Cosa lascia la morte di Ratko Mladić
La sera della morte di Ratko Mladić, gruppi di nazionalisti serbi hanno inneggiato il suo nome a Bijeljina, Zvornik e altre località della Republika Srpska. È incredibile come dopo tutti i crimini compiuti e per i quali è stato condannato all’ergastolo, alcuni scendano in strada per rendere omaggio a un generale criminale. Il commento di Nihad Suljić, vincitore del premio CESPIC per la Pace

Memoriale di Potočari Srebrenica, foto della fuga dei civili dalle truppe di Mladić nel luglio del 1995 – foto N.Corritore
Memoriale di Potočari Srebrenica, foto della fuga dei civili dalle truppe di Mladić nel luglio del 1995 - foto N.Corritore
Cari amici da tutto il mondo,
probabilmente avrete letto sui media che è morto il criminale di guerra condannato all’ergastolo Ratko Mladić.
Vi mando questo messaggio dopo tanti anni vissuti nella paura. Sì, è morto un uomo. Ma la sua morte ha purtroppo nuovamente messo a nudo e mostrato l’ideologia, l’odio e il fascismo con cui noi, musulmani e bosgnacchi della Bosnia Erzegovina, siamo ancora costretti a convivere.
Ieri sera città come Bijeljina e Zvornik — luoghi in cui nel 1992 furono uccisi bambini, intere famiglie e civili semplicemente perché erano bosgnacchi, e dove nel 1995 ebbe inizio il genocidio — hanno fatto risuonare fino al cielo il nome di un criminale di guerra.
E non è soltanto un nome.
Quel nome rappresenta un’ideologia. Rappresenta un progetto politico. Rappresenta l’odio, il fascismo e la negazione di tutto ciò che è accaduto.
Ieri sera bambini, anziani, professori, commercianti, persone di generazioni e professioni diverse sono scesi nelle strade. Si sono riuniti per rendere omaggio a un “generale” — un uomo responsabile della morte di migliaia e migliaia di civili innocenti.
Non riesco nemmeno a immaginare cosa significhi per i miei concittadini che devono trascorrere la notte nei villaggi e nelle città dell’entità Republika Srpska, ascoltando gli slogan, vedendo i graffiti e i messaggi d’odio e chiedendosi cosa porterà il domani.
Per anni mi sono chiesto come fosse possibile che, dopo tutto ciò che è accaduto, la comunità internazionale abbia permesso la sopravvivenza di un’entità nata dal sangue, dai crimini, dalla pulizia etnica e dal genocidio.
Poi è arrivata Gaza.
Poi è arrivato il Sudan.
E allora ho capito che questo è, purtroppo, un mondo che spesso osserva in silenzio l’uccisione di persone innocenti. Un mondo in cui, finché non è tuo figlio, la tragedia viene troppo spesso considerata la tragedia di qualcun altro.
La Bosnia Erzegovina sta attraversando in questi giorni un momento estremamente difficile.
La morte di quest’uomo ha risvegliato quel male che speravamo fosse almeno rimasto in silenzio: graffiti, fotografie, celebrazioni, servizi dei media, minacce e inviti al linciaggio. Stiamo assistendo a chiese che pregano per lui, politici che lo glorificano e folle che scandiscono il suo nome.
E quando lo fanno, non stanno glorificando soltanto un uomo. Stanno glorificando l’ideologia che c’è dietro di lui. Stanno pregando per un simbolo dei crimini. Stanno invocando e normalizzando il fascismo e l’odio.
So che non potete fare molto.
Ma vi chiedo una sola cosa: non dimenticate mai la Bosnia Erzegovina.
Non dimenticate mai che qui il male non è mai scomparso completamente. Si attenua, cambia forma, cambia vestito, cambia ruolo e si adatta ai tempi — ma non scompare.
Le ideologie nazionaliste e fasciste della Grande Serbia e della Grande Croazia sono purtroppo ancora una volta forti, rumorose e incoraggiate dal silenzio e dalle politiche di una parte dell’Unione Europea e della comunità internazionale.
Per questo vi chiedo: non distogliete lo sguardo. Non dimenticate la Bosnia. Non dimenticate le vittime. E non permettete che i crimini vengano trasformati in eroismo e le vittime in una nota a piè di pagina della storia.
Perché ciò a cui stiamo assistendo questa sera non appartiene soltanto al passato.
È un avvertimento.
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Tag: Processo a Mladić
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