Macedonia del Nord, la società civile chiede supporto a Bruxelles

In un contesto di tagli ai finanziamenti, stagnazione dello Stato di diritto e politiche reazionarie, “l’UE deve essere presente per aiutare il Paese a rimanere sulla strada verso l’adesione”. Intervista a Sanela Shkrijelj, ex deputata e viceministra per il Lavoro e le politiche sociali della Macedonia del Nord

14/07/2026, Federico Baccini Bruxelles
Skopje © Mazur Travel/Shutterstock

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In quella che ormai sembra essere diventata a tutti gli effetti una palude stagnante, con pochissimi – se non nulli – movimenti positivi, il percorso di adesione all’Unione europea per la Macedonia del Nord continua a rimanere bloccato.

Eppure, per la società civile macedone la fiammella della speranza non si è completamente spenta, e ancora spera in un’improvvisa svolta nei negoziati di adesione all’UE per vedere messe a terra le riforme interne a lungo attese.

La prospettiva di un’ulteriore delusione si profila già all’orizzonte.

“È preoccupante che la Macedonia del Nord non sia più un tema di primo piano nelle discussioni a Bruxelles”, è quanto spiega Sanela Shkrijelj, consulente in materia di politiche e parità di genere che ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e poi quello di viceministra dal 2017 al 2020.

In un’intervista per OBCT, l’ex parlamentare (fino al 2024) mette in chiaro che “ora più che mai l’UE dovrebbe essere presente per aiutare il Paese a rimanere sulla strada verso l’adesione”, sostenendo la società civile “in un contesto di tagli ai finanziamenti”.

Il percorso di adesione della Macedonia del Nord all’UE ha subito ritardi in parte a causa delle controversie bilaterali con la Bulgaria, ma anche per l’assenza di riforme interne. Quali sono le sfide maggiori?

Abbiamo bisogno prima di tutto di una riforma giudiziaria e contemporaneamente di una riforma del funzionamento delle istituzioni, perché non sono pienamente operative e vengono spesso utilizzate come strumenti dei partiti politici. Questi sono i due aspetti più importanti.

Non servono solo leggi migliori che tutelino lo Stato di diritto, ma anche istituzioni composte da persone dotate delle capacità e delle competenze necessarie, che possano garantire risultati concreti per i cittadini.

La corruzione è il risultato di istituzioni disfunzionali e, per decenni, la pubblica amministrazione è stata trattata come uno spazio in cui i partiti politici, una volta saliti al potere, assumono persone che voteranno per loro, non sulla base del merito e delle competenze.

Un cambio di passo non dovrebbe essere compiuto solo perché Bruxelles lo richiede, ma perché abbiamo davvero bisogno di uno Stato funzionante attraverso processi di riforma interna.

Tutto questo potrebbe rilanciare la traiettoria di adesione all’UE?

Sì, tutto ruota attorno alla volontà politica. Posso confermarlo dall’esperienza di ex deputata e viceministra.

Se i partiti politici fossero d’accordo sul fatto che lo Stato di diritto e la corruzione rappresentano le nostre sfide più grandi e che vogliamo davvero affrontarle, si sarebbe già fatto molto di più di quello che vediamo oggi.

A livello di dichiarazioni, tutti gli attori politici dicono di voler migliorare la situazione. Ma quando si tratta di adottare misure concrete, si nota una mancanza di volontà politica.

Stiamo vivendo un periodo di transizione senza fine e la corruzione è molto presente nella nostra vita quotidiana. Sta diventando parte del normale funzionamento delle istituzioni e della percezione dei cittadini che essa sia necessaria se si vuole ottenere qualcosa.

Purtroppo, nel corso degli anni abbiamo dimostrato che, a meno che non ci sia un fattore esterno a guidarci nel processo di riforma, non otteniamo risultati molto positivi nell’attuazione di riforme importanti per il Paese nel suo complesso e per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

La maggioranza della popolazione desidera ancora far parte dell’UE, ma la fiducia che ciò possa davvero accadere sta gradualmente diminuendo.

I quadri di adesione all’UE includono anche criteri relativi alla non discriminazione e all’uguaglianza di genere.

