Media in Serbia, aumentano attacchi e pressioni
Giornalisti e testate che criticano la leadership politica serba vengono di continuo presi di mira dai più alti funzionari statali, tanto che le associazioni di categoria registrano un numero record di attacchi fisici e verbali. Nonostante le reazioni internazionali, il governo e i media allineati portano avanti la campagna denigratoria contro chi la pensa diversamente

Belgrado, polizia antisommossa durante una protesta © Studio Aurelia / Shutterstock
Belgrado, polizia antisommossa durante una protesta © Studio Aurelia / Shutterstock
A fine febbraio, la Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ) ha pubblicato il Killed List Report 2025, il rapporto annuale sugli omicidi e gli attacchi contro i giornalisti. Dal documento emerge che la Serbia è uno dei paesi europei con il maggior numero di attacchi contro i giornalisti e di casi di omicidi di giornalisti rimasti impuniti.
L’IFJ spiega che nel 2025 il maggior numero di giornalisti ha perso la vita mentre svolgeva il proprio lavoro in zone di conflitto, come Gaza, dove l’esercito israeliano lo scorso anno ha ucciso almeno 56 operatori dei media palestinesi.
Nel rapporto si sottolinea che gli attacchi ai giornalisti si sono verificati anche durante le proteste in molti paesi europei “con il maggior numero di aggressioni fisiche registrate in Georgia, Serbia e Turchia”.
In Serbia, nel 2025 sono stati registrati 44 attacchi fisici contro i giornalisti, ben 30 in più rispetto all’anno precedente, come confermato dai dati pubblicati sulla piattaforma Mapping Media Freedom.
“Gli attacchi includono un uso eccessivo della forza da parte della polizia, ma anche gli arresti, perlopiù durante le proteste contro la corruzione. Tra le vittime figurano giornalisti e studenti di giornalismo”, scrive l’IFJ.
La Serbia non è un caso isolato. Dal rapporto annuale dell’IFJ emerge che gli attacchi ai giornalisti si sono intensificati a livello globale, registrando un aumento significativo (quasi il 13%) rispetto al 2024.
La Federazione internazionale dei giornalisti si concentra in particolare sull’impunità per i casi di omicidi e scomparsa di giornalisti, vedendovi “un’altra tendenza preoccupante”. Sulla piattaforma del Consiglio d’Europa per la sicurezza dei giornalisti sono elencati tutti i casi di omicidi di giornalisti rimasti senza un epilogo giudiziario. Su un totale di cinquanta casi, diciannove riguardano giornalisti uccisi e scomparsi in Kosovo tra il 1998 e il 2005.
Tra i paesi con il maggior numero di omicidi di giornalisti rimasti irrisolti figurano Russia, Turchia, Ucraina e Serbia. Uno dei “crimini rimasti scandalosamente impuniti” è l’omicidio di Slavko Ćuruvija avvenuto a Belgrado nell’aprile del 1999.
Gli attacchi non si fermano
Le aggressioni ai giornalisti, purtroppo, sono proseguite anche nei primi tre mesi del 2026 e non vi è alcuna speranza che cessino, come confermato dalle associazioni dei giornalisti che monitorano e documentano attentamente gli attacchi ai professionisti dell’informazione. Stando ai dati diffusi dall’Associazione indipendente dei giornalisti della Serbia (NUNS), a gennaio sono stati registrati 38 incidenti e a febbraio 34, tra cui ben otto aggressioni fisiche e altrettante minacce di morte.
A gennaio la Fondazione Slavko Ćuruvija (SĆF) ha registrato 160 attacchi verbali contro i media e i giornalisti critici da parte dei più alti funzionari statali e degli esponenti del Partito progressista serbo (SNS). A febbraio il numero di attacchi è salito a 171.
L’analisi della Fondazione dimostra che la maggior parte degli attacchi registrati dall’inizio del 2026 è arrivata dai deputati dell’SNS Nebojša Bakarec e Milenko Jovanov, dalla presidente del parlamento Ana Brnabić, dal presidente della Serbia Aleksandar Vučić e dal leader dell’SNS Miloš Vučević. Nel suo rapporto mensile “Politici contro i giornalisti in Serbia”, la SĆF afferma che ad essere maggiormente presi di mira nel mese di febbraio sono stati il quotidiano Danas, le emittenti televisive N1 e Nova S e, per la prima volta, il portale Istinomer.
“Come ormai di consueto – denuncia la SĆF – i media presi di mira sono stati etichettati come anti-serbi, ustascia, media dei blokaderi e dei tycoon, media del criminale Šolak, velenosi, e i giornalisti di quelle redazioni come falsi giornalisti dei media di Šolak, cinici dei media dei tycoon, idioti di N1 e Nova S, lobbisti di N1 e Nova S, operatori socio-politici che si spacciano per giornalisti, sedicenti giornalisti e simili”.
