Dalla lezione al dialogo: proseguire il dialogo tra Belgrado e Pristina

Dalla riconciliazione etnica ai limiti della stabilocrazia, passando per il ruolo degli studenti e delle nuove generazioni. Una doppia intervista ai professori Jelena Jerinić e Arben Hajrullahu che racconta le prospettive di Serbia e Kosovo

22/05/2026, Jens Woelk Trento
Dialogo - People Images Shutterstock

Dialogo © People Images/Shutterstock

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Nell’ambito del nostro corso sull’allargamento dell’UE (EU-Prox – Innovating European Studies: Geopolitics and Sustainability of Enlargement), abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con le prospettive provenienti da due paesi chiave della regione dei Balcani occidentali grazie alle lezioni tenute da due illustri professori: la prof.ssa Jelena Jerinić dell’Union University di Belgrado (Serbia) e il prof. Arben Hajrullahu, Rettore dell’Università di Pristina (Kosovo).

I loro contributi hanno fornito preziose informazioni sulle dinamiche politiche, giuridiche e sociali che plasmano i Balcani occidentali, in particolare in relazione alle questioni della riconciliazione, della cooperazione regionale e del processo di integrazione europea. La discussione ha toccato anche le relazioni tra Serbia e Kosovo, riflettendo sia le loro radici storiche che le questioni attuali – come il dibattito sull’Associazione dei Comuni Serbi (ASM) – viste da due prospettive distinte ma interconnesse. L’incontro di questi due punti di vista non solo ha arricchito la discussione accademica, ma ha anche messo in evidenza la complessità e l’importanza del dialogo nell’affrontare le sfide in corso nella regione.

Per approfondire ulteriormente questo scambio di prospettive, abbiamo condotto questa breve intervista.

In che modo le società dei Balcani occidentali possono conciliare la diversità etnica con le persistenti narrazioni nazionaliste, e quale ruolo dovrebbero svolgere le istituzioni e l’istruzione in questo processo?

Jelena Jerinic

Jelena Jerinić

Jelena Jerinić: La riconciliazione regionale è l’unica via per progredire – verso l’UE e, in generale, come società. Le relazioni interetniche su tutto il territorio dell’ex Juoslavia rappresentano ancora un ostacolo alla cooperazione, ma molti dei problemi sono aggravati dal desiderio di trarne profitto politico, anche se sarebbero facilmente risolvibili. Altri problemi sono invece gravi e derivano dall’eredità della guerra e dai crimini commessi in nome degli interessi e delle agende nazionali e, purtroppo, non abbiamo ancora iniziato ad affrontarli. Questi possono essere affrontati solo con programmi seri di riconciliazione, che dovrebbero coinvolgere tutte le istituzioni pubbliche, i media, la società civile e il sistema educativo.

Arben Hajrullahu: Uno degli strumenti più potenti nelle mani degli Stati è il sistema d’istruzione. Per utilizzare l’istruzione come catalizzatore della riconciliazione delle diversità etniche, abbiamo innanzitutto bisogno di Stati che abbiano tale interesse e non perseguano politiche revisioniste. In tal senso, l’istruzione è fondamentale, ma la domanda centrale rimane: un’istruzione fornita da chi e con quale scopo, obiettivo e finalità?

Nonostante le numerose iniziative, la cooperazione regionale e la riconciliazione rimangono limitate nei Balcani occidentali: quali sono, a Suo avviso, i principali ostacoli strutturali e dove vede opportunità realistiche di progresso?

Jelena Jerinić: Guardando dalla Serbia, il problema risiede nel fatto che la struttura politica e persino le stesse persone al potere sono praticamente le stesse che occupavano posizioni decisionali negli anni ’90, quando iniziarono la dissoluzione e la guerra in Jugoslavia. Stiamo assistendo alla rianimazione e alla rinascita delle stesse narrazioni che furono costruite e alimentate durante gli anni ’90. L’UE è stata vista, e potrebbe ancora esserlo, come un veicolo di cambiamento in tal senso, anche se il sostegno all’integrazione nell’UE è in costante calo in Serbia.

Arben Hajrullahu

Arben Hajrullahu

Arben Hajrullahu: L’ostacolo principale è la disonestà. Avere aspettative irrealistiche e fare false promesse ha portato a uno scoraggiamento sistemico tra tutti coloro che erano disposti o hanno sinceramente perseguito la cooperazione regionale e la riconciliazione. Dal 2003 ai Balcani occidentali è stato promesso un futuro europeo – qualunque cosa ciò possa significare. Nel frattempo, cosa è successo? Vediamo un’UE divisa, anche su questioni cruciali legate a un passato violento e difficile, come il rapporto tra Serbia e Kosovo. La divisione dell’UE sulla questione della sovranità del Kosovo sta fuorviando la Serbia e bloccando qualsiasi “soluzione europea” significativa e duratura in questa parte dell’Europa geografica.

