Slavenka Drakulić e la Jugoslavia che avrebbe potuto essere

Si è spenta lo scorso 20 giugno Slavenka Drakulić, una delle più note e straordinarie scrittrici dell’area ex jugoslava. Il racconto di una vita che si intreccia con quello della Jugoslavia, condensando in sé le qualità di quella parte della società jugoslava che con il suo talento e il suo cosmopolitismo si è opposta alla violenza nazionalista

23/06/2026, Dragan Markovina
Slavenka Drakulić - De Balie, CC BY 3.0

Slavenka Drakulić – De Balie, CC BY 3.0

Slavenka Drakulić - De Balie, CC BY 3.0

(Originariamente pubblicato da Peščanik, il 22 giugno 2026)

Tra i tanti modi di spiegare la tragedia di queste terre, tragedia che stiamo ancora vivendo, uno dei più convincenti è attraverso il racconto della vita e dell’impegno di Slavenka Drakulić.

Sicuramente non sarebbe andata così male se non avessimo scelto la peggiore delle due strade che si erano aperte davanti alla società jugoslava negli anni ‘80, la strada del nazionalismo clericale, del rafforzamento del patriarcato, del militarismo, del concetto di violenza come soluzione e della glorificazione dei crimini.

Oltre al fatto che tutti questi fenomeni sono di per sé terrificanti e che per decenni hanno reso infelici interi paesi, regioni, città e persone, la scelta di quel percorso è tanto più tragica quanto più ci rendiamo conto che esisteva un’alternativa, un’altra strada. Quella che gran parte della società jugoslava aveva già abbracciato, vivendo praticamente nello spirito del modernismo di quell’epoca, aprendosi completamente all’Europa e al mondo. I media, la musica, il cinema e la letteratura avevano raggiunto la loro fase più creativa, i cittadini avevano iniziato a conquistare libertà politiche, senza però mettere in discussione l’idea di convivenza tra i popoli radicata in questa terra.

Anzi, quella parte della società era pienamente consapevole che la Jugoslavia rappresentava uno spazio culturale unico. È stato proprio quel gruppo sociale, nello specifico i suoi esponenti di spicco, a pagare il prezzo più alto per la disgregazione del paese e per la vita nella nuova realtà.

Vi è però un aspetto incoraggiante, che al tempo stesso rende l’intera storia ancora più triste, ovvero il fatto che la maggior parte di queste persone – che avevano opposto una resistenza attiva alla violenza, ai crimini di guerra e al nazionalismo – in sostanza aveva continuato a fare quello che faceva prima della guerra, ossia a spostare i confini della libertà e a lottare per una società diversa.

Slavenka Drakulić si è spenta sabato 20 giugno dopo una lunga e grave malattia, praticamente in concomitanza con l’uscita del suo ultimo libro “Zašto nisam naučila kuhati” [Perché non ho imparato a cucinare]. In questi giorni, mentre molte persone nei paesi post-jugoslavi, e soprattutto in Croazia, danno l’ultimo saluto alla scrittrice rievocando ricordi, dettagli e le proprie emozioni, i fanatici nazionalisti si rallegrano per la sua morte.

La vita di Slavenka è forse il miglior esempio del destino di quella società jugoslava degli anni Ottanta, talentuosa e promettente, che si era ritrovata in un mondo completamente diverso da quello che aveva immaginato. Proviamo a immaginare come sarebbe andata se non ci fosse stata la guerra, se non avessero prevalso l’ossessione per i territori, la mitomania storica e l’idea di stato-nazione indipendente, con il conseguente ritorno del tradizionalismo, e se la Jugoslavia, con il ruolo cruciale del primo ministro federale Ante Marković, fosse sopravvissuta, creando una società e un ordinamento democratici ed entrando a far parte della Comunità europea, al tempo stesso rimanendo fedele alla sua storia partigiana e al modernismo che si stava già affermando.

Prima della guerra, Slavenka Drakulić aveva pubblicato “Smrtni grijesi feminizma” [I peccati capitali del femminismo], intrattenendo un acceso dibattito con lo scrittore Igor Mandić e scrivendo “Hologrami straha” [Ologrammi della paura]. Aveva condiviso pubblicamente la sua esperienza dopo aver scoperto di essere affetta da una grave malattia e dopo essersi sottoposta a cure mediche. Aveva collaborato con testate importanti (Start, Danas, NIN), era diventata un volto iconico, aveva utilizzato la sua reputazione per sensibilizzare la società. Avrebbe sicuramente proseguito in questo impegno anche se la guerra non fosse scoppiata.

Lo stesso vale per Dubravka Ugrešić, una delle intellettuali alle quali Slavenka era accomunata dall’etichetta di “strega di Rio”, ossia di traditrice della patria nei primi anni ‘90. Entrambe emigrarono in seguito a quella gogna: Dubravka si ritirò in un esilio permanente, covando un rancore che rimase presente in ogni sua azione successiva, mentre l’esilio di Slavenka fu temporaneo.

Entrambe sono diventate grandi protagoniste della letteratura europea, trattando argomenti che ben conoscevano, come il crollo del socialismo e della Jugoslavia, con la differenza che Slavenka Drakulić è tornata a far parte della vita pubblica croata, scrivendo commenti per le principali testate e liberandosi dal rancore.

Questa è una qualità rara, com’è anche raro il desiderio di voltare pagina, senza dare troppa importanza all’odio che le era stato riversato addosso. Straordinaria era anche la sua capacità di trattare con maestria diversi argomenti, dal crollo del socialismo all’ingresso nell’Unione europea, ad esempio nei libri “Cafe Europa” e “Kako smo preživjeli” [Come siamo sopravvissuti], dai romanzi biografici dedicati a Frida Kahlo e Mileva Einstein alle opere che segnano l’apice della sua produzione letteraria, scritte mentre seguiva i procedimenti contro i criminali di guerra all’Aja. “Oni ne bi ni mrava zgazili” [Non farebbero male ad una mosca] è un libro sui criminali e su come apparivano nel contesto dei processi e del carcere.

Slavenka Drakulić ha scritto molti libri, si è opposta con tenacia ad un contesto sociale a cui si è cercato di relegarla, combattendo l’arretratezza e la violenza di quella società e, al contempo, riscuotendo grande successo in Europa. Ha dimostrato una forza straordinaria nell’affrontare la malattia, la malizia e l’esilio per decenni, e rimarrà una fonte di ispirazione per le giovani donne eroiche che inevitabilmente emergeranno.

L’atteggiamento ufficiale della Croazia nazionalista nei confronti di Slavenka Drakulić non è cambiato in modo significativo dagli anni ‘90, quando fu costretta all’esilio, ad oggi. La notizia della sua morte è stata riportata dalla televisione pubblica croata al termine del telegiornale, insieme ad un messaggio di condoglianze della ministra della Cultura, pieno di cliché e che eludeva chiaramente il tema dell’esilio della scrittrice.

Ma Slavenka non aveva nulla a che fare con quel mondo, né aveva mai desiderato appartenervi. Lo scrittore Ivan Salečić ha pubblicato su Facebook una conversazione con Slavenka, spiegando che grazie a quell’incontro aveva appreso il suo cognome da nubile, Sušanj, che testimonia chiaramente le sue origini fiumane.

Questi dati sono tutt’altro che irrilevanti per lo sviluppo di una personalità che osservava il mondo con gli occhi di una città portuale aperta, liberale e complessa.