Slovenia, la lunga stagione dei referendum

Quattro referendum, due vittorie per parte, ma il governo Janša ne esce più debole. In Slovenia la stagione delle consultazioni è appena cominciata e il 6 dicembre arriva la prova decisiva. Un commento

21/10/2026, Stefano Lusa
Autunno al lago di Bled © Natalia Deriabina / Shutterstock

Autunno al lago di Bled © Natalia Deriabina / Shutterstock

Autunno al lago di Bled © Natalia Deriabina / Shutterstock

In Slovenia tutto va sempre allo stesso modo. Il governo governa, l’opposizione fa i referendum.

Il gioco è semplice, destra e sinistra non si parlano, non sono in grado di concordare nemmeno di che colore è il cielo, proprio per questo il gioco è quello di affondare al più presto la nuova maggioranza. La stagione dei referendum comincia presto e di solito non finisce mai. Il primo atto è andato in scena domenica 11 ottobre e il governo ne è uscito meno forte di prima.

Un pareggio che sa di sconfitta

Formalmente è stato un pareggio: due referendum per l’opposizione e due per il governo. L’opposizione, o meglio i suoi uomini mascherati da società civile, aveva chiesto l’abrogazione della nuova legge sulle inchieste parlamentari. La normativa, secondo l’esecutivo, doveva rendere più efficace questo strumento, ma per l’opposizione l’intento del centrodestra era quello di istituire una vera e propria polizia politica che avrebbe potuto fare i conti con le voci critiche. Alla fine, la legge è stata abrogata con il 51,35% dei voti e con un’affluenza importante che ha sfiorato il 55%. Era il referendum più difficile, l’unico abrogativo per il quale bisognava raggiungere il quorum. Non basta avere la maggioranza, ma il numero dei cittadini contrari alla legge doveva essere superiore a 1/5 degli aventi diritto.

Il centrodestra non ha invitato i suoi elettori ad andare al mare, ma al contrario ha fatto di tutto per portarli alle urne. Proprio per questo ha indetto altri tre referendum consultivi, per i quali non c’è bisogno di quorum e il cui risultato non è nemmeno vincolante per nessuno. In pratica un comodo specchietto per le allodole, in grado di portare ai seggi gli elettori di centrodestra e anche di ammaliare una fetta del centrosinistra. Non a caso, infatti, ai cittadini è stato chiesto di esprimersi sul voto degli extracomunitari alle elezioni amministrative e sul fatto che gli aiuti sociali dovessero essere legati all’adempimento di lavori socialmente utili. Vittorie scontate, che dimostrano per l’ennesima volta che il paese quando sono in ballo temi etici ed etnici è molto più xenofobo e conservatore di quanto appare di primo acchito. Era accaduto anche in passato, quando erano in ballo i diritti della comunità LGBT+ o quando bisognava correre ai ripari per rimediare alla cancellazione dal registro dei residenti di oltre 26.000 persone provenienti dalle ex repubbliche jugoslave.

Il canone della discordia

L’ultimo quesito invece riguardava l’abolizione del canone per la RTV di Slovenia. Alla fine, l’hanno spuntata coloro che erano contrari, ma per un pugno di voti, ovvero con il 50,14%. Con il risultato ancora in bilico, dalla RTV hanno subito precisato che non esistevano i presupposti per cancellare il canone; a risultato acquisito, dal centrodestra hanno detto che non c’è nessun motivo per mantenerlo e che a pagarlo siano coloro che vogliono farlo. La questione è destinata a rimanere in agenda. La legge sulla RTV, infatti, cambia oramai con ogni governo e con ogni cambio di legge cambiano anche i vertici dell’azienda. Quella elaborata dal centrodestra è già in dibattito. L’RTV è un sistema complesso, un vero e proprio patrimonio culturale per la lingua e per la cultura slovena. La questione, però, è che quando la classe politica parla dell’azienda tutto comincia e finisce con il programma informativo di TV Slovenia. Espressione di libertà giornalistica per il centrosinistra, attivismo politico per il centrodestra.

Verso la madre di tutte le consultazioni

Intanto il paese si prepara a quella che molti considerano la madre di tutte le consultazioni. Il 6 dicembre i cittadini torneranno alle urne per il referendum abrogativo sulla legge d’intervento. Una norma corposa, che prevede tutta una serie di provvedimenti in campo economico, approvata dal parlamento nel periodo in cui si stava formando la nuova maggioranza. Sarà il banco di prova per il governo di Janez Janša. Se dovesse perdere anche questa volta, il suo potere sarà ancora di più intaccato, sarà il chiaro segnale che non ha l’appoggio dei cittadini. Tutte cose su cui si potrebbe tranquillamente soprassedere, ma la legge è il vero e proprio programma politico del centrodestra in campo economico. Una bocciatura vorrebbe dire che per un anno nessuna riforma sarà possibile. Lo scontro che si preannuncia sarà duro, durissimo.

L’ipotesi è che anche questa volta al referendum abrogativo del centrosinistra il centrodestra possa contrapporre altri tre referendum consultivi. Con una buona dose di populismo si potrebbe chiedere ai cittadini di esprimersi sulla riduzione dell’IVA su alimenti e combustibili, sulla razionalizzazione della pubblica amministrazione e sul divieto di usare il burka nei luoghi pubblici. Ancora una volta temi cari agli elettori di centrodestra in grado di ammaliare anche più di qualche elettore di centrosinistra. 

In Slovenia tutto gira sempre allo stesso modo. Il governo ed i suoi sostenitori chiederanno quattro sì, mentre l’opposizione chiederà convinta il no per il referendum abrogativo e consiglierà di votare no anche per gli altri tre quesiti. Alla fine, anche molti nel centrosinistra credono che il burka in Slovenia sia proprio da evitare. Qualche donna velata si vede, ma a nessuna di esse è mai venuto in mente di girare con il burka. Se quel quesito verrà posto, sarà un referendum che infiammerà gli animi e che raccoglierà consensi su una questione che non esiste.


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