A casa di Marina Vujčić: un viaggio letterario in Dalmazia

Nelle scorse settimane Estera Miočić, mediatrice culturale nonché traduttrice di molti dei libri che conosciamo scritti da autori della ex Jugoslavia, è stata a trovare una delle autrici che traduce: la scrittrice e drammaturga Marina Vujčić. Ne è uscito un reportage letterario

28/08/2026, Estera Miočić
In viaggio in Croazia - Foto E. Miočić

In viaggio in Croazia – Foto E. Miočić

In viaggio in Croazia - Foto E. Miočić

Sono le nove del mattino di una calda giornata di fine luglio quando da Spalato mi dirigo verso Seget Gornji, un paese nei pressi di Trogir, a circa venticinque chilometri dal capoluogo dalmata. Sto andando a trovare Marina Vujčić, scrittrice e drammaturga che da qualche anno traduco in italiano.

Dal centro città raggiungo la Solinska cesta, e, superata la periferia orientale di Spalato, mi immetto nella grande arteria intitolata a Giovanni Paolo II che, attraverso lo snodo di Solin, conduce sulla strada veloce lungo la baia dei Sette Castelli (Kaštela).

Man mano che procedo, ho la sensazione di andare incontro alle montagne che separano la costa dall’entroterra. Quello che poco prima appariva lontano si fa via via più vicino: montagne spoglie, quasi fossero bruciate, come nota la protagonista del romanzo Addio cowboy di Olja Savičević.

Anche se l’ora di punta è ormai passata, il traffico su questa strada è sempre intenso. Lo scorrimento è rallentato dai semafori di Solin e, finché non sarà completato il viadotto che si ricongiungerà alla strada veloce, non resta che armarsi di pazienza.

Mentre all’incrocio di Solin aspetto il verde aziono l’itinerario su Google Maps. È meglio evitare gli errori del passato, mi dico, tornando con la mente alla prima volta che sono andata a trovare Marina. Era l’estate del 2021 e in autunno, per Bottega Errante Edizioni, sarebbe uscito Questione di pelle, il primo suo romanzo tradotto in italiano. Con me c’erano lo scrittore Velibor Čolić, che vive in Francia, e la sua compagna, originaria di Kaštel Kambelovac.

Costa croata - Foto E. Miočić

Costa croata – Foto E. Miočić

Quel giorno avevo sbagliato la deviazione che dalla costa porta verso l’interno. Mentre cercavo di orientarmi, continuavo a sbirciare Velibor alla mia destra. Con i suoi quasi due metri di altezza sedeva accanto a me con un’aria che mi sembrava imperturbabile e io non riuscivo a smettere di chiedermi come avesse fatto, nel 1992, a fuggire dal fronte in Bosnia nascosto nel bagagliaio di una utilitaria. Cercavo di immaginarlo rannicchiato in posizione fetale, il corpo ripiegato fino a scomparire in uno spazio così angusto, ma ancora oggi mi riesce difficile figurarmelo.

Forse, quando è in gioco la sopravvivenza, anche il corpo trova il modo di adattarsi: si piega, si restringe, si lascia modellare dalla necessità. La storia della fuga me l’aveva raccontata lui stesso qualche anno prima, dentro un’altra automobile, quella del Festivaletteratura di Mantova, mentre insieme all’autista lo accompagnavo alla reception del suo albergo. Era il 2017 e si trovava lì per presentare Manuale d’esilio, pubblicato da Bompiani.

La vista di un aereo in fase di atterraggio sopra il canale di Trogir mi riporta al presente. Devo concentrarmi se non voglio superare anche questa volta il bivio giusto. Ora, però, il ricordo si fa più nitido. Me lo conferma anche il navigatore. Non devo seguire l’indicazione per Trogir, ma restare sulla strada veloce e imboccare la direzione per Sebenico e Zagabria. Mi fa sempre un certo effetto seguire indicazioni che puntano verso luoghi lontani quando la mia destinazione è a pochi chilometri. È come se quei nomi contenessero già la possibilità dell’errore. La mia meta è soltanto una piccola deviazione lungo una strada che prosegue molto oltre.

