Allargamento UE: la Serbia non avanza
Mentre Bruxelles accelera sull’allargamento, dando una nuova spinta ai negoziati di adesione con Montenegro, Albania, Ucraina e Moldova, Belgrado resta al palo, nonostante le ormai consuete manovre del presidente Vučić

Aleksandar Vučić a Bruxelles nel 2021 © Alexandros Michailidis/Shutterstock
Aleksandar Vučić a Bruxelles nel 2021 © Alexandros Michailidis/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans, il 16 luglio 2026)
Il percorso europeo della Serbia ha subito l’ennesima battuta d’arresto per via della mancanza di consenso tra gli stati membri dell’UE sull’apertura del cluster 3 (competitività e crescita inclusiva) dei negoziati di adesione. Grazie all’impulso di Francia, Germania e Commissione europea, la questione potrebbe tornare rapidamente all’ordine del giorno. Ma anche se la Serbia dovesse ricevere il via libera nelle prossime settimane o in autunno, tale progresso rappresenterebbe solo una vittoria simbolica per Belgrado.
A giudicare dalle posizioni espresse dagli stati membri e dalla Commissione, la Serbia dovrà fare molto di più per approfittare dello slancio che sta portando il Montenegro e l’Albania verso una possibile adesione all’Unione europea entro il 2030.
A inizio luglio si è assistito ad un copione già visto nell’ambito del processo di integrazione europea della Serbia: un’offensiva diplomatica a Bruxelles, trattative in extremis, incertezza fino all’ultimo. Anche questa volta, però, la strategia di Belgrado non ha prodotto i risultati sperati. I colloqui tra i rappresentanti degli stati membri hanno confermato che, dopo quasi cinque anni di stallo, il necessario consenso sulla Serbia rimane irraggiungibile.
La battuta d’arresto è tanto più eclatante in quanto giunge in un momento in cui gli altri paesi candidati stanno compiendo progressi storici. Lo scorso 14 luglio [durante le conferenze intergovernative tenutesi a margine della riunione del Consiglio affari generali] Montenegro, Albania, Ucraina e Moldova hanno aperto o chiuso simultaneamente diversi capitoli negoziali in una giornata definita a Bruxelles il “super martedì” della politica di allargamento.
A Belgrado, la prima reazione alla mancata apertura del cluster 3 è stata quella di mobilitare i tabloid filogovernativi, lanciando attacchi contro i paesi vicini, in particolare contro la Croazia e la Bulgaria, accusate di ostacolare il percorso europeo della Serbia.
Berlino cambia rotta
Durante il dibattito sulla Serbia, sette stati membri hanno votato contro l’apertura del cluster 3: Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Finlandia, Lituania, Estonia e Croazia. Tra quelli che invece si sono detti favorevoli spiccano Francia, Germania, Italia e Spagna.
La principale novità riguarda proprio il cambio di posizione di Berlino. La Germania si è unita ai paesi favorevoli all’accelerazione dei negoziati con Belgrado, mentre in precedenza aveva sottolineato le criticità riguardanti lo stato di diritto e la riluttanza di Belgrado ad allinearsi alla politica estera dell’UE, ma anche lo stallo nelle indagini sull’attacco a Banjska, in Kosovo.
Anche l’atteggiamento della Commissione europea è cambiato in modo significativo. Anziché limitarsi, come ha fatto finora, a fornire una valutazione tecnica dicendosi pronta ad aprire il cluster 3 con la Serbia, la Commissione si è sforzata di elaborare una solida argomentazione politica a sostegno di tale posizione.
Secondo Bruxelles, la Serbia ha, nel complesso, rispettato gli impegni assunti nel “non paper” presentato alla fine del 2024, nonché le condizioni stabilite al recente vertice UE-Balcani occidentali a Tivat, in particolare per quanto riguarda la riforma della magistratura, l’attuazione delle raccomandazioni dell’Ufficio OSCE per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) e alcune misure relative alla libertà dei media.
Per Jan Gert Koopman, direttore generale della direzione della Commissione europea per la politica di allargamento, la situazione in Serbia è tutt’altro che ideale, ma Belgrado ha adottato le misure specifiche che erano state definite come prerequisito per l’apertura del cluster 3. “I progressi compiuti devono essere riconosciuti e l’Unione europea deve rispondere reciprocamente aprendo il cluster 3”, ha affermato Koopman.
Vučić a Kyiv
Questa apertura si potrebbe a breve concretizzare non tanto grazie alle riforme quanto per ragioni geopolitiche. Il fatto che il presidente serbo Aleksandar Vučić si sia recato a Kyiv lo scorso 15 luglio, per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, potrebbe contribuire a questa dinamica.