In che misura un approccio più pragmatico e basato sugli interessi può integrare o sostituire la politica identitaria nella regione, e in che modo l’UE potrebbe sostenere più efficacemente tale cambiamento?

Jelena Jerinić: Come ho detto, il sostegno all’integrazione nell’UE è in calo (in Serbia è al minimo storico, intorno al 33%). I cittadini non vedono l’UE come un attore di sostegno, poiché il processo di adesione va avanti praticamente da sempre. Naturalmente, l’immagine creata dai politici locali al potere non contribuisce al suo indice di gradimento, poiché l’UE viene dipinta come un’entità che esige costantemente qualcosa dalla Serbia senza dare nulla in cambio. In realtà, si tratta di una strategia per mascherare il vero nocciolo del problema: la mancanza di fondamenta reali e sostenibili, incarnata dalla corruzione sistematica ad alto livello e dal disprezzo per i principi fondamentali dello Stato di diritto. Non si tratta di un sistema che ci condurrà onestamente verso l’UE, ma che utilizzerà la narrativa anti-UE solo per rimanere al potere, beneficiando nel contempo dei fondi UE disponibili. Pertanto, anche l’UE ha un ruolo nello smantellamento di questa narrativa, applicando in modo coerente le sue politiche di condizionalità, al di là del semplice adempimento burocratico.

Arben Hajrullahu: L’UE e i suoi Stati membri dovrebbero abbandonare il cosiddetto approccio della “stabilocrazia”.[1] Parlare con una voce chiara e unitaria nei confronti dei paesi dei Balcani occidentali sarebbe di grande aiuto per tutte le parti coinvolte nel processo di integrazione nell’UE. Anche per le politiche basate sull’identità, che sono in gran parte plasmate da ideologie etnonazionaliste, l’UE potrebbe offrire una soluzione duratura. In questo senso, tutti i gruppi etnici, indipendentemente dallo Stato in cui vivono, farebbero parte di un quadro politico più ampio, di una comunità politica, sotto il tetto comune noto come UE.

Quale ruolo svolgono le giovani generazioni – studenti, accademici e attori della società civile – nel plasmare le future relazioni tra Serbia e Kosovo, ed esistono forme di scambio che potrebbero essere rafforzate?

Jelena Jerinić: La Serbia ha un’occasione unica e generazionale per il cambiamento,[2] ma questa occasione deve andare oltre i semplici mutamenti di potere politico. C’è bisogno di rompere con il passato e definire una visione chiara del futuro, legata in ultima analisi all’adesione all’UE. Innanzitutto, abbiamo bisogno di trasparenza e onestà nel dialogo, e l’attenzione deve concentrarsi, in ultima analisi, sulla qualità della vita. C’è un motivo per cui le persone stanno lasciando la regione, specialmente i giovani. Il fatto che in Serbia i giovani decidano di restare e lottare per lo Stato di diritto è incoraggiante. Tuttavia, le relazioni tra Serbia e Kosovo devono essere ridefinite, passando da un atteggiamento conflittuale alla cooperazione e alla legittimazione reciproca. Il mondo accademico e la società civile possono contribuire alla definizione di queste nuove relazioni, fornendo una base di dati concreti e agendo come facilitatori neutrali, traducendo questioni complesse in opzioni attuabili.

Arben Hajrullahu: In definitiva, mantenere un dialogo aperto tra prospettive diverse rimane essenziale non solo per promuovere la riconciliazione e la cooperazione nella regione, ma anche per plasmare un futuro europeo credibile — in cui l’UE possa sostenere più efficacemente i progressi verso l’adesione, rispondendo al contempo alle realtà politiche in evoluzione della regione.

 

Jelena Jerinić è un’accademica e politica serba. È docente di diritto presso l’Union University di Belgrado e dal 2022 è membro dell’Assemblea nazionale della Serbia. Jerinić è membro del Fronte Verde-Sinistra (ZLF).

Arben Hajrullahu è professore presso l’Università di Pristina, Dipartimento di Scienze Politiche. Dal 1° ottobre 2024, Arben Hajrullahu ricopre la carica di Rettore dell’Università di Pristina.


[1] Il termine «stabilocrazia» (spesso scritto «stabilitocrazia» o «stabilotocrazia») è una combinazione dei termini «stabilità» e «-crazia» (dal greco kratos, che significa potere). Il termine descrive un regime politico ibrido e semi-autoritario che sostiene di garantire la stabilità regionale e si impegna a perseguire l’integrazione nell’Unione Europea (UE), mentre in realtà presenta gravi carenze democratiche, tra cui l’erosione dello Stato di diritto, il controllo dei media e l’indebolimento delle istituzioni democratiche. Florian Bieber, BiEPAG 2017 (https://www.biepag.eu/blog/what-is-a-stabilitocracy).

[2] Jelena Jerinić fa riferimento alle imponenti proteste studentesche scoppiate in seguito al crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad, che il 1° novembre 2024 ha causato la morte di 16 persone.