Dopo Mladić, i giovani dell’ex Jugoslavia si incontrano in Serbia
Mentre nell’area post-jugoslava prosegue la strumentalizzazione del passato, spesso accompagnata dalla glorificazione dei criminali di guerra, un gruppo di giovani provenienti da Serbia, Bosnia Erzegovina e Croazia si riunisce oggi a Sremski Karlovci per una scuola regionale sull’eredità degli anni Novanta dal titolo: “L’amore ci salverà!”

I partecipanti alla scuola regionale di Sremski Karlovci. Foto: CK13
I partecipanti alla scuola regionale di Sremski Karlovci. Foto: CK13
Bastano sette giorni di conferenze, workshop, proiezioni di film e incontri di giovani provenienti da paesi un tempo in guerra per fare ciò che il sistema educativo non è riuscito a fare per decenni, ovvero permettere ai giovani di affrontare l’eredità bellica delle loro società e, soprattutto, di comprendersi a vicenda?
La risposta non è semplice.
È da questo interrogativo che prende le mosse la scuola politica regionale sugli anni Novanta dal titolo “L’amore ci salverà!”, organizzata dal Centro giovanile CK13 con sede a Novi Sad. La scuola riunisce giovani provenienti da alcuni paesi dell’ex Jugoslavia per discutere delle guerre degli anni Novanta e della necessità di fare i conti con il passato in modo da poter costruire società più giuste e una pace duratura nello spazio post-jugoslavo.
Il nome del progetto, “L’amore ci salverà!”, si ispira ad un murales contro la guerra a Zagabria e, come affermano i membri di CK13, riflette le “politiche dell’amore” degli anni Novanta, a cui si rifà la scuola di Sremski Karlovci.
Dopo i funerali di Ratko Mladić
Il programma si svolge poche settimane dopo la morte di Ratko Mladić, generale dell’esercito della Republika Srpska, condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante la guerra in Bosnia Erzegovina, compreso il genocidio di Srebrenica.
La commemorazione e i funerali a Belgrado – con onori militari, i messaggi di odio durante le partite di calcio e i murales con l’immagine di Mladić comparsi in tutta la Serbia – hanno riaperto vecchie ferite. Questi eventi hanno provocato forti reazioni nell’area dell’ex Jugoslavia e nel resto d’Europa, dimostrando per l’ennesima volta che le società post-jugoslave, soprattutto quella serba, rifiutano ancora di affrontare l’eredità delle guerre degli anni Novanta.
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CK13 ospiterà giovani provenienti da Serbia, Bosnia Erzegovina e Croazia. Ai partecipanti all’iniziativa –attraverso un’educazione informale, conversazioni con testimoni degli anni Novanta e persone che si occupano di quel periodo – verranno fornite fonti di informazione e testimonianze affidabili sui conflitti e le sofferenze in Jugoslavia durante le ultime guerre.
L’obiettivo è creare un contesto per comprendere le diverse posizioni sulle guerre e la difficile eredità di conflitti e crimini, che viene tramandata alle nuove generazioni, con la consapevolezza delle sfide che comporta la ricerca della giustizia dopo le atrocità più terribili.
L’interesse dei giovani
La scuola di Sremski Karlovci è uno dei tanti programmi che CK13 organizza da anni. Abbiamo chiesto a Ozren Lazić, attivista e membro di CK13, quanto i giovani di oggi siano interessati ad affrontare i temi legati al passato.
“La maggior parte dei giovani che fanno domanda per partecipare al programma è interessata a questi argomenti per motivi personali (o familiari), a volte perché intendono occuparsene professionalmente, o perché sono contrari alla tendenza a tacere sul passato e alla glorificazione dei criminali di guerra, e talvolta semplicemente per curiosità”, spiega Lazić.
“Per quanto lontani o irrilevanti possano sembrare gli anni Novanta alle giovani generazioni, se si crea uno spazio sicuro per il dialogo, diventa subito chiaro quanto questo periodo sia ancora rilevante e come influenzi i giovani. Ogni famiglia da queste parti ha i propri ricordi legati a quegli anni”, sottolinea l’attivista.