Finalmente imbocco l’uscita giusta e comincio a salire lungo i tornanti dell’altopiano sopra Trogir. Appena mi lascio alle spalle la costa, il traffico si dirada. Le case e i rumori anche. È come se improvvisamente si entrasse in un’altra dimensione spazio-temporale. Davanti a me si apre il panorama dell’arcipelago: in fondo la penisola di Split con il profilo del Marjan, più vicina Čiovo e, oltre, una corona di isole disseminate nel mare, punteggiato di barche bianche.

“Ricordo che a un certo punto devo svoltare a destra, quando sono su”, avevo scritto a Marina la sera prima, “ma manca l’indicazione.”

“Adesso tutti i villaggi hanno un cartello. Devi girare per Ivice.”

E in effetti, dopo aver superato alcune vistose ville per vacanze sorte negli ultimi anni una accanto all’altra, scorgo sulla destra l’indicazione per la mia meta. Imbocco la stretta strada di campagna che si insinua tra i muri a secco e, poco dopo, mi ritrovo davanti a un nuovo bivio. Il navigatore mi indica di svoltare a sinistra e segnala che la casa di Marina si troverà sulla destra. Sento di essere vicina, provo a seguire l’indicazione, ma mi ritrovo davanti a una casa che non assomiglia a quella che cerco. Faccio retromarcia, torno indietro fino al bivio. Questa volta scelgo l’altra strada, la diramazione a destra. Dopo qualche centinaio di metri compare un’abitazione che riconosco subito: la casa di Marina.

Intorno regna il silenzio e se non fosse per la Duster parcheggiata sembrerebbe che non ci sia nessuno. Poco dopo Marina si affaccia al balconcino del piano di sopra, mi saluta e si avvia in discesa per accogliermi.

“Mi sono un po’ persa davanti al bivio qui vicino. Il navigatore non l’ha riconosciuto”, le dico.

Lei sorride mentre mi viene incontro, mi abbraccia e mi dà il benvenuto. Tiene subito a mostrarmi l’ex laboratorio di falegnameria di suo padre, che di recente è riuscita a trasformare in uno spazio dedicato a incontri e laboratori di scrittura.

“Ti ricordi com’era?” mi chiede, mentre osservo la stanza ampia e luminosa, ormai sgombra dei pesanti macchinari di un tempo. La luce bianca, filtrata dalla ricca chioma dell’ulivo dietro l’ampia finestra in stile campagna inglese, è amplificata dalle pareti candide e dal pavimento di cemento liscio, anch’esso verniciato. Qua e là pochi oggetti recuperati dalla falegnameria del padre, strettamente funzionali e disposti con cura. Nessun eccesso. Lo spazio, liberato dal superfluo, richiama una pagina bianca pronta ad accogliere, ogni volta, nuovi contenuti.

“Trovo molto positiva questa tua capacità di rinnovarti”, le dico. Penso ai cambiamenti radicali che hanno segnato la sua vita: la morte prematura del marito, noto drammaturgo, a soli quarantotto anni; la scelta di lasciare l’insegnamento nella scuola pubblica per dedicarsi completamente alla scrittura; infine, il trasferimento da Zagabria alla campagna dalmata, in questa seconda casa dei genitori, anche loro morti nel frattempo.

“Ho bisogno di entusiasmo, di lasciarmi trascinare dalle cose. Coltivavo questo progetto da molti anni. Poi, lo scorso marzo, ho chiesto a mio figlio di aiutarmi a svuotare lo spazio e organizzare i lavori. All’inizio pensavamo di fare tutto da soli, ma non sarebbe mai venuto così. Così abbiamo chiamato due persone che hanno fatto un lavoro davvero professionale. Ora restano ancora alcune cose da sistemare: gli infissi, che sono marciti e andrebbero sostituiti, e la stufa, perché da novembre qui fa freddo. Un po’ alla volta, con quello che riesco a guadagnare.”

