Predrag Finci: resistere all’oblio
È uscito l’anno scorso per i tipi dell’editore sarajevese Buybook “Abbecedario di Sarajevo di una volta”, un viaggio nel mondo intimo dello scrittore Predrag Finci e della sua città natale dove l’arte non è una scelta, bensì il destino, e la memoria diventa una forma di libertà

Sarajevo, Bosnia Erzegovina
Sarajevo, Bosnia Erzegovina © Matthew Figg/Shutterstock
Autore di oltre trenta opere, Predrag Finci è noto ai lettori in Italia per i suoi romanzi “Il popolo del diluvio” (2018) e “La stazione e il viaggiatore” (2022). Ricordo che il primo a richiamare l’attenzione sulla produzione letteraria di Finci era stato lo scrittore Angelo Floramo una ventina di anni fa. Chissà, forse qualche editore, attratto dai frammenti che proponiamo in appendice all’articolo, deciderà di pubblicare una traduzione italiana di “Abecedarij bivšeg Sarajeva” [Abbecedario di Sarajevo di una volta] di Finci.
La prima versione di questo libro, intitolata “Sarajevski uvod u estetiku” [L’introduzione sarajevese all’estetica], uscì per la prima volta a Londra nel 1999, dopo diversi anni di silenzio in cui Finci non aveva pubblicato. Il silenzio dell’esilio, si direbbe oggi. Dopo l’edizione londinese, il testo è stato ripubblicato nel 2024 all’interno del volume “Sarajevski zapisi” [Appunti sarajevesi]. “Abbecedario” è una sorta di appendice alla raccolta di saggi autobiografici di Finci “Sve dok” [Fino a quando, 2021].
Nell’introduzione a quest’opera sostanzialmente sarajevese – che sfugge a qualsiasi rigida classificazione di genere e occupa un posto speciale nella prolifica produzione letteraria e filosofica di Finci – l’autore parla del motivo di tale peculiarità. Innanzitutto, lavorando su “L’introduzione sarajevese all’estetica”, l’autore ha compiuto una vera e propria svolta semantica verso “la filosofia come qualcosa di molto personale”. Non a caso, come spiega lui stesso: “Comincio a scrivere di ciò che è dentro di me, di ciò che mi interessa e mi preoccupa, e di ciò che, come esperienza personale, riflessione e consapevolezza, può essere interessante e importante per gli altri, e può quindi assumere il carattere del generale”.

Predarg Finci a Londra col suo Abbecedario
Quanto sia importante quest’opera per gli altri, ne è prova il vivo interesse che suscita in Bosnia Erzegovina e Croazia, ma anche in altri paesi dell’area post-jugoslava. Aggiungo: ci sono ancora i veri lettori in quest’epoca di iperproduzione letteraria in cui sono spariti tutti i criteri letterari, e con essi ogni critica seria.
La seconda versione del libro – con cui l’autore esprime una forma di resistenza all’oblio – è stata arricchita di nuovi testi, includendo anche la maggior parte di quelli pubblicati in precedenza: le miniature e le suggestioni che rievocano le persone che non ci sono più, ma nei confronti delle quali Finci nutre quella vicinanza che si chiama memoria. Resta invariato anche “Dodatak: Ideja estetike” [Appendice: l’idea di estetica], “un percorso verso l’estetica, ma raccontato attraverso storie”, dove l’autore, come in alcune altre opere, in particolare in “Imaginacija” [Immaginazione], assume le vesti di un maestro di estetica, capace di insegnare qualcosa anche a quelli che pensano di aver conquistato facilmente quel mare pieno di mine nascoste della soggettività.
“Abbecedario”, ripeto, è un libro profondamente legato a Sarajevo. In uno dei capitoli, l’autore non risparmia critiche nemmeno agli “scrittori e artisti predestinati”. Per Finci, Sarajevo non è un pretesto per una mitizzazione sentimentale, bensì un mezzo per narrare storie di persone degne della sua attenzione. Perciò, l’autore ha scelto di chi scrivere, chi meritava la sua attenzione e chi no. Da qui la tendenza, implicita ma chiara, a sottolineare l’umanità e la creatività, a presentare figure capaci di opporsi ad una mentalità piccolo-borghese.
