Perché l’Europa deve allargarsi? Sfide, veti e riforme del progetto comune
L’allargamento europeo tra dimensione geopolitica, morale ed economica: un processo complesso che provoca discussioni e faglie tra stati, ma anche tra famiglie politiche nell’UE. Un’intervista alla direttrice scientifica di OBCT Luisa Chiodi all’interno del programma Jean Monnet “EU-PROX”

Unione europea © Andy.LIU/Shutterstock
Unione europea © Andy.LIU/Shutterstock
Perché l’Europa dovrebbe allargarsi?
Come è accaduto con il grande allargamento del 2003, si tratta di una promessa. La Guerra fredda aveva diviso l’Europa e una parte di essa ha vissuto un destino che non aveva scelto. Secondo l’espressione usata dai dissidenti politici dell’Europa centrale, era stata “rapita” dai carri armati sovietici e c’era un debito da saldare con la storia. Per i Balcani in aggiunta c’era la speranza di estendere l’esperienza della riconciliazione che l’Europa occidentale aveva vissuto dopo la Seconda Guerra mondiale e superare così le guerre degli anni ‘90 attraverso l’integrazione europea.
Accanto alla dimensione storica c’è anche una necessità geopolitica globale. Siamo un continente complesso, frammentato, inserito in un mondo dominato da grandi potenze economiche e militari. In questo contesto, è difficile immaginare che un singolo Paese possa affrontare da solo le sfide del presente. Anche per questo oggi prevale fortemente una visione dell’allargamento legata alla sicurezza e agli equilibri geopolitici.
C’è infine la questione economica. Integrare un Paese grande come l’Ucraina, ad esempio, che dovrà essere ricostruito, rappresenterà senza dubbio una sfida economica importante. Ma, allo stesso tempo, può trasformarsi in una grande opportunità, come è già avvenuto con gli allargamenti tra il 2003 e il 2008.
Quali sono gli aspetti politici dell’allargamento europeo che vengono più strumentalizzati?
L’allargamento fa parte della politica estera europea ed è una di quelle decisioni che richiedono l’unanimità tra i Paesi membri. Questo significa che, negli anni successivi all’ingresso della Croazia nel 2013, non si è mai trovato uno slancio politico sufficiente per portare davvero avanti il processo. Al contrario, i veti da parte di alcuni Stati membri hanno costantemente rallentato il percorso.
In particolare, Paesi del sud-est Europa come Grecia e Bulgaria hanno spesso ostacolato l’avanzamento del processo, mentre gli altri grandi Paesi membri, di fatto, si sono nascosti dietro questi blocchi. Per molti anni, quindi, a tutti è andato bene convivere con quella che è stata definita la “fatica dell’allargamento”.
La guerra in Ucraina ha cambiato radicalmente lo scenario internazionale, producendo una sorta di risveglio collettivo che ha riportato sul tavolo la promessa dell’allargamento, estendendola anche a Ucraina, Moldavia e Georgia, fino ad allora esclusi dal processo. Anche questa nuova convergenza sull’allargamento in chiave geopolitica, generata dal ritorno della guerra in Europa, si è rapidamente indebolita.
Come si dividono, in generale, destra e sinistra rispetto all’allargamento europeo?
Negli ultimi anni si è guardato con particolare attenzione alla crescita dei partiti di estrema destra in Europa, temendo che le loro posizioni potessero rappresentare un ostacolo all’allargamento. Tuttavia, il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. All’interno dei tre gruppi politici sovranisti nel Parlamento Europeo, infatti, convivono posizioni opposte: ci sono forze politiche favorevoli all’allargamento e altre decisamente contrarie.
Più in generale, la politica europea, su questo dossier, si presenta comunque come un quadro complesso, in cui entrano in gioco molti fattori diversi. La dimensione ideologica conta, ma non è quella prevalente.
I partiti di maggioranza – popolari e socialdemocratici – convergono sull’idea che i paesi che rispettano i criteri per l’accesso siano i benvenuti, ma di fatto di allargamento si parla solo nella cosiddetta “bolla di Bruxelles” mentre nel dibattito politico dei paesi membri il tema è marginale.
L’allargamento dell’Unione Europea richiede una riforma delle sue istituzioni?
