Libertà dei media in Europa: sei anni di monitoraggio del consorzio MFRR

In occasione del mese dedicato alla libertà di stampa, il consorzio Media Freedom Rapid Response (MFRR) ha pubblicato un’analisi dei dati emersi durante il lavoro di monitoraggio svolto negli ultimi sei anni, mappando oltre 6000 violazione alla libertà dei media. In questa sintesi evidenziamo i punti principali e i trend europei

08/05/2026, Sielke Kelner
© Shutterstock / Jose HERNANDEZ Camera 51

shutterstock_2232800991(1)

© Shutterstock / Jose HERNANDEZ Camera 51

Negli ultimi sei anni, il lavoro del Media Freedom Rapid Response (MFRR) ha offerto una lente privilegiata sull’evoluzione della libertà di stampa in Europa, mettendo in evidenza criticità e tendenze, spesso preoccupanti, dello stato dell’arte della libertà dei media nello spazio europeo.

In questo arco di tempo, il portale MFRR dedicato alla raccolta ed analisi dei dati quantitativi raccolti dal consorzio, il Mapping Media Freedom, ha mappato più di 6000 violazioni alla libertà dei media, che hanno coinvolto un totale di 10.200 tra giornalisti e testate media. Un esercizio che comprende il monitoraggio di 27 paesi membri dell’Unione Europea e 9 paesi candidati, facendo del Mapping Media Freedom il più grande database che monitora la libertà di stampa in Europa.

In occasione del mese dedicato alla libertà di stampa, il consorzio europeo ha pubblicato un’analisi dei propri sei anni di monitoraggio.

Come ricordato da MFRR, sono stati anni in cui l’ecosistema mediatico europeo ha dovuto affrontare molte crisi: dalle conseguenze della pandemia di COVID-19, all’impatto dell’invasione russa dell’Ucraina, fino all’ascesa di forze politiche populiste, alle sfide poste dall’Intelligenza Artificiale, e all’erosione dello stato di diritto in diversi contesti europei.

Se ci si concentra su una delle questioni cruciali che permettono ai giornalisti di svolgere il proprio lavoro, la propria incolumità, il caso europeo più drammatico resta quello dell’Ucraina, dove in questi anni il conflitto ha reso il giornalismo una professione letale: 14 giornalisti hanno perso la vita dall’inizio della guerra. Eppure, anche al di fuori dei contesti bellici, persistono minacce alla sicurezza dei professionisti dei media.

Nell’ultimo anno la situazione in Serbia è precipitata, registrando livelli record di violenza, campagne di diffamazione orchestrate da attori politici e un diffuso clima di impunità, che stanno contribuendo ad un serio deterioramento dell’ecosistema mediatico.

In Georgia, in particolare, si è assistito a uno dei più rapidi e gravi deterioramenti della libertà di stampa nello spazio europeo. A Tbilisi, il partito al governo filo-russo ha continuato a condurre una politica di repressione ed erosione della libertà di stampa. Dal 2023 ad oggi sono 319 le violazioni nei confronti della categoria documentate nel paese: detenzione arbitraria, aggressioni fisiche, pressioni economiche esercitate attraverso il congelamento di conti bancari, imposizione di multe in risposta alla copertura delle proteste. A testimonianza della drammaticità della situazione nel paese, l’incarcerazione della  giornalista Mzia Amaglobeli, in prigione da più di un anno per accuse di natura politica.

Seppure con altre caratteristiche, anche in Italia si osserva una traiettoria negativa, segnata da episodi gravi che includono attentati contro giornalisti, scandali spyware, interferenza politica nel servizio pubblico e sistematiche intimidazioni legali. In particolare, le pressioni legali in Italia rappresentano il 22% di tutti i casi documentati nel paese. In linea con la tendenza degli anni precedenti, i procedimenti legali per diffamazione colpiscono soprattutto il giornalismo investigativo e vengono avviati da politici di alto profilo.

Allargando la prospettiva al continente europeo, le minacce di morte continuano a essere un fenomeno diffuso, in particolare nella già citata Serbia, dove nel solo 2025 sono stati registrati 38 casi di minacce di morte dirette a giornalisti, ma anche in Francia e in Italia, rispettivamente con 7 e 6 minacce registrate nel corso dell’ultimo anno. In quest’ultimo caso, episodi recenti come l’attentato al giornalista Rai Sigfrido Ranucci, e le minacce rivolte al giornalista d’inchiesta Nello Trocchia da parte della criminalità organizzata romana, mostrano come lo spazio civico e la libertà di stampa siano sotto pressione anche in paesi con democrazie consolidate.