Questa singolare raccolta di ricordi selezionati accompagna discretamente il lettore in un viaggio incentrato sull’importanza della memoria. In questo senso, non immagino il lettore come un “intellettuale” che non riesce nemmeno a bere caffè al mattino senza filosofare sulla memoria, e poi già all’ora di pranzo dimentica di cosa stava parlando. Lo dico in questo modo – sarcasticamente, e allora? – perché la memoria (ne sono convinto) è importante tanto per il postino, il giardiniere, il parrucchiere e il portuale (lo dico senza alcuno snobismo), quanto per tutti quelli che credono o si illudono di “lavorare solo con la testa”.
Leggendo il libro di Finci, dalla prima all’ultima pagina, riflettevo su come ogni essere umano avesse un proprio abbecedario di volti (ma anche di cose e fenomeni). Anche quando è caotico, ogni abbecedario con cui contrassegniamo o cancelliamo volti, specialmente quelli di persone che non ci sono più, è un’opera inevitabilmente personale. Ci avvaliamo di una vasta gamma di mezzi per farlo: dall’amore (spesso accompagnato dalla passione) alla saggezza (e all’indifferenza), dal perdono alla vendetta. Questo è particolarmente vero, credo, per i cittadini di quei paesi dove, non solo in tempi recenti, sono avvenuti tragici conflitti e cambiamenti, mentre le anime e le coscienze sono state scosse da vere e proprie rivoluzioni copernicane.
Dalla prima all’ultima pagina di questo libro, non mi sono mai separato da carta e penna. Mi piace leggere opere che evocano altre opere, pensieri ricordati o in qualche modo dimenticati di filosofi, scrittori, poeti e altri artisti. Alfred de Musset credeva che ci fossero due condizioni per la felicità: la soddisfazione e l’oblio. Khalil Gibran vedeva nell’oblio una forma di libertà, e Friedrich Nietzsche un potere attivo. Quanto è difficile, anche senza le figure citate, comprendere che la memoria comporta un peso e che l’oblio può essere molto potente? Ne era consapevole il vecchio Pausania affermando di aver trovato in Beozia l’ingresso dell’Ade, e vicino all’ingresso due sorgenti per le anime discendenti: Mnemosine (acqua della memoria) e Lete (acqua dell’oblio).
Ho pensato anche a Isidora Sekulić. Quando, negli ultimi anni della sua vita, i suoi amici le suggerirono di scrivere un libro di memorie, la grande scrittrice – che considerava tutta la sua opera come “una manciata di sassi gettati nei grandi buchi della nostra ignoranza” – si limitò a sorridere con noncuranza. Riteneva di avere già abbastanza avversari e nemici.
Mi è venuto in mente anche Mirko Kovač, che nel suo libro di memorie “Vrijeme koje se udaljava” [Il tempo che si allontana] si è espresso in modo duro e spietato nei confronti del suo defunto amico Borislav Pekić e ha definito Kiš un ubriacone. Ho pensato poi a Meša. Quando a Selimović fu proposto di scrivere un’autobiografia, accettò la proposta, ma a condizione che si trattasse solo di memorie autobiografiche. Cercò così di spiegare se stesso agli altri affinché potessero rispondergli, per non doversi poi rammaricare per aver tralasciato qualcosa e per non aver completato l’intero libro.
Sì, Meša ha un posto nell’Abbecedario di Finci, come anche Sarajlić, Jan Beran, Duško Trifunović, il professor Kasim Prohić, ma ci sono anche quelli che forse non ci saremmo aspettati. Potremmo essere portati a “ignorare” queste persone, con snobismo e nonchalance, perché non fanno e non faranno mai parte di un’antologia del tipo “Chi è chi” (in qualche parte del mondo). Penso al costumista teatrale di Finci, al libraio Stipo Vilić, al proprietario di una libreria antiquaria, ad un ristoratore… Anche loro sono stati inclusi in questa antologia mentale di Finci.
