Il futuro della politica di coesione ostaggio dei governi Ue

Parlamento europeo e Consiglio UE sono pronti ai negoziati sulla struttura del nuovo bilancio comune. C’è una questione però che resta ancora aperta: quanti fondi stanziare nel prossimo Quadro finanziario pluriennale? Su questo punto centrale le divisioni restano ampie

08/09/2026, Federico Baccini Bruxelles
© Consiglio dell'UE

Sala del consiglio ue © Consiglio dell’UE

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Manca poco più di un anno alla fine dell’attuale ciclo finanziario settennale dell’Unione europea, eppure il futuro del bilancio comune e dei suoi pilastri fondanti – politica di coesione e politica agricola comune (PAC), in particolare – è ancora tutt’altro che definito.

Dopo la proposta della Commissione di un anno fa e il duro confronto tra le istituzioni dell’Ue iniziato da quel momento in poi, il processo è continuato con la definizione delle posizioni negoziali del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea, l’organo che riunisce i 27 governi.

Nonostante pian piano emergano i dettagli dell’architettura che dovrebbe essere applicata per il periodo 2028-2034 – nonostante i negoziati interistituzionali debbano ancora cominciare e potrebbero riservare alcune sorprese – la questione di fondo che rischia di far saltare il banco è quanto di più preoccupante ci sia: quanti fondi stanziare nel prossimo Quadro finanziario pluriennale?

Non una questione di poco conto, i soldi, se si sta parlando del budget generale dell’Unione.

Ma è proprio su questo punto che le 27 capitali si trovano divise, ancor prima di andare a sedersi al tavolo con i negoziatori del Parlamento.

Il futuro di una politica comune cruciale come la coesione europea si trova così ostaggio di interessi (finanziari e non) che sono tutti nazionali.

Fondi separati e semplificazione

Partiamo dagli sviluppi positivi.

Sia gli eurodeputati sia i 27 governi si sono avvicinati alla fase di negoziati per definire l’architettura definitiva del prossimo bilancio dell’Unione grazie all’adozione dei rispettivi mandati sull’impianto generale.

Il Parlamento europeo ha adottato a fine aprile la sua posizione negoziale, respingendo l’impostazione proposta dalla Commissione europea sui Piani di partenariato nazionali e regionali.

Secondo la nuova architettura, gli attuali circa 540 programmi di diverse politiche finora autonome finiranno in 27 piani unici, mentre l’erogazione dei fondi sarà vincolata al raggiungimento degli obiettivi concordati sulle riforme.

Come aveva anticipato a OBCT il co-relatore sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, Siegfried Mureșan (Partito Popolare Europeo), gli eurodeputati hanno cercato di mitigare i rischi di re-nazionalizzazione delle politiche europee chiedendo “fondi distinti, adeguati e chiaramente destinati” alla PAC, alla politica comune della pesca, alla politica di coesione e al Fondo sociale europeo, “al fine di rafforzare la resilienza territoriale a lungo termine, la coesione sociale e la fiducia nel progetto europeo, nonché la convergenza verso l’alto”.

Come si legge nella relazione adottata in sessione plenaria, l’accusa al modello “un piano per ogni Stato membro” è quella legata al rischio che ciò “potrebbe indebolire le politiche dell’UE, ridurre la trasparenza e creare concorrenza tra i beneficiari”, avvertono gli eurodeputati.

Se la creazione di questi 27 piani nazionali e regionali ormai è data per assodata, il lavoro di “ammorbidimento” della rivoluzione nell’architettura del budget europeo si imposta dunque sul prevedere stanziamenti specifici e regole chiare per ogni politica.

Una sorta di ibrido tra l’impostazione attuale e quella proposta dalla Commissione, che comunque potrebbe proteggere i beneficiari della politica di coesione, per esempio, da quelli della PAC.

“La politica di coesione è una priorità dell’Unione sancita giuridicamente dai Trattati”, mettono in chiaro gli eurodeputati, ribadendo il suo ruolo di “pilastro del modello di crescita dell’Ue, basato su una governance multilivello e sul coinvolgimento effettivo delle autorità regionali e locali” nel processo di “preparazione, attuazione, monitoraggio e valutazione dei piani nazionali” e di adeguamento degli investimenti “alle loro esigenze”.

L’impostazione degli Stati membri non è troppo diversa ed è proprio per questo motivo che, almeno sul piano teorico, i negoziati per definire l’impianto generale del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 non dovrebbero essere eccessivamente complessi.

Concordando a fine giugno la propria posizione negoziale sulle norme che disciplineranno i principali fondi destinati allo sviluppo delle regioni, i 27 governi dell’Ue hanno aperto la fase di confronto con il Parlamento europeo, che occuperà buona parte dell’autunno/inverno 2026.

Anche il Consiglio ha deciso di mantenere i Piani di partenariato nazionali e regionali come quadro strategico unico, ma reintroducendo regolamenti e fondi autonomi per la coesione – cioè Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), Fondo di coesione e Interreg.

Uno degli obiettivi principali del Consiglio in realtà è quello di rendere la politica di coesione più semplice da applicare in futuro, riducendo la complessità amministrativa e offrendo sia ai governi centrali sia alle regioni un quadro di regole più chiaro per facilitare la programmazione e l’attuazione dei progetti.