“Abbiamo sempre avuto esperienze positive lavorando con i giovani, che sono coraggiosi e aperti a parlare di argomenti su cui i loro genitori e l’ambiente sociale tacciono, a parlare con coetanei che vedono per la prima volta e che appartengono ad altri gruppi ‘nemici’. Dopotutto, il movimento studentesco in Serbia ha dimostrato quanto sia importante avere un’opinione sugli anni Novanta e imparare da quel periodo”.
Le posizioni di potere – aggiunge Lazić – sono un luogo privilegiato per creare narrazioni sull’eredità della guerra, e chiunque voglia impegnarsi in politica cerca di offrire la propria visione del passato, in particolare degli eventi degli anni Novanta.
“La società serba ha a lungo e sistematicamente evitato di confrontarsi con la propria eredità bellica. Ora i giovani hanno l’opportunità di esprimersi su eventi come la morte del criminale di guerra Ratko Mladić”.
“La pace si costruisce attraverso il dialogo”
Oltre ad acuire ulteriormente gli attriti nella regione e a provocare reazioni negative da parte delle istituzioni internazionali, l’ultima ondata di glorificazione di Ratko Mladić ha portato alcuni giovani bosgnacchi a rinunciare alla partecipazione alla scuola di Sremski Karlovci.
Ozren Lazić non ne è sorpreso. La paura dei giovani bosngacchi – spiega l’attivista – che hanno deciso di non venire in Serbia perché non si sentono al sicuro, è una “conseguenza concreta” della glorificazione di Mladić, delle commemorazioni e delle narrazioni statali che lo ritraggono in una luce positiva.
Asja Suljić, 23 anni, attivista e studente all’ultimo anno della Facoltà di Economia di Tuzla, ha comunque deciso di partecipare alla Scuola regionale di Sremski Karlovci. Nonostante tutto ciò che è accaduto dalla fine di agosto ad oggi, afferma di non avere paura di venire in Serbia e che il motivo principale per candidarsi è “la profonda convinzione che la pace si costruisca soprattutto attraverso il dialogo, la comprensione e la volontà di imparare gli uni dagli altri”.

Asja Suljić. Foto: CK13
“A motivarmi – in particolare come attivista – è l’idea di base della scuola, che non si limita ad offrire un sapere teorico, ma cerca di esplorare diverse prospettive attraverso visite sul campo e proiezioni di film, incoraggiando il dialogo e il pensiero critico”, afferma Asja.
Considerando che le società post-jugoslave si trovano ancora a dover affrontare le conseguenze del passato, per Asja è fondamentale creare uno spazio in cui i giovani di diverse nazionalità, culture e religioni possano dialogare apertamente, collaborare e costruire fiducia reciproca.
Melina Mikić Božanić, 23 anni, attivista e studentessa di Belgrado, condivide la stessa opinione e si unirà ad Asja e agli altri studenti della scuola. Asja e Melina si sono conosciute partecipando ad un programma analogo qualche anno fa e da allora sono amiche.
Alla domanda su cosa l’abbia spinta a candidarsi per partecipare alla scuola “L’amore ci salverà!”, Melina risponde sottolineando l’opportunità di incontrare giovani provenienti da paesi con narrazioni diverse, spesso completamente opposte, sul passato comune, e di scambiare con loro opinioni e idee sulle politiche ufficiali. Questo, afferma Melina, è molto importante perché “i nostri paesi spesso perseguono politiche nazionaliste che sono accompagnate da intolleranza e dalla tendenza a riconoscere solo le proprie vittime”.
“Avremo anche l’occasione di ragionare su come unire le persone su base umana, anziché etnica o religiosa, e questo di per sé rappresenta un duro colpo per quelli il cui successo si basa sulla diffusione dell’odio e sul populismo”, sottolinea l’attivista.
Dai crimini di guerra alla corruzione che uccide
In un contesto in cui i paesi dell’ex Jugoslavia hanno sempre avuto narrazioni ufficiali diverse, e spesso completamente opposte, sulle guerre degli anni Novanta, sono state le organizzazioni della società civile ad assumersi il compito di avvicinare i giovani provenienti da diversi paesi e fornire loro conoscenze su ciò che è realmente accaduto.
Le conseguenze della persistente riluttanza a fare i conti con il passato a livello istituzionale si ripercuotono anche sull’atteggiamento dei giovani nei confronti delle guerre degli anni Novanta, come evidenziato da una ricerca dell’Iniziativa dei giovani per i diritti umani del 2023.
