Conservare l’acqua sotto i nostri piedi: l’Adriatico riscopre la ricarica delle falde
Il progetto Blue Recharge, tra Italia e Croazia, punta su una tecnica efficace e meno invasiva delle dighe per stoccare l’acqua. E per incentivarla costruisce i “crediti blu” sul modello di quelli del carbonio

Risparmio idrico
Risparmio idrico - Foto © New Africa/shutterstock
Tra le grandi sorgenti carsiche della sponda balcanica e le ricche falde del nordest italiano, intorno all’Adriatico centro-settentrionale l’acqua è sempre stata abbondante. Ora, però, questa ricchezza non è più scontata. Un vecchio problema come il sovrasfruttamento si aggrava soprattutto sulle coste, invase da migliaia di turisti proprio nella stagione estiva, in cui caldo e siccità si fanno più frequenti.
Le falde impoverite contrastano con sempre maggiore difficoltà l’infiltrazione di acqua salata, con rischi gravissimi per l’agricoltura. Il tutto tra infrastrutture spesso vecchie, sprechi diffusi e gestioni non sempre efficaci.
Per affrontare queste sfide, le politiche di coesione europee sostengono diversi progetti. Alcuni puntano su governance e ammodernamento delle reti; altri, come Blue Recharge, scommettono su ricerca e innovazione, a partire dal luogo più importante dove conservare l’acqua: il terreno sotto i nostri piedi.
Ricaricare le falde: la soluzione sottovalutata
Dighe e bacini artificiali sono il modo più diffuso di immagazzinare l’acqua, ma non l’unico. Accanto a queste tecniche antiche quanto invasive ne esiste una molto più economica e meno impattante: la ricarica controllata delle falde (Managed Aquifer Recharge, MAR). Il principio è semplice: stoccare nel sottosuolo l’acqua che si accumula in eccesso in alcuni periodi dell’anno (nei climi mediterranei, in autunno e in inverno), creando una riserva da cui attingere nel periodo in cui scarseggia, cioè in primavera ed estate.
Le falde possono essere ricaricate in diversi modi. I bacini di infiltrazione sono superfici permeabili, spesso ricavate in aree agricole o naturali e solcate da canali che permettono all’acqua di infiltrarsi lentamente nel sottosuolo o la convogliano in apposite vasche. In altri casi si utilizzano sistemi di pozzi, che possono favorire l’infiltrazione di acqua proveniente dai fiumi, o consentire l’immissione diretta in falda. A seconda delle caratteristiche del territorio, possono essere impiegate acque superficiali, piovane o anche reflue depurate.
La MAR è nota sin dagli anni ’50 ed è praticata diffusamente in diversi paesi in cui la disponibilità d’acqua è cruciale, dall’Australia a Israele. Finora, però, è stata quasi ignorata in questa parte d’Europa (in Italia esistono importanti eccezioni in Veneto, Emilia Romagna e Toscana). Dietro questa “dimenticanza”, avvertiva la FAO già negli anni ’90, c’è un paradosso: i bassi costi e la sostanziale invisibilità di questa tecnica, cioè i suoi punti di forza, la rendono poco appetibile a politici e imprese.
Il progetto Blue Recharge, realizzato nell’ambito dell’Interreg Italia – Croazia e attivo dal 2024 all’estate 2026, punta non solo a rendere la MAR più efficiente, ma anche economicamente sostenibile. Con un budget di 1,9 milioni di euro e capofila la città di Dignano, in Istria, coinvolge partner pubblici e privati di entrambi i paesi. “Vogliamo creare un circuito virtuoso di gestione idrica favorendo la MAR tramite processi volontari ma incentivanti”, sintetizza Sergio Calò, direttore del partner di progetto Venetian Cluster, che aggrega imprese e strutture di ricerca nei settori del patrimonio culturale e ambientale.
I potenziali e le soluzioni
Sul versante italiano, il progetto ha come sito pilota la Valle del Mezzano, ex area umida servita dal Canale Emiliano Romagnolo (CER), infrastruttura chiave dell’agricoltura italiana e laboratorio di sperimentazione di pratiche irrigue ad alta tecnologia.
