Il “dividendo della normalizzazione” nei rapporti tra Serbia e Kosovo
Il rafforzamento della cooperazione “sposterà l’attenzione dalla gestione dell’incertezza persistente alla creazione di interessi economici condivisi e consolidati”, fino a gettare le basi per la riconciliazione politica. Intervista a Will Bartlett, autore di un paper sul tema

Bandiera della Serbia e del Kosovo © OnePixelStudio/Shutterstock
Bandiera della Serbia e del Kosovo © OnePixelStudio/Shutterstock
C’è un fattore che permette di capire come la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo possa avere un impatto positivo su entrambi i Paesi, sia a livello economico sia politico.
Si tratta del “dividendo della normalizzazione”.
È lo stesso autore del paper “Rafforzare le relazioni tra Kosovo e Serbia attraverso la cooperazione economica: Il ruolo dell’integrazione economica regionale“, Will Bartlett, visiting professor al Collegio d’Europa e membro associato dell’Unità di ricerca sull’Europa sud-orientale della London School of Economics (LSEE), a spiegare questo concetto in un’intervista per OBC Transeuropa.
“Il dividendo della normalizzazione significa code più brevi al confine, minori costi alimentari e di trasporto per le famiglie e la possibilità per le imprese locali di costruire catene di approvvigionamento congiunte che attraggano investimenti europei e creino posti di lavoro meglio retribuiti”. Un fattore che promette di “trasformare il rischio politico in sicurezza economica concreta”.
Di fronte all’enorme impatto della mancata normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado, “il dividendo della normalizzazione economica sposterà l’attenzione dalla gestione dell’incertezza persistente alla creazione di interessi economici condivisi e consolidati”, con la promessa di rendere le due economie “molto più resilienti” e gettare le basi per la riconciliazione politica.

Will J. Bartlett (archivio privato)
Come vede il rapporto tra normalizzazione economica e politica nella pratica?
Il risultato principale della nostra ricerca è che la cooperazione economica e la normalizzazione politica si rafforzano a vicenda, ma che nessuna delle due può sostituirsi all’altra.
In pratica, aspettarsi che i soli legami economici risolvano le controversie politiche fondamentali è irrealistico.
Al contrario, subordinare ogni transazione economica transfrontaliera a una svolta politica definitiva ha comportato pesanti costi economici per entrambe le parti, in termini di investimenti persi, catene di approvvigionamento frammentate e opportunità mancate nell’ambito del Piano di crescita dell’Ue.
La cooperazione economica può progredire senza la normalizzazione politica?
Sì, con misure concrete, a condizione che la cooperazione economica sia isolata dai negoziati politici quotidiani.
Suggeriamo che la soluzione migliore sia avvalersi degli accordi regionali esistenti, come il Cefta e il Mercato regionale comune, per superare gli ostacoli pratici attraverso, ad esempio, il riconoscimento reciproco dei documenti, passaggi di frontiera più prevedibili e procedure amministrative migliorate.
Quando le regole commerciali sono prevedibili, le imprese sono più propense a investire oltre confine. Questa dinamica crea ciò che definiamo il “dividendo della normalizzazione”.
Man mano che le imprese, le catene di approvvigionamento e i mercati del lavoro locali si integrano realmente nelle più ampie catene europee del valore, il costo delle turbolenze politiche aumenterà drasticamente per tutte le parti interessate.
La cooperazione economica non porta automaticamente alla riconciliazione politica, ma modifica sostanzialmente gli incentivi: offre alle imprese, ai lavoratori e ai responsabili politici un interesse tangibile e concreto nel mantenimento della stabilità regionale.
In definitiva, il progresso economico concreto rende più facile sostenere una soluzione politica definitiva, ma il suo obiettivo deve rimanere quello di sostenere, e non di aggirare, una normalizzazione politica completa.
Quali sarebbero i benefici tangibili più importanti della normalizzazione per le imprese in Kosovo e in Serbia?
Quando parliamo di “dividendo della normalizzazione” non ci riferiamo a una teoria economica astratta, ma a miglioramenti concreti e quotidiani delle condizioni di vita e delle opportunità di lavoro per le persone su entrambi i lati del confine.
Per le imprese, il dividendo più immediato è la prevedibilità e la riduzione delle frizioni.