I risultati mostrano che i giovani in Serbia, pur avendo perlopiù una scarsa conoscenza delle guerre degli anni Novanta, si sono formati un’opinione su questo argomento. La maggior parte delle informazioni proviene dalla famiglia, dai professori e da Internet, ma il tema non è trattato in modo sufficiente nelle scuole.
Lo sguardo dei giovani in Serbia sulle guerre jugoslave è incentrato principalmente sulla sofferenza dei serbi. Tra gli eventi che considerano più significativi spiccano l’Operazione militare “Oluja” e i bombardamenti NATO sulla Serbia, mentre il genocidio di Srebrenica si colloca solo al quarto posto. Nonostante la maggioranza degli intervistati ritenga che si debba impegnare per la riconciliazione, una parte significativa dubita che ciò sia possibile. Oltre il 40% non crede nella possibilità di una riconciliazione tra serbi e albanesi, circa il 30% in quella tra serbi e croati e circa un quarto tra serbi e bosgnacchi.
Qui sorge spontanea la domanda: l’educazione informale e programmi come “L’amore ci salverà!” sono sufficienti? Abbiamo bisogno di un approccio diverso e di un impegno maggiore per arginare la glorificazione dei criminali di guerra e la negazione dei crimini?
“Programmi come il nostro sono necessari e importanti”, sottolinea Ozren Lazić, “ma non bastano. I nostri sforzi non possono sostituire un approccio sistemico a queste tematiche, che può essere organizzato solo dalle istituzioni attraverso il sistema scolastico. Quel che è certo è che finché questo regime rimarrà al potere [in Serbia], il processo di elaborazione del passato, in termini di lavoro con i giovani a livello istituzionale, sarà impossibile”.
“Tuttavia – aggiunge l’attivista – sappiamo benissimo che ciò era impossibile anche nel periodo delle riforme democratiche, a causa della generale riluttanza della nostra società a guardarsi dentro e ad ammettere di aver commesso errori e ingiustizie e che è necessario scrollarsi di dosso l’amarezza delle nostre sconfitte per poter andare avanti”.
Lazić ritiene che il governo in Serbia tenda a fare leva sul senso nazionale di sconfitta e sacrificio per assolvere il paese dalla responsabilità delle guerre degli anni Novanta e convincere i cittadini serbi di essere stati dalla parte giusta della storia.
“In Serbia si è sempre più consapevoli che la corruzione uccide, ma manca ancora la consapevolezza che Ratko Mladić era un criminale di guerra responsabile di genocidio e che questi fenomeni sono interconnessi”, sottolinea Lazić.
Marko Milosavljević dell’Iniziativa dei giovani per i diritti umani di Belgrado, che sarà uno dei relatori alla Scuola regionale di Sremski Karlovci, è dello stesso parere.

Marko Milosavljević . Foto: CK13
Milosavljević spiega che i programmi educativi informali sulle guerre degli anni Novanta “colmano il divario sociale e le barriere imposte ai giovani dagli sciovinismi locali”. Inoltre, i giovani si interessano sempre di più alle tematiche legate agli anni Novanta, perché conoscere gli eventi bellici permette loro di comprendere le radici dell’attuale regime in Serbia, e non solo.
“Spesso, nell’ambito di programmi analoghi, i giovani hanno l’opportunità di sentire per la prima volta le voci di testimoni e vittime e di visitare i luoghi dei crimini, oltre alla possibilità di leggere e approfondire autonomamente le indagini e i fatti accertati in sede giudiziaria relativi ai crimini di guerra”, spiega Milosavljević.
“Questi programmi sono efficaci nella misura in cui forniscono ai giovani gli strumenti per opporsi all’esclusione morale delle vittime appartenenti ad ‘altri’ gruppi, la cui sofferenza viene ancora relativizzata o negata”.
Ozren Lazić non è molto ottimista riguardo ad un possibile cambiamento delle politiche ufficiali in Serbia.
“Ciononostante, consideriamo il nostro lavoro estremamente importante, perché incoraggiamo le giovani generazioni a perseverare nell’affrontare questi temi e a non rimanere in silenzio di fronte a verità difficili e scomode. Senza queste persone coraggiose, nemmeno la speranza sarebbe possibile”.
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