Procedure più semplici dovrebbero permettere alle amministrazioni nazionali, regionali e locali di concentrare maggiormente le risorse sugli investimenti, riducendo così gli oneri burocratici che rallentano l’utilizzo dei finanziamenti europei.

Un focus specifico è dedicato al programma che finanzia progetti comuni tra regioni appartenenti a Paesi diversi – cioè Interreg – in quanto la cooperazione territoriale transfrontaliera presenta caratteristiche specifiche che richiedono regole dedicate e un quadro a sé stante.

A differenza del Parlamento, però, l’intesa generale tra i governi europei stabilisce solo come i fondi dovranno essere organizzati e gestiti, ma non riguarda ancora la quantità di risorse disponibili.

Ed è qui che iniziano i problemi.

La questione più spinosa

Il futuro della politica di coesione, così come di tutto il prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea a partire dal 2028, si trova in questo momento ostaggio delle tensioni tra i 27 governi. O meglio, tra i due schieramenti contrapposti: chi vuole più risorse e chi non vuole contribuire maggiormente al budget comune.

Il Parlamento ha già delineato le sue richieste finanziarie, tutte in aumento rispetto alla proposta della Commissione.

Più nello specifico, la posizione negoziale degli eurodeputati è quella di stanziare complessivamente 274,34 miliardi di euro (a prezzi 2025) per i fondi strutturali e di investimento della coesione, in quanto politica “distinta, dotata di una dotazione specifica e solida” all’interno di un bilancio complessivo da duemila miliardi di euro.

Si tratterebbe di 222 miliardi di euro per il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), 42 miliardi per il Fondo di coesione e 10,34 miliardi per Interreg.

“L’assegnazione di tale importo alla politica di coesione costituisce una condizione necessaria non solo per garantire il finanziamento degli obiettivi di coesione a lungo termine e promuovere la convergenza, ma anche per finanziare i nuovi obiettivi e le nuove priorità nell’ambito di tale politica”, si legge nella relazione.

Se il punto di partenza dei co-legislatori del Parlamento è ambizioso (e molto difficilmente quello di caduta si avvicinerà a quanto richiesto) il Consiglio non ha ancora nemmeno una posizione al riguardo.

Questo perché, nonostante l’obiettivo condiviso a Bruxelles sia quello di raggiungere un’intesa sul prossimo bilancio entro la fine del 2026 – così da approvare il quadro generale e tutti i programmi nel 2027 e garantire la continuità dei finanziamenti a partire dal gennaio 2028 – lo stallo emerso all’ultimo vertice dei leader UE ha evidenziato che la quantità di fondi da stanziare rimane la questione più spinosa, difficilmente risolvibile con la sola forza delle dichiarazioni ufficiali.

La divisione tra i due blocchi di Paesi è sempre la stessa.

Da una parte ci sono i “frugali” – Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria – che non accettano l’aumento dei fondi proposto dalla Commissione e ribattono con l’imperativo di tagliare centinaia di miliardi da versare nel bilancio comune.

Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha messo in chiaro che la cifra di partenza “è chiaramente troppo elevata e deve essere ridotta, perché non possiamo non contrarre ulteriori debiti per l’Unione europea”.

L’opposizione all’aumento delle risorse è stata confermata anche durante una riunione dei sei capi di Stato ‘frugali’ lo scorso 27 agosto. “Le attuali proposte, che comporterebbero aumenti fino al 60 per cento, sono insostenibili in un periodo di risanamento di bilancio”, è quanto messo in chiaro dal gruppo, che è espresso all’unanimità a favore di tagli per diverse centinaia di miliardi di euro in tutti i settori.

Dall’altra parte ci sono i cosiddetti “amici della Coesione”, un gruppo nutrito di Paesi che vogliono allargare le maglie della spesa pubblica, in particolare su coesione e agricoltura.

Questo gruppo, coordinato da Roma e Madrid, comprende ben 16 membri dell’UE su 27: Italia, Bulgaria, Croazia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria.

A farsi portavoce della sfida ai “frugali” è stato il primo ministro polacco, Donald Tusk: “Usano sempre la stessa argomentazione, cioè che è meglio ridurre il bilancio dell’UE. Ma questo, soprattutto oggi, è un ragionamento infondato”, ha attaccato l’ex-presidente del Consiglio europeo.

“La nostra alleanza è molto forte”, è la sfida lanciata da Tusk al fronte dei principali contributori netti, cioè i Paesi dell’UE che mettono più soldi nel bilancio comune di quelli che poi ricevono.

Per provare a trovare una soluzione prima della fine del proprio semestre di presidenza di turno del Consiglio dell’UE lo scorso 30 giugno, Cipro ha proposto una riduzione del 2% del bilancio (circa 32,8 miliardi di euro) rispetto alla base di partenza della Commissione.

Tuttavia, la soluzione di compromesso è stata un buco nell’acqua, non avendo trovato consensi in nessuno dei due fronti. Per gli uni rimanevano troppi pochi fondi, per gli altri era ancora troppo da versare nelle casse comuni.

Ora tocca all’Irlanda – più vicina agli “amici della Coesione” che ai “frugali” – raccogliere la sfida e cercare una nuova soluzione di compromesso. L’obiettivo è raggiungere un accordo entro la fine dell’anno e mettere fine allo stallo che sta tenendo sotto scacco (anche) il futuro della politica di coesione europea.


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Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.

Tag: EuSEE

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