Albania, il sole del giorno dopo
“L’arte dovrebbe scuotere, provocare riflessioni, fermare le persone, anche solo per un istante”. L’artista Blerta Kambo ha deciso di inserire il viso di una donna calva nel celebre mosaico del Museo nazionale dell’Albania, a Tirana. Lo scopo? Sensibilizzare l’opinione pubblica sul cancro al seno

L’installazione sul mosaico del Museo Nazionale dell’Albania
L'installazione sul mosaico del Museo Nazionale dell'Albania. Foto © Klaudja Piroli
Lo scorso novembre, sul mosaico del Museo nazionale dell’Albania, a Tirana, un’installazione insolita ha attirato l’attenzione dei passanti. Una figura femminile, calva, forte ed esposta alla sua fragilità, era stata temporaneamente collocata su uno sfondo familiare a chiunque passeggiasse per Piazza Skanderbeg. L’installazione, intitolata “Il sole del giorno dopo” e realizzata dall’artista Blerta Kambo, mirava ad avviare un importante dibattito sul cancro al seno e a sensibilizzare l’opinione pubblica su una malattia che colpisce una donna su 12.
“Ogni volta che parlavo di questo argomento, incontravo qualcuno che mi raccontava una storia, sulla propria madre, cugina, sorella o un’altra donna colpita dal cancro al seno, e alcune di loro parlavano di una battaglia persa. Questa era la parte più spaventosa per me. L’ho sentito molto spesso, il che indica che le donne in Albania, in particolare, non riescono a diagnosticare la malattia in tempo”, dichiara Blerta Kambo a OBCT.
Ben presto, tuttavia, l’installazione è stata fraintesa, trasformandosi in un chiaro esempio di disinformazione e incitamento all’odio nello spazio pubblico albanese.
Un’idea nata dall’esigenza di dare una risposta
“Il sole del giorno dopo” non è un progetto artistico casuale, ma è nato come risposta ad una concreta richiesta di sensibilizzazione. Nel maggio 2025, Blerta Kambo è stata contattata per realizzare un’opera d’arte per la campagna di ottobre di sensibilizzazione sul tumore al seno.
Tuttavia, per l’artista, questo non era un tema che potesse essere trattato superficialmente. Per oltre due mesi, ha avuto lunghe conversazioni con donne che avevano affrontato il tumore al seno in diverse fasi della malattia.
Alcune di loro erano in condizioni critiche e queste conversazioni sono state emotivamente intense.
“Non potevo comportarmi in modo ingenuo”, spiega Kambo. “Non l’ho vissuto in prima persona e non potevo fingere di capire cosa significhi avere un tumore al seno”.
Queste testimonianze sono diventate il fondamento emotivo dell’opera.
“Come in ogni processo creativo, pensavo ad una figura femminile forte e, durante le mie frequenti passeggiate nel centro di Tirana quando avevo bisogno di ispirazione, ho camminato molto e alla fine mi sono fermata davanti al mosaico”, racconta Kambo.