Sembra dunque che per Finci dimenticare equivalga a limitare la propria libertà, quella più profondamente personale senza la quale il cronista della galleria di personaggi della sua città natale non sarebbe se stesso. Forse qualcuno si domanderà: come mai ci sono così tanti personaggi del mondo del teatro e del cinema in questo libro? Da giovane, Finci voleva fare l’attore (non parlerò ora del suo ruolo di Princip nel film di Hadžić “L’attentato di Sarajevo”). Lo desiderava, ma dopo il suo viaggio interiore a Damasco, rinunciò alla recitazione, pur non dimenticando mai quel periodo e alcuni volti cari.
Interpellato per aggiungere qualche osservazione ai motivi, già spiegati, che lo hanno spinto a scrivere l’Abbecedario, Finci ha gentilmente risposto con queste parole: “È una storia personale che parla di persone che non ci sono più e di idee che sono dentro di me, e alla cui realizzazione hanno contribuito, in quanto artisti, anche i miei amici e conoscenti menzionati nel libro”.
Ecco alcuni estratti dell’Abbecedario, il viaggio in un mondo dove “la creatività non è una scelta, bensì il destino”. I frammenti che proponiamo, ne sono convinto, dicono molto di più di questa o qualsiasi altra recensione dell’opera di Finci.
Ognuno di noi, ad un certo punto della propria vita, soprattutto in età avanzata, coglie la dimensione intima dentro di sé, e talvolta ne parla con gli altri. Anch’io ho vissuto alcuni momenti importanti che hanno segnato la mia vita. Ci sono stati giorni belli e giorni difficili a livello personale e professionale. Oggi penso che lo studio della filosofia sia stato particolarmente importante per me, e l’affinità che ho sviluppato per l’estetica e le questioni estetiche durante gli studi, che mi ha guidato completamente nella scelta della mia futura professione, mi ha allontanato dalle mie aspirazioni giovanili orientate al teatro e al cinema, e ha indirizzato il mio interesse spirituale completamente verso la filosofia, o meglio, verso l’estetica e la filosofia dell’arte […] Ormai sembra che nulla duri e che ogni cosa possa rapidamente cadere nell’oblio. Oggi i grandi maestri del teatro e del cinema, i classici della letteratura, i pittori e i compositori famosi sono dimenticati. Tuttavia, una cosa mi consola: le persone tendono a dimenticare soprattutto quegli aspetti dell’arte, o legati all’arte, che non sentono vicini e non apprezzano, quello che non trovano interessante e che per loro è stata solo un’emozione momentanea… (Introduzione)
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I nuovi cineasti si sono progressivamente allontanati dalla mentalità servile, coltivando una critica sempre più acuta, dimostrando con sempre maggiore chiarezza che il cinema è un’arte di provocazione spirituale e, allo stesso tempo, impegnandosi sempre di più a creare i loro film secondo i principi della settima arte: l’arte del montaggio e della scrittura visiva. E tutto è iniziato con film “piccoli”, senza pretese, come Crni biseri [Perle nere], film che hanno indagato i fenomeni marginali della realtà sociale, dimostrando – che miracolo! – che anche la cinematografia locale può essere interessante. E che può essere più di un manifesto di propaganda, perché nella sua essenza è la scoperta della complessa struttura dell’essere umano, che può essere mostrata in tutti i suoi aspetti proprio attraverso il cinema. Può, perché il cinema è la sintesi di tutte le nostre facoltà sensoriali. Il cinema è quello che Platone, parlando del tempo nel “Timeo”, definisce immagine mobile dell’eternità. (A proposito di Toma Janić)
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Negli anni Settanta, Karanana era uno dei più famosi matti della città di Sarajevo, una di quelle povere creature prese in giro dai bambini, ridicolizzate dai deboli e protette dalle brave persone.
