Borisav Stanković, tra realismo e modernismo

In occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita di Borisav Stanković (1876-1927), uno sguardo alla vita e all’opera del grande romanziere, narratore e drammaturgo, pioniere dell’erotismo nella letteratura serba

07/09/2026, Božidar Stanišić
Borisav Stanković

Borisav Stanković

Borisav Stanković

Dopo la notizia sull’anno dedicato a Kosovel in Slovenia, in questo 2026 caratterizzato da una cupa incertezza a livello globale, è giunta un’altra buona notizia: l’anno di Bora Stanković in Serbia. (Internet è pieno di informazioni sull’argomento, scoprirete facilmente quante scuole portano il nome dello scrittore, in quali città gli sono stati dedicati monumenti e come funziona il premio che porta il suo nome).

Chi è lo scrittore che il critico letterario Jovan Skerlić, nonostante le obiezioni (alcune valide, altre meno), considerava la figura più originale della letteratura serba del Primo Novecento? Cosa rende coinvolgente lo stile narrativo di Bora, quell’intreccio di epoche e destini umani nella sua nativa Vranje, alla fine del XIX secolo? Come si è formata la concezione del mondo di questo narratore che, subito dopo la Prima guerra mondiale, fu considerato un traditore della patria?

Borisav, figlio di Stojan, un calzolaio di Vranje, e di Vaska, una donna proveniente da una ricca famiglia di mercanti, nacque nel 1876, quindi nel periodo in cui la liberazione della Serbia meridionale dall’Impero ottomano volgeva al termine. Aveva cinque anni quando perse il padre e sette quando morì sua madre. Perse anche un fratellino di due anni.

Fu cresciuto dalla nonna Zlata, originaria di una famiglia rispettabile ma impoverita di Vranje. Il ragazzo assorbì i suoi racconti sulla vecchia Vranje dell’epoca ottomana. Nella casa che Bora fu costretto a vendere dopo la morte della nonna nel 1896 (“l’ultima anima che mi era rimasta”) per poter terminare gli studi a Belgrado, dal 1967 ha sede un museo dedicato allo scrittore.

Dopo aver frequentato le scuole superiori a Vranje e Niš, Bora studiò economia a Belgrado. Mosse i suoi primi passi nel mondo letterario da poeta, senza successo. Attirò l’attenzione dei lettori solo con eccellenti opere narrative pubblicate nel 1897 in un volume dedicato ai giovani scrittori.

Ricoprì incarichi pubblici per tutta la vita, fatta eccezione per il periodo in cui lavorò nel Teatro nazionale di Belgrado, una specializzazione a Parigi e la collaborazione con il quotidiano Beogradske novine durante l’occupazione (1916-18). Con il dramma “Koštana” (1904), un’opera sulla vita a Vranje con canti, e il romanzo “Nečista krv” [Sangue impuro, 1910], si affermò nella letteratura serba di quel periodo, insieme a Ivo Ćipik, Petar Kočić e Milutin Uskoković. (Nelle antologie letterarie, gli autori citati sono classificati nella corrente che va dal realismo al modernismo). Nel 1902 pubblicò due raccolte di racconti: “Stari dani” [Vecchi tempi] e “Božji ljudi” [Il popolo di Dio].

Sangue impuro

La Matica Srpska rifiutò il romanzo di Bora e la Fondazione Kolarac non fornì alcun sostegno per la sua pubblicazione (analoga è la vicenda del romanzo “Una vita” di Italo Svevo, inizialmente rifiutato dagli editori). Bora mise il suo romanzo “in vendita” e gli abbonati risposero. L’opera, pubblicata nel 1910, è ancora oggi attuale.

Il ritratto psicologico della protagonista Sofka costituisce l’ossatura del romanzo, situato a Vranje, in un arco temporale narrativamente ben delineato, dove si svolge il dramma storico, economico e sociale del passaggio da un governo (turco) ad un altro (serbo). La storia di Sofka evolve spontaneamente e logicamente: in termini di stile e significato, è la prima opera in prosa complessa che tratta di una donna come essere altro da sé nella letteratura serba, ma anche in altre letterature slave meridionali. E non solo di una donna che cerca di resistere in un mondo dominato dagli uomini, ma anche del suo eros.

Il cambio di governo ebbe ripercussioni sulla famiglia patrizia di Sofka, incluso suo padre effendi Mita. Sofka e sua madre si ritrovarono sole a gestire la casa e quel che era rimasto dell’azienda, affinché altri non si accorgessero della loro rovina. Per salvare la sua reputazione, la casa e i beni, effendi Mita decise di vendere letteralmente Sofka, dandola in moglie, contro la sua volontà, al figlio minorenne di un parvenu.