L’installazione sul mosaico del Museo Nazionale d’Albania. Particolare – Foto © Blerta Kambo
Un’installazione pubblica per un messaggio pubblico
Kambo puntava ad un intervento nello spazio pubblico, lontano dai confini delle gallerie. “Sono stanca del cubo bianco”, afferma. “L’arte dovrebbe scuotere, provocare riflessioni, fermare le persone, anche solo per un istante”.
Collocare l’installazione in uno dei punti più visibili della città non è stato casuale: si è trattato di una scelta strategica per raggiungere un pubblico più ampio e rendere il messaggio ineludibile.
Tuttavia, la sua realizzazione ha richiesto mesi di procedure e negoziazioni con le istituzioni a causa dello status di tutela del mosaico, classificato come monumento culturale di prima categoria.
“Dall’idea di luglio alla sua realizzazione sono trascorsi circa 4-5 mesi, la maggior parte dei quali dedicati alla negoziazione dei permessi. Fortunatamente, il ministro della Cultura ha apprezzato il concept e, dopo il superamento di due commissioni tecniche, è stato approvato il permesso per l’intervento artistico”, afferma Kambo, che ha inoltre fatto in modo che la parte di mosaico inserita corrispondesse tecnicamente all’originale.
Dall’empatia all’interpretazione errata
Il 12 novembre 2025, il ritratto della donna calva è stato inserito nel mosaico e ha suscitato notevole interesse. Ben presto, tuttavia, la narrazione è cambiata. Un’ondata di disinformazione sui social media ha distorto il messaggio, ritraendo la figura femminile come un simbolo “transgender” e collegandola ad una presunta interferenza con i simboli nazionali.
Questo ha scatenato discorsi d’odio sui social e sui media nazionali.
Secondo Kambo, l’assenza di capelli non era un atto di vittimizzazione, ma un tentativo di mostrare forza nel momento più buio. La perdita dei capelli, secondo le donne con cui ha parlato, era una delle esperienze più dolorose, un segno visibile di trasformazione e perdita di identità.
“Certo, la malattia è molto dolorosa, ma dalle mie conversazioni con loro, la perdita dei capelli è stata spesso discussa perché rappresentava una manifestazione visiva del diventare qualcuno che non riconoscevano più”, afferma.
Un dettaglio sul petto della donna nell’installazione rappresentava anche una mastectomia, rendendo il messaggio ancora più diretto.
Kambo ammette di essersi aspettata reazioni negative, poiché il tema sfida i canoni di bellezza tradizionali e le norme patriarcali, ma non aveva previsto questo livello di fraintendimento.
Secondo lei, ciò è accaduto a causa di una combinazione di fattori: mancanza di conoscenza dell’arte pubblica, pregiudizi di genere, omofobia e paura dell’ignoto. “La maggior parte dell’odio nasce dalla paura”, sottolinea.
“È stato un attacco organizzato da individui di estrema destra con intenzioni maligne, privi di argomentazioni valide. Il fatto che sia stato realizzato a novembre invece che a ottobre, quando molti se lo aspettavano, è stato uno degli argomenti ridicoli, come se non si potesse parlare di cancro al seno in altri mesi”, afferma Kambo, sottolineando il tempo impiegato per ottenere l’approvazione per l’installazione.
Il ruolo dei media e il fenomeno del “clickbait”
Uno degli aspetti più deludenti per l’artista è stato il ruolo dei media. Inizialmente, il progetto ha ricevuto poca attenzione, ma una volta che la notizia è diventata virale per i motivi sbagliati, i media hanno cercato di intervistarla, spesso affiancandola a coloro che avevano diffuso la disinformazione.
“Mi ha profondamente rattristata che gli stessi media che non avevano mostrato alcun interesse quando li avevo contattati inizialmente, improvvisamente volessero intervistarmi quando la notizia è esplosa online, e volessero mettermi sullo stesso piano di coloro che avevano iniziato la calunnia”, afferma.
Come amaro esempio, cita una lunga intervista rilasciata al canale televisivo nazionale Top Channel, che è stata poi frammentata.
“Una delle interviste più sentite che ho rilasciato è stata completamente tagliata, lasciando solo poche frasi da cui sembrava che stessi criticando gli albanesi in generale”, racconta.
In alcuni casi, il messaggio è stato ulteriormente distorto attraverso un montaggio selettivo che ha estrapolato le sue dichiarazioni dal contesto.
“Penso che il clickbait sia un fenomeno molto spaventoso e dannoso. Ho visto persone trasformarsi online, c’è così tanto odio”, afferma Kambo a proposito della disinformazione e dell’incitamento all’odio esplosi sui social media.
Nonostante tutto, molte donne che stavano affrontando la malattia l’hanno contattata per offrirle il loro sostegno.
“Le donne mi hanno scritto, mi hanno ringraziata, hanno condiviso le loro storie, questo mi ha commosso in modi che non riesco a descrivere”, racconta, aggiungendo che la sua unica preoccupazione all’epoca era che la sua famiglia non vedesse i commenti online.
“Ero preparata anche agli attacchi, ma sono rimasta scioccata dalla crudeltà. Non mi ha influenzato direttamente, a parte il fatto che il mio smartwatch mi ha segnalato una frequenza cardiaca molto elevata per un lungo periodo”, racconta ripensando a quei giorni intensi di novembre.
Per lei, continuare a combattere la disinformazione non era più solo una questione personale, ma riguardava tutte le donne che soffrono di cancro al seno.
“Il motivo per cui ho lottato e ho rilasciato fino a cinque interviste al giorno è che non volevo che la causa venisse strumentalizzata. Non volevo che le donne che perdono i capelli a causa della chemioterapia venissero nuovamente vittimizzate perché, quando perdono i capelli, si sentono dire che sembrano uomini. Sentirselo dire da altri le fa soffrire due volte”, spiega Kambo.

Particolare dell’installazione “Il sole del giorno dopo” – Foto © Blerta Kambo
Arte e mancanza di sostegno
Nonostante l’impatto pubblico, l’artista avverte una mancanza di sostegno, soprattutto da parte della comunità artistica e delle istituzioni. Altri suoi progetti a sfondo sociale sono stati respinti.
Questo l’ha portata a una difficile riflessione: c’è spazio in Albania per un’arte che sfida e istruisce, o si preferiscono progetti “più sicuri” e di intrattenimento?
“Ci si aspetterebbe che chi è in grado di realizzare un progetto che influenzi e scuota la società riceva un certo sostegno, ma non è così”, afferma, aggiungendo di aver appena ricevuto un altro rifiuto.
Secondo lei, guardando l’elenco dei progetti selezionati dal ministero della Cultura, sembra che i responsabili delle decisioni siano influenzati dai propri pregiudizi e preferiscano scelte sicure.
“Il ruolo dell’artista è visto come quello di chi deve intrattenere, e pochissimi progetti mirano a educare o ad andare oltre”, afferma, esprimendo delusione.
In questa situazione, a oltre quattro mesi dall’installazione, Blerta non esclude di lasciare nuovamente il paese, nonostante fosse tornata per dare il suo contributo.
“Questa è la parte triste che mi ha sempre pesato: avrei potuto scegliere di affrontare le difficoltà dell’essere un’emigrante, ma almeno non avrei perso la mia dignità e le mie energie. Quando sei una cittadina di seconda classe all’estero, sei limitata in ciò che puoi fare, ma almeno l’energia che ti è permesso usare non va sprecata”, sostiene.
Oggi, l’installazione ha trovato una nuova “casa” presso l’Archivio cinematografico statale. Anche se non si trova più in uno spazio pubblico, il suo messaggio rimane attuale.
“Il sole del giorno dopo” è un’installazione che rappresenta sia la fragilità che la forza: un promemoria delle battaglie invisibili che molte donne affrontano ogni giorno.
Era un appello alla consapevolezza, un atto di solidarietà e la prova del potere dell’arte di suscitare dibattito. E nonostante il clamore che l’ha circondata, ha raggiunto esattamente questo obiettivo.