Quando era al potere il precedente governo guidato dai socialisti, sono state adottate una legge contro la discriminazione e una sulla parità di genere in linea con gli standard dell’UE, oltre alla ratifica della Convenzione di Istanbul.

Si è trattato di messaggi politici importanti rivolti ai gruppi emarginati, alle donne e alle ragazze del Paese, a dimostrazione del fatto che il governo stava affrontando le sfide esistenti.

Tuttavia, l’attuazione di queste leggi è un’altra questione, ed è proprio qui che abbiamo incontrato difficoltà.

Ora stiamo addirittura assistendo a una reazione inversa.

Non solo perché al potere c’è un partito di destra nazionalista per cui la parità di genere e la non discriminazione non sono le priorità, ma anche perché stiamo vedendo misure concrete volte a smantellare una legislazione progressista.

Per esempio, il movimento anti-gender – spesso allineato con i partiti filorussi – sta esercitando forti pressioni su diverse leggi in materia di istruzione relative alla parità di genere e alla non discriminazione.

E questo che impatto pratico ha?

Diversi deputati del partito al governo VMRO, sebbene si presentino come di centro-destra, sono apertamente allineati con il movimento anti-gender.

Si concentrano su una retorica patriottica che esorta ad avere più figli, ma nessuno sta affrontando seriamente le ragioni per cui i giovani lasciano il Paese e scelgono di non mettere su famiglia.

Una tendenza simile si osserva anche sul fronte degli standard economici.

Il salario minimo è aumentato costantemente quando i socialdemocratici erano al potere, ma ora non è più una priorità e il tenore di vita è in caduta libera, con salari che non aumentano allo stesso ritmo del costo della vita, mentre l’inflazione rimane elevata.

Noto anche un cambiamento nel modo in cui le istituzioni interagiscono con le organizzazioni della società civile, che si stanno chiudendo alla cooperazione in particolare nei settori dei diritti umani e dei diritti delle donne.

Per esempio, molte leggi sono state adottate senza un adeguato processo di consultazione.

Questo è legato alla più ampia reazione anti-gender, che sta contribuendo anche a un aumento degli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile da parte di portali online, emittenti televisive e influencer allineati con il partito al governo.

L’avvio dei negoziati di adesione all’UE è ancora possibile?

Voglio davvero crederlo, soprattutto vista l’attuale situazione globale. Come me, la maggioranza dei cittadini della Macedonia del Nord vede ancora l’Unione europea come l’unica opzione praticabile.

Tuttavia, sul campo, non sono sicura che a Bruxelles si capisca del tutto che, se l’UE non è sufficientemente presente qui, si creerà un vuoto – e qualcun altro lo colmerà.

È positivo che l’Albania e il Montenegro si stiano avvicinando all’adesione. Tuttavia, le questioni più ampie nei Balcani occidentali non si risolveranno per magia.

Tutto è interconnesso in questa regione. Senza integrare l’intera regione nell’Unione, non possiamo parlare di stabilità, non solo nei Balcani occidentali, ma in tutta Europa.

Esiste una reale possibilità che il governo in carica adotti le modifiche costituzionali richieste dal quadro negoziale?

In Macedonia del Nord tutti sono consapevoli delle condizioni imposte dal quadro negoziale, anche il partito al governo, e a un certo punto sarà necessario apportare le modifiche costituzionali.

Nessuna persona razionale nel paese crede che il quadro negoziale con l’UE possa essere modificato. Tuttavia, quando intraprenderemo questi passi, Bruxelles dovrà sostenerci senza esitazioni.

In ogni caso, è improbabile che l’attuale governo lo faccia durante questo mandato. Ma esiste una forte possibilità – e le discussioni sono già in corso – che vengano indette elezioni parlamentari anticipate.

Siamo consapevoli che attualmente c’è uno slancio spinto dai colloqui con il Montenegro e l’Albania, ma anche che c’è il rischio che questa finestra di opportunità si chiuda nuovamente per un certo periodo.

Non vogliamo che questo accada, perché se l’Unione non è presente qui come dovrebbe, altri interessi subentreranno.

La relazione del Parlamento europeo ha chiaramente affermato che la Macedonia del Nord sta scivolando verso il cosiddetto “mondo serbo”. E sappiamo che dietro questa influenza c’è la Russia.

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