Incentivi e nostalgia: la Moldova cerca di riportare a casa la diaspora
La popolazione moldava continua a diminuire, ma nel paese si stanno finalmente aprendo nuovi spazi e opportunità lavorative e tra gli emigrati qualcuno decide di rientrare. Un reportage da Chișinău

Parco “Valea Trandafirilor” a Chișinău
Parco "Valea Trandafirilor" (valle delle rose) a Chișinău (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
(Questo reportage è stato originariamente pubblicato dalla testata ceca Deník Referendum.)
“Chișinău è una città di contrasti”, mi dice Sasha, un ragazzo che sta bevendo un decaffeinato e fumando una sigaretta al centro comunitario Casa Zemstvei. La frase potrebbe sembrare un cliché, ma si fa concreta mentre passeggio per la capitale moldava.
Gli ampi viali, dove si susseguono colonne di auto e filobus blu e bianchi, sono fiancheggiati da imponenti strutture brutaliste in cemento, ma anche da bianchi edifici in pietra ornati da bassorilievi neoclassici. A pochi isolati di distanza i grandi viali lasciano il posto a strade dissestate, e anche in centro città si trovano basse case di legno.
Sui marciapiedi, anziane signore con foulard in testa cercano di vendere mazzi di narcisi, piccoli cactus o cipollotti freschi per pochi soldi. Nelle vicinanze spiccano le insegne di negozi spaziosi e moderni e di caffè e ristoranti eleganti, spesso etichettati come “ristoranti europei” su Google Maps.
“Chișinău ti sembra una città europea o sovietica? Degli amici venuti da fuori mi hanno detto che sembra europea, e questo mi ha riempito d’orgoglio”, è un’affermazione che ho sentito più volte, in diverse varianti, durante il mio soggiorno in città.

Chișinău (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
Tra la Russia e l’UE
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022 la situazione geopolitica domina il dibattito pubblico moldavo. Molti temevano che se l’Ucraina fosse caduta sarebbe poi toccato alla Moldova, un paese adiacente e quasi venti volte più piccolo.
Questo non è accaduto, ma la guerra colpisce direttamente il paese. Nel marzo 2026 il governo ha dichiarato lo stato di emergenza a causa della contaminazione del fiume Dnestr con carburante, in seguito all’attacco russo a una centrale idroelettrica ucraina. Gli attacchi russi contro le infrastrutture elettriche ucraine causano frequenti interruzioni di corrente in Moldova.
Nel dicembre 2023 l’Unione europea ha avviato i negoziati di adesione con la Moldova, e il governo moldavo sta adottando rapidamente molte delle riforme richieste. Nel 2024 il cammino dell’integrazione è stato confermato, seppur di stretta misura, in due elezioni simultanee: un referendum sull’inserimento del progetto di integrazione europea nella costituzione e le elezioni presidenziali, in cui la liberale Maia Sandu ha ottenuto un secondo mandato consecutivo. Nel 2025 il suo partito, il PAS, ha vinto anche le elezioni parlamentari.
Senza i voti della diaspora, che oggi conta circa un milione di cittadini moldavi, l’esito di quelle votazioni sarebbe stato diverso.
Sempre meno abitanti
La Moldova rimane tra i paesi più poveri d’Europa, ed è uno dei paesi che si sta spopolando più rapidamente: nel 1991 la popolazione era di quasi quattro milioni e mezzo di persone, mentre oggi è inferiore ai tre milioni.
“Secondo la tradizione, quando qualcuno muore otto uomini dovrebbero scavare la tomba – ma in alcuni villaggi ormai è difficile trovare otto uomini adulti”, racconta il sociologo e giornalista Vitalie Sprînceană. La popolazione sta invecchiando, e in futuro potrebbe diventare ancora più difficile sostenere le pensioni e i servizi pubblici, già oggi sotto-finanziati.

Parco “Valea Trandafirilor” (valle delle rose) a Chișinău (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
L’emigrazione di massa è cominciata negli anni Novanta. Inizialmente erano principalmente uomini che andavano a lavorare in cantieri edili in Russia, visto che ne parlavano la lingua e non serviva il visto. In seguito l’emigrazione si è spostata verso ovest, soprattutto in Romania e in Italia, dove le donne moldave hanno risposto alla crescente domanda di badanti.
In particolare, l’ingresso della Romania nell’Unione europea nel 2007 ha innescato un’ondata di emigrazione, dato che ha reso più semplice attraversare i confini. Circa un terzo della popolazione moldava ha infatti la doppia cittadinanza moldava e romena, perché la Romania concede la cittadinanza a chiunque fosse cittadino romeno prima del 1940, anno in cui l’Unione sovietica annetté l’odierno territorio della Moldova, o ne sia un discendente (fino alla terza generazione).
Emigranti più partecipi
“Quando studiavo io i diplomi si compravano: avevo compagni di classe che non si presentavano mai a scuola, eppure ottenevano i voti migliori”, spiega Vlada Ciobanu nell’austera sede del Centro per le politiche e le riforme, un’organizzazione della società civile che si occupa di trasparenza e partecipazione civica. “Se ti laureavi in Moldova, era quasi doveroso poi conseguire una laurea magistrale all’estero”, aggiunge.