Attualmente i camion possono trascorrere ore o addirittura giorni in attesa ai valichi di frontiera. L’eliminazione di questi ritardi attraverso controlli di frontiera coordinati e “corridoi verdi” digitali può ridurre i costi di trasporto e logistica e abbassare il prezzo al consumo delle merci.
Se i certificati sanitari, fitosanitari e di qualità fossero reciprocamente accettati senza nuove controversie politiche, i produttori locali potrebbero accedere più facilmente ai mercati dell’altra parte senza barriere amministrative arbitrarie.
Infine, gli investitori diretti esteri cercano in genere mercati più ampi, e mercati frammentati e imprevedibili possono scoraggiare gli investimenti industriali a lungo termine.
Un contesto economico e politico più stabile consentirebbe alle imprese locali su entrambi i lati del confine di collaborare più facilmente e di diventare fornitori integrati delle catene di approvvigionamento europee nei settori automobilistico, agroalimentare e tecnologico.
E per i cittadini comuni?
Per loro, i benefici della normalizzazione dovrebbero tradursi direttamente nei bilanci familiari e nel benessere economico.
Questo può portare a prezzi più bassi, perché frontiere inefficienti fungono da tassa occulta sui generi alimentari e sui beni di consumo di base, visto che i legami commerciali aperti tendono ad abbassare il costo della vita quotidiana.
Inoltre, all’interno del quadro del Mercato Regionale Comune, il riconoscimento delle qualifiche professionali e formative significa che ingegneri, personale sanitario, tecnici e altri professionisti possono lavorare e formarsi oltre confine senza incorrere in ostacoli burocratici.
Senza dimenticare che i finanziamenti pre-adesione dell’Ue e l’accesso accelerato al Mercato Unico sono subordinati a una cooperazione economica regionale costruttiva.
La normalizzazione può garantire che i cittadini comuni vedano i benefici tangibili derivanti dalla modernizzazione delle infrastrutture, dalla connettività digitale e dagli investimenti nell’energia pulita.
Quali sono le ragioni principali per cui le precedenti iniziative di cooperazione regionale non hanno realizzato appieno il loro potenziale?
Il problema fondamentale non è mai stato la mancanza di visione o di quadri di riferimento.
Iniziative come il Cefta, il Processo di Berlino e il Mercato Regionale Comune sono state concepite con l’obiettivo giusto: avvicinare i Balcani occidentali tra loro e al Mercato Unico dell’Ue. Il motivo per cui non hanno dato i risultati sperati si riduce ad alcuni ostacoli principali.
Prima di tutto, i quadri normativi del passato hanno risentito del fatto che le decisioni economiche di routine sono state ripetutamente ostacolate da controversie politiche più ampie.
Che si trattasse di disaccordi sulla rappresentanza, di note a piè di pagina relative allo status o di tensioni bilaterali, gli organismi tecnici si sono spesso bloccati, paralizzando ogni ulteriore progresso.
In secondo luogo, la cooperazione regionale ha spesso prodotto dichiarazioni di alto livello di grande effetto che però mancavano di efficacia concreta sul campo.
In assenza di meccanismi di risoluzione delle controversie solidi e depoliticizzati e di un monitoraggio indipendente, gli accordi sul riconoscimento dei certificati fitosanitari, dei diplomi professionali o sull’apertura di “corridoi verdi” si sono arenati ogni volta che le agenzie di frontiera e le autorità tecniche di regolamentazione non sono riuscite ad attuarli in modo coerente.
Per esempio, nonostante tra Kosovo e Serbia sia in funzione il sistema di scambio elettronico dei dati (System for Electronic Exchange of Data), le guardie di frontiera spesso non lo utilizzano o ne ostacolano il funzionamento per motivi di natura politica.
Le imprese effettuano inoltre investimenti di capitale basati su orizzonti temporali da cinque a dieci anni. Quando gli accordi economici sono esposti a misure unilaterali improvvise, ostacoli irragionevoli o ritardi burocratici, le aziende non possono rischiare di costruire catene di approvvigionamento transfrontaliere integrate.
Di conseguenza, le imprese ricorrono per default a canali locali o strettamente bilaterali, lasciando sottoutilizzati i quadri regionali.
Anche il Piano di crescita dell’Ue mostra queste criticità?
Il Piano di crescita dell’Ue modifica la struttura degli incentivi introducendo elementi fondamentali che mancavano alle iniziative precedenti: la condizionalità diretta e l’integrazione graduale nel Mercato Unico dell’Ue.
