Repressione transnazionale, il caso Cecenia
La Cecenia aggiunge una dimensione particolare alla repressione transnazionale: non è soltanto lo Stato che insegue l’oppositore all’estero, ma anche un sistema di controllo fatto di famiglia, comunità, reti informali e apparati. Seconda puntata del nostro approfondimento

Grozny, Cecenia © artaxerxes_photo/Shutterstock
Grozny, Cecenia © artaxerxes_photo/Shutterstock
Numerosi episodi hanno evidenziato la capacità delle autorità russe e cecene di colpire oppositori politici rifugiatisi in Europa, confermando come la repressione possa estendersi oltre i confini nazionali.
Il caso più noto è quello di Zelimkhan Khangoshvili, georgiano e combattente per la causa cecena, richiedente asilo in Germania, assassinato il 23 agosto 2019 nel Kleiner Tiergarten di Berlino. L’autore materiale dell’omicidio, Vadim Krasikov è stato condannato all’ergastolo nel dicembre 2021 dal Tribunale regionale di Berlino, ed è stato poi estradato in Russia nel 2024, nell’ambito di un massiccio scambio di prigionieri, per venire accolto da Putin stesso.
Imran Aliev, blogger ceceno conosciuto con lo pseudonimo “Mansur Stary” noto per le sue critiche nei confronti di Ramzan Kadyrov è stato trovato morto in una camera d’albergo a Lille, in Francia, il 30 gennaio 2020, con numerose ferite da arma da taglio.
Le indagini francesi hanno portato al rinvio a giudizio di un cittadino ceceno accusato dell’omicidio e, nel 2025, la Corte d’assise del Nord lo ha condannato a vent’anni di reclusione.
Pur non attribuendo formalmente la responsabilità dell’omicidio alle autorità cecene il caso è stato ampiamente richiamato come esempio dei rischi cui sono esposti gli oppositori ceceni in esilio e del più ampio fenomeno della repressione transnazionale.
Germania, Francia, ma anche Austria: nel luglio 2020 Martin Bek, alias Mamikhan Umarov, critico del governo ceceno, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nei pressi di Vienna. L’episodio richiama l’assassinio di Umar Israilov, ex guardia del corpo di Ramzan Kadyrov, ucciso nella capitale austriaca nel gennaio 2009 dopo essere fuggito dalla Cecenia e aver denunciato torture e violazioni dei diritti umani.
Le indagini sull’omicidio di Umar Israilov hanno condotto alla condanna di diversi esecutori materiali.
Le donne cecene
Molte donne cecene non sono perseguitate per le proprie opinioni, bensì per aver cercato di sottrarsi al controllo esercitato dalla famiglia o per aver rifiutato matrimoni forzati, o altre norme sociali rigidamente applicate.
EASO/EUAA evidenzia come in Cecenia il controllo familiare sulle donne sia rafforzato da un contesto istituzionale in cui le autorità tendono a privilegiare la riconciliazione familiare rispetto alla tutela della vittima.
Sotto il dominio di Ramzan Kadyrov, la violenza domestica è stata effettivamente istituzionalizzata e le autorità incoraggiano l’idea che la vita delle donne debba essere rigorosamente controllata dai parenti maschi. La nozione di onore familiare è usata per giustificare i crimini contro le donne.
Le cecene che si rifugiano in altre regioni della Federazione Russa continuano a essere localizzate dai familiari attraverso reti informali, denunce di scomparsa o con il coinvolgimento delle forze dell’ordine locali. In diversi episodi, le autorità di polizia hanno trattenuto le donne in attesa dell’arrivo dei parenti oppure hanno agevolato il loro ritorno coatto in Cecenia.
Un nome fra gli altri: Seda Suleymanova, ventiseienne che era scappata a San Pietroburgo per sottrarsi a un contesto di violenza e a un matrimonio imposto. Nell’agosto 2023 è stata fermata dalla polizia e consegnata ai propri familiari, che l’hanno riportata in Cecenia.
Da allora non si hanno più notizie certe sulla sua sorte e si ipotizza che possa essere stata vittima di un delitto d’onore. La vicenda ha assunto ulteriore rilievo per la perseveranza della sua amica Lena Patyaeva, che continua a organizzare picchetti solitari e campagne pubbliche per chiedere un’indagine effettiva sulla sua scomparsa. Per questo è stata ripetutamente fermata e arrestata.
Il 28 luglio 2026 il gruppo di crisi “Nord Caucaso SOS”, organizzazione nota per il sostegno a persone LGBTQ+ e donne in fuga da situazioni di violenza nelle repubbliche del Caucaso settentrionale è stato designato dalle autorità russe come “organizzazione estremista”.
La decisione si inserisce nel più ampio quadro della criminalizzazione delle reti indipendenti di tutela dei diritti umani in Russia. Nord Caucaso SOS ha dichiarato che la designazione non interromperà le proprie attività, ma renderà il lavoro più complesso e rischioso: l’organizzazione ha già ridotto la propria presenza sul territorio russo, eliminato alcune modalità di finanziamento interne e rafforzato le misure di sicurezza per proteggere sia gli operatori sia le persone assistite.
Le cecene fuggite in Caucaso del Sud
Georgia e Armenia, per la loro vicinanza geografica alla Cecenia rappresentano per molte donne una destinazione più accessibile dell’Europa. Luttuosi casi mostrano quanto le cecene possano rimanere esposte al rischio di essere rintracciate e ricondotte con la forza, o direttamente uccise, nel contesto delle capacità di repressione transnazionale nella regione.
Aliya Ozdamirova si era rifugiata in Georgia nell’ottobre 2025. A novembre sarebbe stata attirata con l’inganno e trasferita in Russia. Secondo attivisti per i diritti umani, Ozdamirova sarebbe successivamente morta in circostanze compatibili con un delitto d’onore. La Procura georgiana ha aperto un’indagine sul suo rapimento e sulla sua morte, le eventuali responsabilità individuali o istituzionali restano oggetto di accertamento.
Un altro caso emblematico è quello di Laura Avtotrkhanova, ventiquattrenne fuggita in Georgia per sottrarsi a una situazione di violenza domestica. Dopo aver ottenuto una misura di protezione e ospitalità in una struttura sicura, nel 2025 è stata trovata e i familiari hanno cercato di rapirla.
L’intervento delle autorità georgiane ne ha impedito il trasferimento coatto, tuttavia il fatto che i familiari siano riusciti a individuarla dimostra la capacità delle reti familiari transnazionali di operare fuori della Cecenia.
Nell’ottobre 2025 Aishat Baimuradova, rifugiatesi a Yerevan, è stata trovata morta. Le autorità armene hanno indicato come sospettati due cittadini con passaporto russo. Il suo corpo è rimasto per oltre cinque mesi in obitorio perché, secondo le norme armene, la consegna del corpo per la sepoltura spettava ai parenti. Ma i familiari non hanno risposto alle richieste delle autorità.
Alla fine le autorità armene hanno organizzato la sepoltura a proprie spese nel cimitero di Nubarashen, a Yerevan. Alla cerimonia hanno partecipato amici e attivisti, che si erano mobilitati perché la sua dignità non venisse calpestata anche da morta, e non venisse trattata come un corpo senza nome.
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