Marina dirige poi la mia attenzione verso una libreria ricavata da una vecchia scala di legno appartenuta a suo padre, reinterpretata con un tocco personale. Ha allargato i pioli per poter sistemare più libri possibile.

“Ho bisogno di avere libri intorno, e sarebbe stato bizzarro mettere qui una Billy dell’Ikea”, dice.

Sorrido. Che bello sapersi destreggiare anche nei lavori in legno, penso tra me e me, affascinata dal talento che nella famiglia di Marina si tramanda da generazioni. Il bisavolo paterno di Marina, Giovanni Ciciliani – che oggi riposa nella tomba di famiglia a Trogir e di cui non si conosce la data di nascita né di morte – era un falegname arrivato dalla Sicilia per costruire bare. All’epoca Trogir e la costa dalmata erano flagellate dalla peste e c’era urgente bisogno di chi sapesse provvedere alla costruzione dell’ultimo letto per i defunti. Proprio lì, il lontano avo si era unito a una donna del luogo e aveva messo radici.

La casa di Marina Vujčić - Foto E. Miočić

La casa di Marina Vujčić – Foto E. Miočić

“Ah, questo te lo devo dare”, dice Marina interrompendo il mio pensiero, ed estrae dalla libreria il volume 365 rečenica pubblicato dalla zagabrese Fraktura, una raccolta di trecentosessantacinque riflessioni poetiche sulla vita in campagna, scritte giorno per giorno nell’arco di un anno.

Mi invita a scegliere uno dei tre colori disponibili della copertina. Opto per il verde acqua, il colore delle idee, della leggerezza e dell’ispirazione, sperando che questo viaggio mi riservi belle sorprese.

Il mio sguardo continua a scivolare da un tavolo leggermente decentrato alle pareti intorno lungo le quali trovano posto un divano, alcune cassapanche e un grande armadio. Marina lo apre per mostrarmi che gli attrezzi e il materiale di suo padre sono ancora lì, conservati con cura. È come se volesse rassicurare se stessa che nulla è andato perduto, che anche nel riordino e nella trasformazione dello spazio gli oggetti hanno trovato il loro posto. Mi viene in mente un passaggio del suo diario Stolareva kći (La figlia del falegname) in cui aveva scritto che non voleva rinunciare al ricordo di quel disordine così tipico di suo padre.

Vicino all’uscita mi soffermo sul vecchio banco da falegname, evidentemente restaurato. Sopra sono appoggiati calici da vino, bicchierini da liquore e qualche brocca di vetro trasparente.

“Durante la festa dell’Antifascismo abbiamo organizzato qui un ritrovo. Tutti si sono radunati spontaneamente intorno a questo banco e allora ho capito quale dovesse essere la sua nuova funzione: è diventato un bar.”

A un certo punto Marina si interrompe.

”Dai, andiamo di sopra. Ho il forno acceso, mi si brucerà tutto.”

Saliamo la scala esterna e, poco dopo, davanti a me si apre un ambiente che conosco già, in netto contrasto con la sala di sotto. Qui si respira immediatamente aria di casa: uno spazio caldo e accogliente, con il tetto dalle travi di legno a vista. A creare questa atmosfera raccolta contribuiscono anche i tanti oggetti quotidiani: stoviglie, bicchieri, piccoli oggetti disposti sugli scaffali e, soprattutto, libri.

La parete a sinistra, ricoperta da una libreria color legno, termina con una lunga scrivania sotto la finestra, che fa da cornice alla folta chioma di un bagolaro.

Mentre Marina controlla il forno, io tiro fuori un pacco da mezzo chilo di pennette di farro della linea bio della Coop e glielo allungo. “Ti ringrazio, amo queste cose ricercate.” Mi racconta di una calamarata con i piselli e i calamari molto gustosa che aveva assaggiato a Lignano, dopo la presentazione del suo romanzo Il vicino. Aveva persino chiesto la ricetta, che vuole assolutamente provare. Ripenso per un momento a tutte le pietanze, con cui la protagonista di questo suo romanzo, afflitta dalla solitudine, si era sbizzarrita nel tentativo di attirare l’attenzione del suo vicino di casa, servendogliele di nascosto davanti alla porta giorno dopo giorno.

