rimasto un uomo e un artista nel pieno senso della parola. Dopo la morte di Dragan nel 2020, in quale misura questa eredità – caratterizzata da dignità, amicizia e una profonda fede nel teatro – ha continuato a guidarla, aiutandola a mantenere salda la sua fiducia nel potere dell’arte di cambiare le persone?
La mia grande fortuna è stata quella di aver avuto, nel corso della mia lunga carriera, l’onore e l’opportunità di recitare con Dragan Jovičić e con molti altri grandi attori. Da loro ho imparato quanto sia importante essere e rimanere se stessi, indipendenti, irremovibili nei propri principi e valori, cosa che spesso non è facile, ma alla fine è la cosa giusta da fare. Dragan ed io credevamo nella bellezza e nella forza del teatro e il pubblico lo riconosceva, ovunque ci esibissimo. Ora che lui non c’è più, io continuo sulla stessa strada.
Lottando per la dignità della professione, per l’umanità, per la fiducia nel teatro come spazio di libertà, per ogni singola persona. È una grande responsabilità e un privilegio poter lottare e capire che questa lotta, dopo tutto, ha ancora un significato.
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