Vlada Ciobanu (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
Come conferma il sociologo ed esperto di migrazioni Alexandr Makuhin, emigrare era diventata la norma per chi voleva costruirsi una carriera professionale. Vitalie Sprînceană conferma, ma aggiunge che molti “medici, ingegneri, insegnanti e scienziati sono emigrati in Occidente per svolgere lavori ben al di sotto delle loro qualifiche”.
Il dibattito pubblico sull’emigrazione è cambiato con la diffusione dei social network e l’arrivo al potere di partiti che puntano a una rapida adesione all’UE.
Parte della diaspora ha iniziato a partecipare alla vita politica nazionale da lontano: “hanno iniziato a commentare assiduamente la situazione interna, e hanno iniziato a partecipare alle elezioni. Le cosiddette forze filo-europee si sono rese conto che si trattava di un elettorato potenziale enorme, e hanno iniziato a rivolgersi alla diaspora”, spiega Sprînceană.
La febbre dell’oro
Per rafforzare i legami tra gli emigrati e la madrepatria e, soprattutto, incoraggiarne il ritorno, nel 2012 il governo moldavo ha istituito un Ufficio per le relazioni con la diaspora.
“Tornare in Moldova è come tornare nel Far West, è come andare in California durante la corsa all’oro. Non è facile, ma il momento migliore per tornare è adesso. Devi lavorare come un matto per un anno o due, ma poi inizierai a guadagnare abbastanza da fare una vita migliore di quella che avresti negli Stati Uniti o in Europa”, sostiene Vlad Vedrașco, 38 anni, camicia bianca a righe blu.
Ci incontriamo in uno di quei “ristoranti europei” dove gli piace fare colazione. I prezzi sono effettivamente europei: per un’acqua minerale grande, un latte macchiato, un’omelette e una bruschetta con roast beef spendiamo l’equivalente di oltre 20 euro – in un paese dove lo stipendio medio si aggira sugli 800 euro.
Vedrașco, figlio di viticoltori e laureato in economia, era emigrato negli Stati Uniti nel 2013 per inseguire il suo “sogno americano”. Dice di aver ereditato il “gene imprenditoriale” dai suoi genitori e, in breve tempo, aveva ottenuto successo nel commercio elettronico. “Ma non mi sentivo realizzato, stavo sempre aspettando un motivo per tornare”, racconta.
Il motivo l’ha trovato nel 2018, quando i suoi genitori non sono più stati in grado di gestire l’azienda vinicola. Oggi Vedrașco esporta vino dal suo villaggio natale verso l’UE: “il mio sogno americano l’ho realizzato in Moldova”, dichiara.
Costruire una “Moldova europea”
Per attrarre giovani professionisti, lo stato moldavo sta cercando di promuovere storie simili di rimpatriati di successo. La maggior parte dei programmi di rimpatrio si rivolge a piccoli imprenditori e offre loro agevolazioni fiscali e sovvenzioni. Ma grazie ai finanziamenti europei e alla diffusa carenza di personale, è diventato piuttosto semplice anche fare carriera nella pubblica amministrazione.
Pure nel terzo settore, “se vuoi fare qualcosa vedi i risultati relativamente in fretta. Si ha la sensazione di contare e che la propria voce abbia più peso qui che all’estero”, conferma Vlada Ciobanu del Centro per le politiche e le riforme.
Ciobanu è tornata nel paese nel 2013. “Tutti mi guardavano in modo strano. A quei tempi tornare dall’estero era visto come un fallimento. Negli anni successivi, la maggior parte dei miei amici se n’è andata. Alcuni dicevano che sarebbero tornati quando il paese si fosse stabilizzato, quando ci fosse stata più democrazia: ma chi farà in modo che questo avvenga?”, chiede Ciobanu con un ampio sorriso.