“Dai, accomodati”, mi dice Marina, interrompendo di nuovo il flusso dei miei pensieri.

Mi siedo al tavolo nell’angolo della cucina, pensato per non più di tre persone, e osservo i piatti che la mia ospite porta in tavola: una ciotolina di olive di sua produzione, una di fichi raccolti dai suoi alberi, spicchi di pecorino, zucchine al forno con tortillas e formaggio, poi crackers e una bottiglia di Dingač, appena tolta dal frigorifero.

“Mmm, buono!”, dico dopo il primo sorso scoprendo che quel vino è un regalo di Katarina Peović, esponente politica di Radnička fronta (Fronte dei lavoratori) e studiosa di cultura e media, che di recente era stata ospite di Marina.

Pur vivendo lontana dai centri del potere e della vita culturale, Marina riesce a coltivare una rete di rapporti sorprendentemente ampia. Molte delle persone che passano da queste parti le chiedono di potersi fermare anche solo per un saluto. “Paradossalmente”, mi dice, “qui ho rapporti sociali di qualità migliore rispetto a quando vivevo a Zagabria”.

Tra un boccone e un sorso di vino, la conversazione prende naturalmente forma. Mi congratulo con lei per l’accoglienza ricevuta dal suo ultimo romanzo, Sigurna kuća (Casa sicura). Non è facile suscitare tanto entusiasmo intorno a un libro, osservo.

“Il tema tocca un problema molto sentito”, mi risponde. “Mi interessava raccontare una relazione che sfocia in un femminicidio sventato, con la donna che finisce in carcere”.

Mi parla delle diverse lettrici che si sono riconosciute nella sua storia e che vivono situazioni di difficoltà senza riuscire a trovare una via d’uscita. Le scrivono, le chiedono consigli sul da farsi. Mi spiega che la società non è ancora davvero attrezzata per affrontare problemi di questo genere. A pesare è anche la mentalità patriarcale. A Zagabria, per esempio, esistono diverse Case protette per donne, mentre a Spalato ce n’è appena una. Le strutture, inoltre, non accettano i figli, aggravando ulteriormente la situazione. Così molte madri continuano a vivere in condizioni di pericolo. Anche i tempi di accesso alle strutture di protezione sono lunghi. E spesso nemmeno le famiglie d’origine sono disposte ad accoglierle, per timore del giudizio sociale.

“È un libro che pensa soprattutto alle donne giovani” afferma Marina. “Sono ormai molti anni che seguo questo tema e le statistiche. Dall’inizio dell’anno ci sono stati “solo” quattro femminicidi in Croazia”, precisa. “L’anno scorso erano il doppio. Qualcosa sta cambiando, anche perché l’argomento è sempre più al centro del dibattito pubblico.”

“Se ne parla anche nel resto della regione”, osservo, “in Bosnia e in Serbia. A Belgrado ho visto il libro esposto in alcune delle principali librerie. Non è scontato per uno scrittore croato essere pubblicato in Serbia, così come per un autore serbo trovare spazio in Croazia”.

“Ah sì, lì devo ringraziare soprattutto Dragan Velikić”, commenta, “che mi ha segnalato al suo editore Laguna”. Ricordo, a proposito, che era stato sempre Velikić a parlarmi qualche anno prima del suo romanzo Pitanje anatomije, diventato poi Questione di pelle. Velikić era venuto alla fiera del libro di Pisa per presentare il suo romanzo Bonavia, edito da Keller, e nelle conversazioni girovagando per la città che aveva tanto ammirato, mi aveva consigliato di leggere quel libro di Marina.

Vivendo in Italia, molte letture inevitabilmente mi sfuggono, e parlare direttamente con gli autori è spesso il modo migliore per orientarsi.

“Hai letto Divlje guske di Julijana Adamović?” mi chiede d’un tratto.

Scuoto la testa. “Mai sentito”.