Quindi, ad un ragazzino, ma in realtà, secondo una consuetudine non scritta, al padre dello sposo. Sofka cercò di opporsi alla volontà di suo padre. In fondo al testo troverete un frammento tratto dal romanzo, la scena dopo la quale Sofka accetta la decisione del padre.

Sofka, un alter ego di Bora

Il tema del sangue impuro era in qualche modo prefigurato da “Uvela ruža” [Rosa appassita, 1899], un racconto sull’occasione mancata dall’autore di sposare la ragazza Pasa. Nella storia lei si chiama Stana (in altre appare con il suo vero nome, fatto che in seguito fece infuriare la vera Pasa), e lui Kojo. È un racconto ben scritto dove l’atmosfera neoromantica e i colori locali fanno da cornice ad un dramma amoroso giovanile.

Stanković compì una vera e propria svolta narrativa verso l’erotismo con il dramma “Koštana” (di cui parleremo in un’altra occasione) e il racconto “Nuška”, un’esplosione poetica di eros, danza, canto e musica. Si narra che nella sua prima giovinezza Bora fosse innamorato della sua giovane zia Nuša. Forse questo spiega il motivo dell’incesto in “Sangue impuro”.

Bora non ammise mai pubblicamente: “Sofka, sono io”, a differenza di Gustav Flaubert e della sua celebre frase: “Madame Bovary sono io”. Tuttavia, la maschera, seppur realizzata con successo, dopo aver confrontato i dettagli biografici e romanzeschi, si rivela inefficace.

Nella produzione letteraria di Stanković compare un secondo alter ego dello scrittore: il padrone Mladen, protagonista dell’omonimo romanzo incompiuto, che Stanković apre con la frase: “Per tutta la vita, sempre, ha fatto solo ciò che un uomo dovrebbe fare”. A Vranje, dove si formarono la concezione del mondo e i sentimenti di Stanković, che poi portò con sé a Belgrado con tutta la fragilità della sua anima, si sapeva chi apparteneva alla “stirpe di potenti” e quale era il loro dovere in una società patriarcale.

“Sangue impuro” in altre arti

Una vivida conferma della struttura drammatica di questo romanzo di Stanković è data dalle sue trasposizioni teatrali, dagli adattamenti cinematografici e, più di recente, dalle versioni di danza e balletto. Una delle produzioni teatrali più recenti è quella del Teatro Nazionale di Belgrado (2019) nell’adattamento di Maja Todorović e con la regia di Milan Nešković. Lidija Pilipenko si è ispirata al romanzo nel 2008 mettendo in scena un balletto nello stesso teatro.

Uno spettacolo di danza, coreografato da Miloš Isailović ed eseguito dalla compagnia di danza Bitef di Belgrado, sarà presentato questo autunno a Sarajevo. Notizie interessanti giungono anche dalla Germania: l’anno scorso, ad Hale, ha debuttato il balletto “Sangue impuro”, coreografato da Bojana Nenadović Otrin.

Non ero presente, quindi mi limito a riportare la notizia che conferma l’attualità del romanzo di Stanković. Una versione cinematografica di questo romanzo (1996), diretta da Stojan Stojčić (con Maja Stojanović, Rade Šerbedžija, Meto Jovanovski e Ljuba Tadić nei ruoli principali), è disponibile in streaming gratuito. Non ho visto la serie televisiva (2021), composta da dieci episodi, ma c’è un link per chi fosse interessato.

Mentre inserisco pazientemente questi link nel testo, mi vanto con mia moglie: “Finalmente, anch’io faccio qualcosa di veramente utile”. Lei risponde: “Ottimo, non è mai troppo tardi!”.

Traduzioni del romanzo in italiano

La prima edizione italiana del romanzo “Sangue impuro” uscì molto tempo fa, nella traduzione dello slavista Umberto Urbani (1888-1967). Quasi cento anni ci separano dalla prima (1928) e dalla seconda (1930) edizione italiana di questo classico serbo, con una prefazione a firma di Silvio Benco. Fu la prima traduzione del romanzo di Stanković in Europa.

Seguirono traduzioni in francese: a Parigi (1949) e due a Losanna (Éditions L’âge d’homme 1980, 1990). Lo stesso editore pubblicò anche il romanzo “Il padrone Mladen” (2000) e la raccolta di racconti “Il popolo di Dio” (2002). Ho cercato informazioni su Urbani nell’enciclopedia online Treccani. Sorprendentemente, nemmeno una parola. Una traduzione più recente di questo romanzo è disponibile in un’edizione digitale (Faligi Editore, Quart, 2011) a cura di Chiara de Bernardi.

