Silenzio della ragione, le donne di Foča nel film di Novakova
Donne sopravvissute e testimoni al Tribunale dell’Aja di crimini di stupro, tortura e riduzione in schiavitù avvenuti nell’area di Foča, in Bosnia orientale, durante la guerra degli anni ’90. Di questo parla il documentario della regista macedone Kumjana Novakova, premiato al Sarajevo Film Festival 2023

Da Silence of Reason, Šutnja razuma, di Kumjana Novakova
Da Silence of Reason, Šutnja razuma, di Kumjana Novakova
Il 22 febbraio 2001 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) ha condannato in primo grado Dragoljub Kunarac, Radomir Kovač e Zoran Vuković, rispettivamente a 28, 20 e 12 anni di reclusione, per i crimini commessi contro donne e ragazze bosgnacche (bosniaco-musulmane) nell’area di Foča, in Bosnia orientale: stupro, tortura e riduzione in schiavitù, qualificati come crimini contro l’umanità e, secondo i capi d’imputazione, come violazioni delle leggi e degli usi di guerra.
Le condanne e le pene furono confermate in appello il 12 giugno 2002. I tre accusati furono i primi ad essere condannati per i fatti di Foča con quella tipologia di incriminazioni, giudicati colpevoli di stupro nei confronti di donne, ragazze e minorenni di età tra i 12 e il 15 anni. Il verdetto ha inoltre riconosciuto che la violenza sessuale subita da queste donne fatte prigioniere, faceva parte di un piano sistematico e su larga scala di attacco contro la popolazione civile.
A oltre vent’anni di distanza, quel processo, noto come caso Kunarac et al. (IT-96-23 e 23/1), è al centro del documentario “Silence of Reason” (Šutnja razuma, North Macedonia, Bosnia and Hercegovina 2023, 63’) della regista macedone Kumjana Novakova, prodotto da lei stessa con Medea in coproduzione con Pravo Ljudski. Il film ha debuttato al Sarajevo Film Festival 2023, dove è stato insignito dello “Human Rights Award”.
Novakova non ricostruisce il processo in forma giornalistica. Il film è realizzato esclusivamente con materiale d’archivio dell’ICTY: testimonianze depositate agli atti del tribunale, alcune registrazioni audio delle deposizioni, fotografie e filmati usati come prove durante il processo.

I luoghi delle violenze – da Silence of Reason, Šutnja razuma, di Kumjana Novakova
Novakova definisce questo metodo “performative research”, ricerca performativa, e il suo principio è intervenire il meno possibile sui materiali originale: l’unico intervento effettuato è un lieve cambiamento alla modifica della voce di una delle sopravvissute, giudicato troppo sminuente nell’audio originale. Le testimonianze compaiono come testi in sovrimpressione su immagini e brevi filmati dei luoghi delle violenze. Tra l’apparente normalità di quei luoghi e un sonoro volutamente disturbante, si crea un contrappunto quasi insopportabile.
Il significato di questa scelta va oltre l’estetica. La ricerca performativa non tratta le fonti come prove neutre da esporre in ordine cronologico, ma le mette in scena, le fa “agire”, e il montaggio diventa interpretazione, non solo trasmissione. Il film rifiuta la struttura lineare e si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio, in una forma che la sinossi ufficiale descrive come elusiva e fluida, refrattaria a ogni cornice. È la forma che Novakova ha voluto per quello che chiama “un piccolo memoriale cinematografico”: un omaggio al coraggio delle sopravvissute.
Il film si apre con un richiamo esplicito alla storica e filosofa Hannah Arendt: “Dobbiamo combattere tutti gli impulsi a mitizzare l’orrore”. Cioè un invito a resistere alla tentazione di rendere l’orrore tanto mostruoso da risultare incomprensibile e quindi distante.
Il rischio, in ogni racconto della violenza sessuale in guerra, è doppio: da un lato l’oblìo istituzionale che per decenni ha relegato questi crimini ai margini della giustizia internazionale, lo stesso che la sentenza di Foča ha contribuito a rompere; dall’altro la spettacolarizzazione del dolore, che riduce le vittime a icone di sofferenza prive di soggettività. Novakova sceglie una terza via, ricalcando le denominazioni usate per i testimoni nel processo: in questo modo le sopravvissute restano soggetti di un racconto collettivo, non oggetti di uno sguardo.
C’è poi un livello più politico. Il film tiene insieme due movimenti opposti: da un lato resta ancorato con precisione forense al caso Kunarac; dall’altro, attraverso il montaggio, le esperienze delle donne di Foča diventano una geografia di violenza locale con risonanze universali. La sinossi del film parla di esperienze singolari che si trasformano in memoria collettiva, oltre il tempo e lo spazio, in cui l’universale non prende il posto del particolare, ma nasce da esso. Proprio perché ogni passaggio rimanda a un processo preciso, l’ampliamento di significato non cancella la specificità del caso, la rafforza.
Portare questo film fuori dalle aule di tribunale e dagli archivi specialistici, restituisce a un pubblico più ampio un caso che ha fatto giurisprudenza internazionale, nella forma che forse meglio può elaborarlo: non come notizia, ma come esperienza mediata dall’arte, capace di generare una comprensione lenta e stratificata che la sola cronaca giudiziaria non basta ad offrire.
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