I media vengono attaccati per diversi motivi: a volte perché parlano di determinati temi politici, come la recente modifica della legge sulla magistratura e la visita di una delegazione del Parlamento europeo a Belgrado, altre volte perché seguono le proteste civiche e studentesche e affrontano questioni scomode come l’arresto di sospettati di un presunto tentativo di assassinio di Vučić e la protesta a Novi Sad durante le celebrazioni dell’anniversario della Matica Srpska.
Si tratta perlopiù di attacchi diretti, in cui i funzionari screditano i media e i giornalisti, mettendo in discussione la loro professionalità e indipendenza. Un attacco su dieci consiste nel tacciare i giornalisti e i media di essere traditori e mercenari al soldo degli stranieri, mentre uno su cinque comprende la disumanizzazione. Oltre un quinto degli attacchi prende di mira i giornalisti accusandoli di incitamento, preparazione e coinvolgimento in atti criminali.
L’obiettivo di tutti gli attacchi è screditare, mettere a tacere e intimidire le voci indipendenti e critiche.
“Nella maggior parte dei casi, i funzionari screditano i media e i giornalisti, mettendo in discussione la loro professionalità, indipendenza e onestà. […] I media indipendenti sono stati accusati, senza alcuna prova, di aver incitato all’omicidio di Vučić, di essere ‘sponsor mediatici di crimini e violenze’ e di voler ‘impiccare, cavalcare e uccidere’ i [loro] oppositori politici”, si legge nel rapporto della Fondazione Slavko Ćuruvija.
Campagne malevole e attacchi hacker
L’inizio dell’anno è stato segnato anche dalla campagna contro Veran Matić, presidente del consiglio di amministrazione dell’Associazione dei media elettronici indipendenti (ANEM) e membro del Gruppo di lavoro permanente per la sicurezza dei giornalisti. Nello specifico, il Centro per la stabilità sociale, un’organizzazione con sede a Novi Sad vicina alla leadership al potere, ha prodotto un documentario in cui Matić viene definito nemico dello stato e della società serba e agente straniero che lavora contro la Serbia da decenni. Considerando che il film è stato trasmesso da numerose emittenti filogovernative, è chiaro che si è trattato di una campagna malevola orchestrata contro Matić, come denuncia la Coalizione per la libertà dei media.
Oltre ai consueti atti intimidatori, dall’inizio dell’anno abbiamo assistito anche a numerosi attacchi hacker contro alcune testate, tra cui Radar, Južne Vesti, Glas Šumadije. La Coalizione per la libertà dei media mette in guardia sul fatto che questi attacchi fanno parte di una campagna più ampia che si protrae ormai da tempo, minacciando la libertà di espressione. La portata e l’intensità degli attacchi suggeriscono che dietro alla campagna non si celano singoli individui, bensì strutture ben organizzate con ingenti risorse finanziarie.
Come sottolinea la Coalizione per la libertà dei media, gli attacchi sono coordinati e spesso coincidono con importanti eventi politici, come elezioni, proteste e pubblicazione di inchieste giornalistiche. Nonostante le istituzioni internazionali e le organizzazioni serbe abbiano ripetutamente chiesto chiarimenti su questi casi, ad oggi nessun attacco informatico contro i media in Serbia ha avuto un epilogo giudiziario, né tanto meno è stata accertata l’identità dei responsabili.
“Gli attacchi hacker ai siti web dei media costituiscono reato e le istituzioni competenti hanno l’obbligo di condurre un’indagine e identificare i responsabili. L’accertamento dell’identità dei responsabili è fondamentale per la protezione dei contenuti mediatici, la sicurezza e il diritto del pubblico ad un’informazione tempestiva”, sottolinea la Coalizione per la libertà dei media.
In un paese, come la Serbia, dove l’élite al potere tiene in ostaggio tutte le istituzioni pubbliche – compreso l’Organo di regolamentazione dei media elettronici (REM), che dovrebbe essere il primo a reagire alle gravi violazioni della legge – è poco probabile che gli attacchi ai media, e alle voci critiche in generale, cessino spontaneamente.
Le conseguenze di anni di impunità per gli attacchi contro i professionisti dell’informazione e della crescente presenza dei discorsi d’odio nei media, spesso provenienti dai più alti funzionari statali e da individui a loro vicine, si fanno sentire da tempo. Questi fenomeni contribuiscono al clima di impunità e legittimano le pressioni sui giornalisti, restringendo così lo spazio per un giornalismo libero e critico.
Senza una chiara reazione istituzionale e la volontà politica di proteggere i giornalisti e la libertà dei media, questa tendenza non solo continuerà, ma minerà i principi democratici fondamentali e il diritto dei cittadini di essere informati in modo tempestivo e veritiero.
Tag: Libertà di stampa
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