Vita sotto occupazione

Riprendiamo il racconto di vita di Bora. Leggendo le informazioni biografiche su Bora durante la Prima guerra mondiale, potremmo essere portati a pensare: “Questa storia meriterebbe un film”. Dopo tutte le vicissitudini durante la ritirata dell’esercito serbo verso l’Albania nel 1915, Bora finì in Montenegro, dove venne catturato. Finì nel campo austriaco per serbi di Derventa (durante il socialismo, il tema dei campi di concentramento era marginale, persino tabù).

Appresa la notizia, Konstantin Hörmann (1850-1921), che ricopriva un’alta carica a Belgrado sotto l’occupazione austro-ungarica, rilasciò a Bora un lasciapassare per permettergli di giungere a Belgrado. Era importante per il bavarese croatizzato, a lungo direttore del Museo Nazionale di Sarajevo e fondatore della rivista letteraria Nada, che occasionalmente pubblicava racconti di Stanković, dare una mano al più grande scrittore serbo dell’epoca.

Al suo arrivo a Belgrado, non riconobbe la moglie Angelina e le tre figlie nella loro casa nel quartiere di Dorćol: erano sfigurate dalla fame. Ricevette quindi una proposta di collaborazione da Milan Ogrizović (1877-1923), scrittore croato, all’epoca caporedattore del quotidiano Beogradske novine (Belgrader Nachrichten).

Bora fu costretto a prendere una decisione difficile: tra un profondo senso dell’onore (era uno scrittore serbo, il cirillico era proibito, la città era occupata) e la necessità di salvare la sua famiglia dalla fame, scelse la seconda strada. Il compenso: 150 corone per articoli sulla realtà di Belgrado dell’epoca.

Fu particolarmente colpito dalla morte del grande narratore Petar Kočić (1877-1916). Morì dimenticato da tutti, come l’ultimo povero, a Guberevac, in un ospedale psichiatrico, come testimonia un suo testo intitolato “Beogradske šetnje” [Passeggiate belgradesi].

Pubblicati in seguito nella raccolta “Pod okupacijom” [Sotto occupazione], questi resoconti di guerra suscitarono forti reazioni pubbliche. Bora scrisse di ciò che aveva visto, ovvero dei profittatori di guerra e degli adulatori del governo austriaco. Per il quotidiano pubblicato dalle autorità austro-ungariche scrivevano anche altri intellettuali serbi, come Isidora Sekulić, ma solo Bora divenne vittima di una campagna mediatica aggressiva lanciata dai principali giornali belgradesi.

In seguito, fu criticato anche il ministro (ci sono sempre state persone ragionevoli) che emanò il decreto che permise a Stanković di ricoprire incarichi pubblici. Lo scrittore Vule Žurić ha scritto un interessante racconto sulla vita di Bora in quel periodo. Consiglio anche il film “Bora pod okupacijom [Bora sotto occupazione, 2007], diretto da Miško Milojević e basato sulla sceneggiatura di Jovan Radulović. La visione è gratuita.

Bora Stanković, traditore! Un traditore così spregevole che, prima di lasciare questo mondo, dove ha sofferto più di quanto abbia gioito, ha scoperto di non essere nemmeno menzionato nell’Enciclopedia nazionale serbo-croato-slovena in più volumi (1925-1929) di Stanoje Stanojević, un volume ormai caduto nell’oblio.

Dopo la Prima guerra mondiale scrisse raramente. Preferiva stare da solo, con del vino o del brandy (anche questa abitudine dello scrittore non sfuggì alla čaršija). Abbandonò la vita sociale, frequentando solo gli scrittori Stanislav Vinaver e Miloš Crnjanski. A volte, si dice, anche Ivo Andrić.

La casa di Bora a Dorćol ormai da tempo non c’è più. Danneggiata dai bombardamenti tedeschi, fu rasa al suolo nel 1944 dalle operazioni alleate. Anche la vite che aveva portato da Vranje, all’ombra della quale amava sedersi, è scomparsa. Fu sepolto senza particolari onori a Belgrado, città che non aveva mai vissuto come veramente sua.

La casa di Borisav Stanković a Vranje (CC 4.0 wikimedia)

La casa di Borisav Stanković a Vranje (CC 4.0 wikimedia)

Due immagini, per concludere

Appresa la notizia dell’anniversario dedicato a Bora, sono ritornato con la mente ai tempi del liceo nella mia città natale e mi sono ritrovato in una classe dove la professoressa Dragica Krivošija (Ub, 1931- Visoko, 1986) parlava di Bora. La sua materia principale era il francese, ma insegnava latino alla mia classe, oltre al serbo-croato ai bambini di terza elementare.