Marina a quel punto si alza e passa in rassegna gli scaffali della libreria alla ricerca del volume. Non riesce a trovarlo. Deve averlo prestato a qualcuno che poi si è dimenticato di restituirglielo. Intanto che cerca me ne indica un altro, di Milijenko Jergović, che ha amato molto: Selidba (Il trasloco). “Lo conosco! È uno dei pochi suoi libri che non sono stati ancora tradotti in italiano, è bello, davvero”.

L’assenza da tavola si prolunga e allora mi alzo anch’io per raggiungerla. Scruto l’ordine che regna sui suoi scaffali. I miei libri, a Modena, finiscono spesso accatastati senza un criterio preciso e non sempre riesco a ritrovarli quando mi servono. Di recente li ho almeno suddivisi per letteratura nazionale, anche se non ancora in ordine alfabetico.

Torniamo a tavola. Marina mi parla dei progetti a cui sta lavorando. Vorrebbe scrivere un libro di saggistica dedicato all’esperienza femminile. Sente che è arrivato il momento di affrontare il tema in modo diretto, senza il filtro della narrativa. Scambiamo impressioni su episodi di violenza vissuti, ma riconosciuti come tali solo col passare del tempo. Conveniamo che nella vita quotidiana esistono molte situazioni che tendiamo a normalizzare, finendo per sorvolarci sopra.

Poi mi parla di un nuovo romanzo, questa volta sull’amore. Mi accenna alla trama. Ho l’impressione che, mentre la racconta, stia mettendo discretamente alla prova il proprio soggetto, verificandone la tenuta attraverso le mie reazioni. Mi sento privilegiata di poter assistere a questo momento ancora così embrionale del processo creativo.

Nel frattempo, Vanja, la sua gatta, continua a essere una presenza silenziosa, accovacciata sulla terza sedia. Marina sorride osservando la sua immobilità. Ormai è diventata un piccolo personaggio mediatico, celebre per le pose che la padrona condivide sui social. La notte precedente era rimasta chiusa fuori casa: era andata a farsi un giro e, quando era rientrata, Marina si era già addormentata e non aveva potuto aprirle. Mi viene da pensare che Vanja stia ancora recuperando le energie.

“Fra le cose più strane che mi siano potute accadere c’è quella di essere diventata una donna che vive con una gatta”, commenta Marina divertita.

Proprio in quel momento squilla il cellulare. È mia madre. Mi ricorda l’appuntamento dal medico. Quando riattacco spiego che mio padre è stato operato all’anca, è appena uscito da un periodo di riabilitazione in una struttura per anziani e, nel frattempo, la demenza continua ad avanzare.

Marina annuisce. Cosa si può dire? È l’età in cui questi problemi iniziano a manifestarsi. Ci è passata anche lei.

Sono già le due e, se voglio arrivare a Spalato in orario, devo rimettermi in viaggio. Marina mi accompagna alla porta. Prima di salutarci mi infila in mano una zucchina, piuttosto grande, del suo orto.

Restiamo d’accordo di rivederci entro la fine di agosto, magari al gumno qui vicino. In questo spazio aperto e circolare, un tempo adibito alla trebbiatura e alla pilatura del grano, qualche anno fa è sorta per iniziativa di un imprenditore locale una specie di anfiteatro in cui vengono organizzati eventi culturali. Sono particolarmente suggestivi gli incontri sull’astronomia: con tutti i monti intorno pietrosi e i mulini a vento, sembra di trovarsi su un altro pianeta, a toccare, in qualche angolo dello sconfinato spazio, l’ultima frontiera dell’uomo.

Quando Marina rientra in casa, mi volto per un ultimo sguardo. Mi tornano in mente le parole del suo diario. Penso alla casa, diversa da tutte le altre in quella zona. Una casa per la quale ai tempi della costruzione era difficile immaginare una sorte simile.

Non c’è nulla di logico. Nulla di veramente prevedibile. Nulla che ti aspetti. Nulla di scontato, riecheggiano le parole di Marina. C’è solo una forza che ti spinge da qualche parte, un luogo che senza di te non è completo e tu che non sei completa altrove.


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