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Viveva in povertà, spesso senza nemmeno i soldi per un biglietto del tram (“Non leggo sul tram, devo stare attento a non farmi beccare dal controllore”), percorreva lunghe distanze a piedi, raramente aveva soldi per bere (“Che senso ha, si ubriaca da solo”, dicevano i suoi conoscenti), diceva che durante la guerra gli aiuti umanitari avevano migliorato il suo tenore di vita, ma che era ancora profondamente turbato da questioni “metafisiche”. Questi interrogativi lo hanno portato dalla pietà all’ateismo, e poi ad un Dio tutto suo, e ha costruito una fede forse irrevocabile, ma decisamente sua. C’era qualcosa di ingenuo, malizioso e cinico allo stesso tempo nelle sue continue domande e nel suo atteggiamento generale verso la vita, tanto che per molto tempo quasi nessuno lo ha preso sul serio come poeta o come persona. Anche lui stesso ha contribuito a tale atteggiamento. Credo che questa strategia fosse parte della sua “furbizia mentale”, voleva essere lasciato in pace, perché non voleva essere al servizio di alcuna politica, moda o tendenza. Non era un opportunista, soprattutto non uno di quelli che “per le loro più profonde convinzioni” si schierano sempre con il vincitore. Un opportunista è una persona che corteggia il partito al potere per soddisfare i propri desideri; una persona sincera – e ogni autentico artista è sincero – lotta per le sue convinzioni più profonde, e quindi per se stessa. Ilija non voleva schierarsi con nessuno. Una volta, per qualche motivo, gli ho chiesto se scrivesse in serbo o in croato. “Scrivo poesie”, ha risposto con la sua solita schiettezza. (Ilija Ladin)
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Era stato il primo, se non ricordo male, a pubblicare una caricatura di Josip Broz Tito (“Il compagno Tito è una caricatura? Può essere una caricatura?”), unendosi così a quei pochi che avevano compreso il potere distruttivo e liberatorio dell’umorismo. Attraverso l’umorismo si può e si deve dire ciò che è proibito, infrangere il potere dei tabù e mettere in dubbio il sacrosanto. La superiorità dell’umorismo rispetto ad una politica totalitaria si riflette nel suo potere sovrapolitico. Sfugge all’autorità, rovescia il potere con le risate. L’umorismo è superiore persino ad ogni serietà nella vita, soprattutto a quella patetica, perché l’arguzia può superare l’idea di disperazione umana e comprendere il relativismo del proprio destino. E quando si parla di Mulabegović, che si firmava “Adi”, penso che anche lui era uno di quelli che, prima di tutto, amavano la bella vita. Queste persone non ridicolizzano mai la vita. “La caricatura non è una presa in giro”. L’uomo da solo si può ridurre ad una caricatura di se stesso. E questo accade quando non si comprende la natura dell’umorismo. (Adi Mulabegović)
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Viveva nel suo mondo e per il suo mondo. Conosceva quel mondo molto bene, l’unico mondo che ancora lo interessava veramente. Una sera mi raccontò cosa era successo alla sua famiglia – suo padre, sua madre e suo fratello – in una prigione nazista: gli ustascia li avevano torturati davanti ai suoi occhi. Si era salvato saltando da una finestra. Si era unito ai partigiani, che volevano fucilarlo per via del suo cognome tedesco. Allora capii la sua diffidenza verso l’Uomo (“Nel micro e macro mondo tutto è perfetto. Solo nel nostro mondo nulla è buono”), la sua sensibilità in cui non c’era spazio per il sentimentalismo, il suo amore per Bach e Mozart (“Hai ragione. La musica non è arte”, disse ad un intellettuale, “è sette volte superiore a tutte le arti”), persino il suo tentativo di dimostrare che non esiste nulla (“allora nemmeno mia figlia esisterebbe, non sopporterei tale idea”). (Ivan Focht)
Tag: Letteratura
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