Diverso il contesto istriano, che il territorio carsico rende ricco d’acqua ma quasi privo di fiumi, e in cui in estate la popolazione si moltiplica per via dei turisti.
Dal momento che l’acqua scorre nelle rocce fratturate più che in terreni sciolti in grado di filtrarla, il rischio inquinamento è sempre concreto, per cui sono stati necessari studi approfonditi. “Dopo numerosi test del tracciante per verificare la velocità di infiltrazione e il contatto con la roccia” spiega la ricercatrice Bojana Hajduk Černeha, “possiamo dire che la ricarica è sicura se supportata da analisi rigorose”.
Si apre così la possibilità di un uso strategico in questa zona: contrastare il problema delle intrusioni di acqua marina, sempre più frequente con le falde impoverite dai prelievi eccessivi e per la risalita del livello del mare. “Abbiamo dimostrato che il terreno purifica abbastanza le acque, persino quelle reflue trattate, per aumentare la pressione delle falde e impedire questo fenomeno”, assicura Hajduk Černeha.
“Una delle sfide principali è che il concetto di MAR non è direttamente riconosciuto nella legislazione croata, ma abbiamo già avviato questa discussione con gli enti competenti per chiarire il percorso normativo”, spiega il project manager Saša Moharić del comune di Dignano.
Tra le soluzioni implementate c’è un sistema di canali con un substrato filtrante, che permettono di aumentare l’infiltrazione durante i temporali e le piogge intense. Per il progetto, continua Moharić, la gestione idrica deve agire in modo complementare con altre soluzioni basate sulla natura. Saranno perciò restaurate circa 30 lovke, tradizionali pozze con un fondo argilloso che servivano a creare piccoli bacini in un territorio carsico.
I crediti blu
Per incentivare la MAR, Blue Recharge lavora su un sistema di mercato di crediti nello stile di quelli del carbonio: semplificando, un “blue credit” potrebbe corrispondere a un metro cubo di acqua reimmesso in falda. Nella pratica però non è semplice: “La CO2 è un fattore unico e relativamente facile da calcolare, ma l’acqua coinvolge diversi settori: agricolo, industriale, civile, con molteplici gestori e dati disaggregati”, commenta Calò.
Per questo Blue Recharge, che prosegue un cammino pluriennale sviluppato in altri progetti come il LIFE “Svolta blu”, lavora a sistemi di certificazione avanzati per quantificare i benefici effettivi dei singoli progetti di ricarica.
Gli effetti positivi della MAR non si limitano infatti allo stoccaggio dell’acqua: trasformare un campo agricolo in una zona umida di infiltrazione o in un bosco crea habitat ricchi di biodiversità e piacevole per le persone, e favorire l’infiltrazione lenta può ridurre l’inquinamento. Proprio questi co-benefici, spiega Calò, possono rendere i crediti più appetibili sul mercato rispetto a una semplice operazione tecnica di pompaggio in un pozzo.
Per quantificarli, i partner puntano a sviluppare un’intera filiera tecnologica che va dalle analisi idrogeologiche e ambientali all’intelligenza artificiale, fino alle tecnologie blockchain. Queste ultime mirano a rendere ogni credito, cui viene assegnato un codice univoco, interamente tracciabile, per rendere più difficile il greenwashing impedendo che venga venduto due volte o conteggiato troppo generosamente.
La piattaforma di scambio per i crediti blu è stata già testata per la parte italiana. “Adesso, aggiunge Cosima Trevisanello di Venetian Cluster, stiamo cercando di trasferire queste conoscenze a livello sia nazionale che internazionale”. Il progetto italo-croato ha infatti prodotto delle linee guida per la replicabilità a livello europeo, con l’idea di creare standard condivisi per le future politiche a tema idrico dell’Unione.
Ma le difficoltà non mancano. “In un momento di emergenza energetica non possiamo aspettarci che meccanismi del genere diventino obbligatori: comporterebbero nuovi oneri difficilmente accettabili, per cui dobbiamo agire sull’incentivazione”, commenta Calò, aggiungendo che, anche a progetto concluso, è questo il tema principale su cui il gruppo continuerà a lavorare.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.
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