Partecipando al vertice Ucraina-Europa sudorientale insieme ad Ursula von der Leyen e altri leader europei, Vučić ha cercato di fornire un’immagine di sé come di un affidabile partner europeo. Tuttavia, a mettere in discussione questa immagine è stata la decisione del presidente serbo di non firmare la dichiarazione finale del vertice, con cui si condanna l’aggressione russa all’Ucraina.
I sostenitori dell’apertura del cluster 3, tra cui Francia e Germania, ritengono che a Belgrado debba essere offerta l’opportunità di mantenere salda la rotta verso l’UE, anche allontanandosi gradualmente dall’influenza russa e cinese. Diverse fonti diplomatiche a Bruxelles indicano che questo approccio si basa, in particolare, sulle garanzie della Serbia riguardo a progressi significativi, da compiere entro la fine dell’anno, sul fronte dell’allineamento alla politica estera dell’UE – attualmente limitato al 63% – anche attraverso una qualche forma di partecipazione al regime di sanzioni contro la Russia.
Francia e Germania ritengono che sia controproducente continuare a bloccare quello che definiscono un passaggio prettamente “tecnico”. Tale strategia rischierebbe di isolare ulteriormente la Serbia in un momento in cui l’Albania e il Montenegro stanno compiendo rapidi progressi. Parigi e Berlino mettono in guardia sul rischio che si crei una “zona grigia” nel cuore dei Balcani occidentali e alle porte dell’UE.
D’altra parte, i Paesi Bassi e altri scettici ritengono che le misure adottate da Belgrado non siano sufficienti per un rafforzamento sostanziale dello stato di diritto e che non ci sia alcun segnale convincente che dimostri una chiara scelta geopolitica a favore dell’Unione europea.
Se l’Aja e i suoi alleati dovessero alla fine cedere alle pressioni della maggioranza, l’apertura del cluster 3 rappresenterebbe il primo progresso concreto nei negoziati di adesione della Serbia in quasi cinque anni.
Tuttavia, le posizioni sostenute dalla Commissione europea, comprese quelle di diversi stati membri favorevoli all’accelerazione dei negoziati con la Serbia, suggeriscono che l’apertura del cluster 3 rappresenterebbe solo una vittoria limitata per Belgrado. Senza un cambiamento più profondo nell’approccio alle riforme e alle questioni relative allo stato di diritto e agli standard democratici, sarà difficile affrontare le fasi successive del processo di adesione.
“Le riforme adottate rimangono insufficienti per qualsiasi ulteriore passo avanti dopo l’apertura del cluster 3. Resta ancora molto da fare per quanto riguarda i criteri relativi allo stato di diritto, come già evidenziato nel nostro rapporto di giugno”, ha affermato Jan Gert Koopman.
Nell’ultimo rapporto della Commissione europea si sottolineano infatti gravi criticità sul fronte della giustizia, della libertà di stampa e dei principi democratici. Inoltre, la Serbia è tra i fanalini di coda nei Balcani occidentali nell’attuazione delle riforme e nell’assorbimento dei finanziamenti del Piano di crescita. La Commissione resta scettica sulla capacità di Belgrado di soddisfare i requisiti dello stato di diritto necessari per ricevere i finanziamenti previsti.
“Anche se il cluster 3 venisse aperto, la Serbia rimarrebbe indietro rispetto ad esempio all’Albania. Oltre a questo cluster, altri tre restano chiusi. In diverse aree, la Serbia non ha nemmeno soddisfatto le condizioni minime necessarie affinché la Commissione raccomandi l’apertura”, sottolinea Adi Ćerimagić del think tank European Stability Initiative (ESI).
Gli anni di stallo hanno dimostrato quanto fosse difficile raggiungere un consenso europeo sulla Serbia, e questa realtà sembra destinata a persistere anche dopo un’eventuale apertura del cluster 3.
In altre parole, al momento non sembra essere in programma alcun trattamento preferenziale o percorso accelerato per consentire a Belgrado di recuperare terreno rispetto ai paesi più avanti nel percorso di adesione.
Ad ogni modo, un’eventuale apertura del cluster 3 sarebbe presentata dalla leadership serba come un grande successo politico, soprattutto nell’ottica di una futura campagna elettorale.
Alcuni diplomatici a Bruxelles sottolineano però che, con l’avvicinarsi delle elezioni in Serbia, gli stati membri saranno sempre più riluttanti a fare importanti concessioni politiche a Belgrado per evitare che vengano sfruttate a fini elettorali.
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