Se non si procede con una riforma dei trattati, ampliando gli ambiti in cui l’UE può decidere a maggioranza qualificata, l’allargamento rischia di trasformarsi in un cavallo di Troia per la trasformazione in chiave sovranista dell’Unione.
L’allargamento dovrebbe invece essere colto come un’occasione per affrontare finalmente questa riforma, non tanto in funzione dei Paesi candidati, ma per una necessità interna dell’Unione stessa. I 27 Stati membri, hanno bisogno di rafforzare i propri strumenti decisionali, introducendo la maggioranza qualificata in più ambiti, compresa la politica estera. In questo senso, allargamento e approfondimento dell’integrazione ancora una volta dovrebbero procedere insieme.
Senza questo passaggio, il rischio è quello di rendere l’Unione altamente vulnerabile alle pressioni esterne. In un contesto internazionale segnato dalla competizione tra grandi potenze, la fragilità decisionale europea espone il blocco alla logica del divide et impera, rendendo facile frammentare l’UE su ogni dossier.
Per questo, la questione non riguarda solo l’efficienza decisionale, ma anche la tenuta politica e giuridica dell’Unione. I trattati, in questa visione, dovrebbero rappresentare il riferimento comune e vincolante del progetto europeo. L’allargamento, dunque, non dovrebbe essere visto soltanto come un processo di apertura verso nuovi membri, ma anche come un’opportunità per rafforzare l’Unione e renderla più solida, coesa e capace di decidere.
Che ruolo hanno le diverse narrazioni storiche nell’influenzare le posizioni degli stati rispetto all’allargamento europeo?
L’Unione Europea è ricca di esperienze diverse: paesi come Spagna e Irlanda sono favorevoli all’allargamento perché nella loro storia l’integrazione europea ha garantito sicurezza economica e crescita democratica. Altri paesi hanno vissuto l’allargamento come un processo difficile e scaricano sui nuovi candidati le frustrazioni vissute per entrare nell’UE, come la Bulgaria nei confronti della Macedonia del Nord.
La storia di ogni paese influenza il modo in cui si guarda al mondo, inclusa l’integrazione europea. Ci sono storie diverse che informano la visione del mondo e che vanno conosciute e capite. Ad esempio, i partiti socialisti nei paesi post-comunisti hanno spesso posizioni poco progressiste. Per fare un esempio dai paesi candidati: Edi Rama, l’attuale leader socialista dell’Albania, ha fatto ripetutamente dichiarazioni antisindacali.
Per questo sono importanti i trattati che ci permettono di conciliare interessi e visioni diverse sulla base di principi comuni, accogliendo i traumi di storie nazionali a volte alquanto difficili, dentro un quadro giuridico condiviso.
Esistono legami ideologici tra le famiglie politiche progressiste europee e i partiti dei Balcani occidentali, come accade in alcuni casi a destra?
Anche qui il quadro è frammentato e non facilmente riducibile a schemi netti. I Verdi, per esempio, sono deboli in tutta l’Europa centro-orientale, mentre i socialisti portano con sé una tradizione che affonda nei sistemi autoritari del passato e che ha fatto fatica a trasformarsi in qualcosa di diverso.
Anche i percorsi delle altre famiglie politiche sono stati differenti: i popolari, ad esempio, in molti di questi contesti non avevano radici storiche paragonabili a quelle dell’Europa occidentale, e l’ingresso di Paesi a maggioranza ortodossa introduce ulteriore complessità, per il diverso ruolo che religione e Chiesa hanno nella vita politica e sociale.
Più che veri e propri legami ideologici consolidati, prevale l’idea che questi Paesi vadano sostenuti nel loro processo di consolidamento democratico. Esistono molti esempi di coinvolgimento diretto volti a rafforzare i partiti e soprattutto le nuove generazioni di rappresentanti politici dei paesi candidati. Ma ancora una volta il quadro è complesso: ad esempio il leader kosovaro Albin Kurti fa parte della famiglia dei socialisti europei al cui interno siedono forze politiche che non riconoscono il Kosovo e d’altra parte il socialismo del suo partito Vetëvendosje! si caratterizza per un marcato nazionalismo, estraneo alla cultura politica a cui afferisce.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EU-Prox, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.
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