L’assistenza finanziaria e l’accesso al mercato sono ora direttamente legati alle riforme interne e a una cooperazione regionale costruttiva.
Per realizzare appieno il potenziale di questi accordi, il commercio quotidiano e la cooperazione tecnica dovrebbero essere isolati dai negoziati politici quotidiani, e l’attuazione dovrebbe avere la priorità rispetto ai grandi gesti politici.
In altre parole, le iniziative precedenti sono fallite perché il commercio ordinario veniva trattato come merce di scambio politico, non perché la logica economica fosse errata. L’integrazione economica si blocca se ogni sdoganamento o certificato tecnico richiede una svolta diplomatica.
Ciò che occorre ora è adottare misure concrete, tra cui un’attuazione vincolante, una risoluzione indipendente delle controversie e regole prevedibili che consentano alle imprese di svolgere la propria attività.
Quali meccanismi o condizioni politiche sarebbero necessari per garantire che i futuri accordi tra il Kosovo e la Serbia vengano effettivamente attuati?
Il divario di attuazione è stato il punto debole cronico del dialogo tra Belgrado e Pristina. Troppo spesso gli accordi sono stati celebrati come svolte diplomatiche in occasione dei vertici, per poi dissolversi in ostacoli amministrativi o in nuove controversie politiche al confine.
Per garantire che i futuri accordi siano duraturi ed effettivamente attuati, sono essenziali quattro condizioni e i relativi meccanismi.
Primo. Le questioni operative di natura commerciale ed economica dovrebbero essere delegate a organismi tecnici dotati di poteri decisionali, quali comitati doganali congiunti, agenzie fitosanitarie e veterinarie e autorità dei trasporti.
Il blocco dei camion per la mancanza di un timbro o di un certificato dovrebbe essere gestito come una questione tecnica di regolamentazione nell’ambito delle procedure operative standard, senza che si trasformi in uno stallo a livello di primi ministri. La cooperazione economica concordata non dovrebbe richiedere una nuova trattativa politica per ogni singola transazione.
Secondo. I quadri normativi del passato hanno risentito del fatto che la risoluzione di una controversia sull’attuazione richiedesse un consenso politico, conferendo a entrambe le parti un diritto di veto effettivo.
Gli accordi futuri necessitano di meccanismi chiari e accelerati di risoluzione delle controversie che attingano a modelli standard di arbitrato commerciale o a comitati di revisione tecnica nell’ambito del Cefta e del Mercato Regionale Comune, in grado di pronunciarsi sulla conformità in modo rapido e autorevole.
Terzo. La buona volontà politica non è sufficiente, devono esserci incentivi strutturali. Il Piano di crescita dell’Ue fornisce la giusta leva di applicazione, collegando la rimozione verificata delle barriere commerciali direttamente a benefici tangibili – come l’inclusione nei corridoi verdi europei e i finanziamenti preadesione.
Se l’attuazione è legata all’accesso graduale e irreversibile al Mercato Unico dell’Ue, è più probabile che il calcolo politico interno si sposti decisamente a favore della conformità.
Quarto. L’attuazione non può essere giudicata esclusivamente sulla base delle dichiarazioni ministeriali, ma dovrebbe essere verificata dalle imprese che movimentano beni e servizi ogni giorno.
Le piattaforme imprenditoriali congiunte, come il Forum sugli investimenti delle Camere di commercio dei Balcani occidentali 6 (WB6 CIF) o altre associazioni imprenditoriali, insieme agli spedizionieri e agli operatori logistici, dovrebbero essere formalmente integrate nel monitoraggio della conformità. Fornire al settore privato un canale ufficiale per segnalare gli ostacoli amministrativi è un modo efficace per creare trasparenza e garantire la responsabilità delle istituzioni.
In sintesi, un’attuazione di successo richiede di spostare l’attenzione dalle dichiarazioni politiche di alto profilo a procedure amministrative prevedibili e verificabili, sostenute da reali incentivi europei.
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Questa pubblicazione è il risultato delle attività svolte nell’ambito di "Il contributo della cooperazione economica alla normalizzazione delle relazioni tra Kosovo e Serbia", un progetto cofinanziato dal Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Tutte le opinioni espresse rappresentano quelle dell’autrice o dell'autore e non quelle dell'istituzione cofinanziatrice.
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