Un altro ambito problematico quando si parla di sicurezza dei giornalisti è quello della copertura delle proteste, essendosi moltiplicati negli ultimi anni gli episodi di aggressioni durante manifestazioni. Dal 2023, in Germania si è registrato un numero allarmante di attacchi (79) nei confronti di giornalisti che coprivano proteste in supporto alla Palestina. Mentre in alcuni paesi candidati all’UE, come Serbia, Georgia e Turchia, si osservano casi particolarmente gravi di violenze e arresti arbitrari perpetrati da parte delle forze dell’ordine.

Accanto alle minacce fisiche, si registra un aumento significativo degli attacchi verbali che comprendono campagne di delegittimazione ed intimidazioni nella sfera digitale, che spesso assumono una dimensione di genere. Anche in questa categoria, la Serbia emerge come uno dei contesti più critici, registrando nel 2025 il triste primato di 130 allerte, seguita dall’Italia, con 59 casi.

Lo spazio online è diventato sempre più ostile: nel 2025 il Mapping Media Freedom ha documentato 388 casi di attacchi digitali contro giornalisti, un fenomeno legato alla crescente digitalizzazione del dibattito pubblico. Serbia (72 casi) Germania (31 casi), Francia (25 casi), ed Italia (20 casi) i paesi più esposti. A questo quadro si aggiunge la crescente preoccupazione per l’uso di spyware contro i giornalisti, emersa come fenomeno europeo a partire dal 2022. Scandali di sorveglianza hanno coinvolto diversi paesi europei, tra cui Grecia, Spagna, Ungheria, Polonia e Italia, mettendo a rischio la tutela delle fonti giornalistiche. Per l’Italia si ricordino i casi di Ciro Pellegrino, Francesco Cancellato e Roberto D’agostino.

Resta poi centrale e diffuso il tema delle molestie legali. Secondo le stime del consorzio, il ricorso alle azioni legali vessatorie, accompagnate da altre forme di pressione legale, hanno costituito una costante negli anni di monitoraggio. Nel periodo tra il 2020 ed il 2025, sono state registrati 145 procedimenti penali e quasi 200 procedimenti civili contro testate e giornalisti.

Infine, la diffusione delle leggi sugli “agenti stranieri” emerge come una delle più gravi minacce alla libertà dei media nel continente. Sebbene l’apparente cifra stilistica di questi provvedimenti miri a proteggere gli interessi nazionali, queste leggi sono spesso utilizzate per isolare ed esercitare pressioni sui media indipendenti e sulle organizzazioni della società civile, nell’ambito di strategie dirette alla contrazione della libertà di espressione. Dal 2020, cinque paesi monitorati dal consorzio MFRR hanno approvato leggi sul modello degli “agenti stranieri”: Turchia, Georgia, Bosnia Erzegovina, Slovacchia e Ungheria.

Eppure, accanto a questo quadro critico, emergono anche possibili segnali di speranza. Il caso dell’Ungheria è emblematico: la fine dei 16 anni di governo del primo ministro Viktor Orbán e del partito Fidesz apre uno spazio per un potenziale cambio di tono, finalmente in senso democratico. La sfida per Péter Magyar e il suo partito Tisza sarà quella di smantellare i meccanismi di controllo che il modello orbaniano ha imposto sui media, rafforzare il giornalismo indipendente e ristabilire un sistema mediatico pluralista. Se riuscito, questo processo potrebbe rappresentare non solo una svolta nazionale, ma anche un modello di riforma per il resto dell’Unione Europea.

La libertà dei media in Europa si trova oggi a un bivio: da un lato, un accumulo di minacce alla sicurezza dei giornalsiti, all’indipendenza delle testate e dell’ecosistema mediatico, anche dovute alle continue crisi internazionali; dall’altro, importanti opportunità per invertire la rotta, anche grazie agli strumenti che in questi anni l’UE ha messo a disposizione degli stati membri per promuovere la libertà di stampa e rafforzare la tenuta democratica, come lo European Media Freedom Act, la Direttiva anti-SLAPP ed il Digital Services Act.

La direzione che la libertà dei media prenderà dipenderà sia dalla capacità dei paesi membri e candidati di recepire i nuovi strumenti UE nei propri ordinamenti nazionali, sia dall’abilità delle istituzioni europee nel difendere concretamente il ruolo del giornalismo come pilastro della democrazia.

Questo articolo è stato prodotto all'interno del progetto Media Freedom Rapid Response (MFRR), un meccanismo a livello europeo che traccia, monitora e risponde alle violazioni della libertà di stampa e dei media negli Stati membri dell'UE e nei Paesi candidati.

Commenta e condividi
Iscriviti alla newsletter

La newsletter di OBCT

Ogni venerdì nella tua casella di posta