Chișinău (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
Meglio poveri in patria che ricchi all’estero
In un’altra giornata di sole, con Stela Crudu e suo fratello, lo scrittore Dumitru, mi dirigo verso una scuola secondaria nel sud di Chișinău, dove studia la più giovane dei sei figli di Stela.
“[Stela] è andata in Italia a lavorare come badante, ci ha messo due anni per ripagare i debiti che aveva. Per altri tre ha cercato di risparmiare un po’ di soldi, e dopo cinque anni è tornata”, spiega Dumitru per conto della sorella. Stela sorride raggiante e aggiunge: “milletrecento, millequattrocento euro” [in italiano, ndr].
Oggi Stela lavora in una fabbrica di automobili nel suo paese. “Quattrocento, cinquecento euro”, aggiunge. “Ma dice che preferisce essere povera nella sua terra piuttosto che ricca all’estero. Anche perché qui può vivere in una casa sua e avere degli animali”, traduce Dumitru.
Nella scuola parlo anche con Alina, un’insegnante di francese che ha vissuto a Roma insieme al marito. Ricorda con esattezza il tempo trascorso da emigrante: cinque anni, otto mesi e due giorni. “È stata un’opportunità per imparare tantissime cose; mi ha aperto gli orizzonti! Ci siamo integrati bene… ma nella propria terra si respira in modo diverso”, riassume.
Alina descrive con entusiasmo i progressi del sistema scolastico moldavo; poi le chiedo delle condizioni di lavoro nell’istruzione pubblica: “di solito non mi lamento”, esordisce Alina. “Ma… è vero che la situazione economica nella scuola pubblica è un po’ difficile.” Secondo Alina, lo Stato dovrebbe aiutare tutti i rimpatriati a reintegrarsi, non solo gli imprenditori. “Conosco persone che sono tornate, sono rimaste qui per due o tre anni e poi sono ripartite”, conclude.
Un attimo dopo sono seduta con Stela e sua figlia in un caffè nel parco. La figlia afferma senza esitazione che dopo il diploma andrà all’estero. Non sa dove o per fare che cosa – ha solo quindici anni –, ma vuole andarsene.
La stragrande maggioranza non tornerà
Come conferma l’esperto di migrazioni Alexandr Makuhin, l’auspicata inversione di tendenza non si sta verificando. Tra il 2020 e il 2025 la Moldova ha perso più di 200.000 persone. Molti si sentono ormai più legati al Paese dove si sono trasferiti, e chi torna lo fa principalmente per motivi personali.
“Spesso i programmi governativi rivolti alla diaspora cercano di fare leva sui sentimenti nostalgici: siete moldavi, tornate nel vostro Paese, vi accoglieremo a braccia aperte! Può sembrare cinico, ma è il sostegno economico il modo più efficace per convincerli a tornare”, conclude Makuhin.

Alexandr Makuhin (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
Vlada Ciobanu osserva però che non si può attrarre le persone solo con la promessa di un buon lavoro: “abbiamo bisogno di un trasporto pubblico migliore, di stato sociale, di alloggi a prezzi accessibili. Di questo non si parla. Dorin Recean [ex primo ministro] ha affermato che è meglio non intervenire nel mercato immobiliare, il che contraddice l’esperienza di altri Paesi”.
Quando chiedo a Vitalie Sprînceană cosa dovrebbe fare il governo per convincere i cittadini emigrati a tornare, mi risponde con una domanda: “Ne abbiamo davvero bisogno? La stragrande maggioranza non tornerà mai, non ha senso spendere risorse pubbliche per convincerli. Sì, la Moldova ha bisogno di persone, – ma in tante regioni del mondo la vita è molto più difficile, e per molte di quelle persone la Moldova può rappresentare una meta attraente.”
Un paese perfetto per decostruire
Trascorro il sabato sera alla festa d’addio del centro comunitario Casa Zemstvei. È un luogo unico nel suo genere in città: ha ospitato un queer café, proiettava film indipendenti, proponeva conferenze o semplicemente offriva uno spazio per la gioia condivisa del karaoke. Ora, dopo quindici anni, chiude. Il Museo nazionale di etnografia, proprietario dell’edificio, a quanto pare vuole ristrutturare lo spazio e non ha rinnovato la convenzione con il centro comunitario.
Durante i discorsi di chiusura prende la parola una donna dai capelli corti con esperienza di emigrazione. “Per me, dopo essere tornata dalla Romania, Casa Zemstvei ha rappresentato un luogo dove ho vissuto tante esperienze magiche, dove mi sono riconnessa con le persone e dove mi sono innamorata”, racconta commossa al microfono.

Festa di chiusura di Casa Zemstvei (foto © Petra Dvorakova/Denik Referendum)
Alla fine di una splendida serata piena di canti, balli e condivisioni, mi ritrovo in giardino accanto a una donna dai capelli scuri che racconta come, durante i suoi studi in Italia, inizialmente nessuno volesse supervisionare la sua tesi sulla pratica della governance anarchica. “Tutti mi dicevano che era un’utopia, gli mancava l’immaginazione. Abbiamo ancora così tanto da disimparare, così tanto da decostruire!”.
Le chiedo perché sia tornata dall’Italia. “Cosa c’è da fare in Italia?”, risponde. Le rigiro la domanda: “Cosa c’è da fare in Moldova?”. Non ha esitazioni: “È un paese molto piccolo e dinamico. Costruiamo, ricostruiamo, distruggiamo e cerchiamo costantemente qualcosa di nuovo. La Moldova è il paese perfetto per disimparare e decostruire – molto meglio dell’Occidente.”
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Questo articolo è stato prodotto nell'ambito del progetto EU Neighbours East, a cui OBCT partecipa insieme con altre undici testate europee.
Tag: Diaspore | Spopolamento