Era una di quelle professoresse che sapevano moltissimo e condividevano generosamente la loro conoscenza della materia. Ho imparato tantissime cose da lei durante i miei primi incontri con i grandi scrittori francesi (Zola, Flaubert, Stendhal, Baudelaire). Quando si parlava di Bora, le sue lezioni e le domande che ci poneva evocavano immagini vivide della Vranje di Bora e del destino di Sofka, sottolineando l’importanza dell’espressione narrativa dello scrittore.

Un’altra immagine: la libreria della nostra casa di famiglia, e, tra i libri, due volumi delle Opere scelte di Bora Stanković. Le pagine erano fatte di una carta finissima e sottilissima. Ricordai quell’edizione quando, in Italia, tenni per la prima volta tra le mani un’edizione di un libro della collana Meridiani di Mondadori. Le pagine, più sottili della cartina di una sigaretta, frusciavano come un tempo. Sussurrano, pensai. Su cosa? Beh, non dovete sapere proprio tutto.

Un frammento tratto da “Sangue impuro” (1928, traduzione di Umberto Urbani)

Sofia non lo aveva visto ancora così furente. Con infinito terrore sentì che lei, il suo matrimonio, il suo dolore, il suo tormento, tutto era dimenticato. Egli era adesso qui, con il suo dolore e con la sua nera fatalità.

Efendi-Mita camminava su e giù. Gli mancava il respiro. Si sentiva lo scoppiettio delle sue dita; la sua testa affilata, vecchia, avvizzita e rasa, tremava. Messosi in moto, non poteva fermarsi. Sofia sentì che non era finito e non era stato il peggio quanto egli aveva detto e quanto era avvenuto fra loro: poiché non si poteva calmare, doveva capitare qualche cosa di più terribile ancora. Al lume di quelle candele che già ardevano storte, gli tremavano i fianchi, le reni e i ginocchi, e le cosce lo tradivano oscillando. Sentendo egli stesso che fra loro due doveva scatenarsi di peggio, stringendo la testa fra le mani, gemeva: Oh, oh!

E come se volesse quietarsi, si fermò, tentò di sottrarsi, di sfuggire. Non gli fu possibile. Si volse rapidamente verso di lei, le si avvicinò, le prese la testa, sotto gli orecchi e i capelli, e tremando e levandosi sulle dita dei piedi e guardandosi intorno come per non farsi sentire nemmeno dalla notte, disse con voce sepolcrale: “Figlia, creatura, Sofia, mia piccola Sofia, non credi al babbo? Credi forse che il babbo mentisca, che il babbo abbia denaro e voglia maritarti per puro capriccio? Se così pensi, guarda il babbo!”

E dinanzi a lei sciolse la cintura e la sciarpa, Sofia vide terrorizzata che solamente gli orli, ondeggianti nel camminare, gli orli stretti della cintura e della sciarpa, erano rivestiti di nuova stoffa preziosa; tutto il resto di dentro e di fuori era vecchio e unto; mancavano persino brandelli di fodera e ne usciva la bambagia. Egli stesso, il suo corpo, il suo petto, ora scoperto, puzzava di sudore, di osteria, di biancheria con cambiata, non lavata, di grasso. Sofia chinò la testa e cadde quasi ai suoi piedi: “Oh, babbo, babbo!”

Uscì di corsa, non sapendo se lo avesse lasciato così discinto e sudicio o bocconi per terra. Fuggendo, scorse la madre che passò accanto e che andava da lui. Comprese che la madre aveva origliato alla porta e che forse adagiava il padre sul letto e lo spruzzava perché era stato colto da qualche malore.

Infatti, appena Sofia scese dalle scale e si avviò verso il portone, si sentì la voce spaventata della madre: “Acqua, Magda! Acqua, presto!”

Sofia uscì dal portone aperto e andò dalla zia. Non ardeva e non sentiva l’angoscia e il dolore; era oppressa e come pietrificata. Passò di corsa la fontana e il fanale che rischiarava torbidamente all’intorno. Dalla fontana l’acqua scrosciava con pesantezza. Tutto era quieto e soffocato dall’oscurità, non si sentiva nemmeno l’abbaiare dei cani né il rumore dei passi. Soltanto lassù, nella loro casa, nella stanza del padre, traballava la luce delle finestre. Ora si eclissava e ora risplendeva, segnando il passare dell’ombra della madre, che andava per la stanza e che forse adagiava il padre sul letto e lo spruzzava con l’acqua per farlo rinvenire.


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