Prigionieri d’Europa, prigionieri per sempre

Nell’Unione Europea ci sono oggi più di 700.000 persone detenute in circa 2.500 istituti. I fondi europei per il reinserimento esistono, ma stigma e vuoto post-carcerario rendono gli ex detenuti “prigionieri per sempre”

17/03/2026, Marta Abbà
© Hari Sucahyo/Shutterstock

Mani di detenuti

© Hari Sucahyo/Shutterstock

In Europa, reinserire un ex detenuto nella società è una delle sfide più difficili che uno Stato possa affrontare, e più costose se le istituzioni decidono di ignorare la questione. Pedro das Neves, esperto di sistemi penitenziari e autore di uno dei pochi studi sistematici sull’uso dei fondi europei nelle carceri, non ha dubbi su dove si inceppa il meccanismo: “Il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+) è uno strumento magnifico per chi si trova in condizioni di svantaggio. Ma a meno che i responsabili dei servizi penitenziari vengano al tavolo e dicano ‘guardateci’, non succederà nulla.”

Il problema, dice, non è il fondo. È chi decide come spenderlo — e per chi. Nell’Unione Europea ci sono oggi più di 700.000 persone detenute in circa 2.500 istituti (Prison Systems EU). Metà avrebbe bisogno di interventi strutturali per migliorare la propria occupabilità. Un terzo non ha qualifiche spendibili nel mercato del lavoro. Quando escono, tornano spesso agli stessi problemi con cui erano entrati: niente casa, niente lavoro, niente rete. E il ciclo ricomincia.

Croazia: Angel e il vuoto che lo Stato non riempie

Angel Andonov ha trascorso 18 anni in un carcere croato. Condannato a 21 anni per traffico internazionale di cocaina — 300 chili dalla Colombia — ha usato quel tempo per laurearsi in giurisprudenza. Oggi insegna come associato esterno in due facoltà: Giurisprudenza e Riabilitazione Educativa. Forma futuri criminologi, assistenti sociali, agenti penitenziari. Ha fondato e dirige come segretario l’associazione Angelus Custos, che promuove educazione in carcere, impiego per ex detenuti tramite accordi con imprese edili e di trasporti, e advocacy per il modello RESCALED di piccole case detentive. Sopravvive principalmente con donazioni, senza fondi UE diretti né supporto statale consistente.

Il contesto in cui opera è tra i più critici d’Europa. Al 31 gennaio 2024, la Croazia registrava un tasso di affollamento medio delle carceri del 110% (moderato, ma in aumento dell’8,3% rispetto al 2023), con strutture chiuse spesso gravemente sovraccariche (fino a oltre il 200% in alcuni istituti come Zadar). L’Ombudsman Tena Šimonović Einwalter, nel report annuale 2024, ha descritto condizioni “allarmanti” con carenze di personale, caldo insopportabile e trattamenti potenzialmente umilianti. La carenza di personale impedisce persino  di organizzare passeggiate all’aria aperta.

In questo scenario, un progetto finanziato con fondi di coesione provenienti dall’ESF+ prova a costruire qualcosa di concreto. Si chiama “NiKre TeBra” e lavora con giovani detenuti tra i 16 e i 29 anni, offrendo qualifiche professionali — posatori di piastrelle, operai edili — mentre sono ancora in carcere. Ad accompagnarli ci sono assistenti sociali e psicologi.

Non solo mestiere: anche comunicazione, gestione del denaro, competenze di vita. “Ho imparato il mestiere, ma anche come comunicare e gestire le finanze”, ha detto Marko, uno dei partecipanti. “Sento che questo mi aiuterà quando troverò un lavoro.” L’Associazione per il Lavoro Sociale Creativo, che guida il progetto, ha formato una prima platea di 16 giovani puntando a estendere il programma negli anni successivi. È un esempio virtuoso. Ma rimane un’isola. Angel Andonov, che quel sistema lo ha attraversato dall’interno, sa bene quanto il modello resti fragile: “La stigmatizzazione è permanente. La società non perdona.”

Slovenia: quando lo Stato investe davvero

A 400 chilometri di distanza, la Slovenia affronta una crisi simile ma con risorse diverse. Nel report SPACE I 2024 (luglio 2025), la Slovenia resta al primo posto in Europa per sovraffollamento severo (134 detenuti ogni 100 posti al 31 gennaio 2024, +25,4% dal 2023), con crescita del 40% in cinque anni. Nonostante la nuova prigione di Lubiana (388 posti, completata nel 2025) e ristrutturazioni, persistono carenze di personale e pressione sistemica. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura nel report maggio 2025 ha confermato celle a Lubiana con soli 2.7-3.5 m² per persona, sotto gli standard minimi.

L’Amministrazione Penitenziaria slovena (URSIKS) ha parlato apertamente della “più grave pressione sulle capacità detentive dalla nascita dell’istituzione.”

Eppure il Ministero della Giustizia sloveno ha scelto di non limitarsi all’emergenza. Nell’ambito del Programma di Politica di Coesione 2021-2027, ha varato un progetto da 2 milioni di euro — di cui quasi 1,5 milioni di contributo ESF+ — intitolato “Attività educative per persone che scontano una pena detentiva”. Il programma offre istruzione formale a più livelli: da quella professionale di base fino all’istruzione superiore, passando per qualifiche professionali nazionali, corsi di lingua slovena e inglese per i detenuti stranieri (la cui presenza è cresciuta sensibilmente), e programmi per migliorare l’alfabetizzazione funzionale.

Nel 2024 sono state coinvolte 99 persone. L’obiettivo è raggiungerne 1.400 entro il 2028, in tutti gli istituti sloveni. La partecipazione è volontaria, calibrata sugli interessi e il livello di istruzione di ciascuno. Non è la prima volta: un analogo progetto finanziato dal Fondo Sociale Europeo era già attivo dal 2016, e aveva raggiunto 1.540 persone entro il 2022.

In parallelo, un progetto supplementare chiamato “Sviluppo delle competenze dei detenuti” affronta la dimensione più sommersa del reinserimento: dipendenze, salute mentale, competenze genitoriali, orticoltura, mindfulness, cura degli animali, sicurezza stradale. È prevista anche una stazione radio interna agli istituti. L’obiettivo dichiarato di URSIKS è chiaro: “Un’occupazione stabile è uno dei fattori più importanti nella prevenzione della recidiva.”

Lo sa bene chi lavora con i numeri. Nel 2022, il 34,4% dei condannati nelle carceri slovene aveva completato solo l’istruzione professionale inferiore o superiore; il 26,5% si era fermato alla scuola primaria; il 13% non aveva alcuna istruzione formale, incluso il 3% privo di competenze di base in lettura e calcolo.

La sfida europea: fondi buoni, uso spesso sbagliato

Pedro das Neves conosce bene la distanza tra il potenziale dei fondi europei e la loro applicazione reale. “La mia critica non è per il programma in sé”, spiega, “ma per il modo in cui viene interpretato nei diversi paesi.” La questione è politica prima che tecnica: se i direttori dei servizi penitenziari non siedono al tavolo dove si decidono le priorità nazionali dei fondi ESF+, i detenuti — e gli ex detenuti — semplicemente non compaiono tra i beneficiari. “In alcuni paesi è successo: qualcuno ha portato il tema al tavolo e ha detto ‘questo è importante, copre tutti i gruppi prioritari’. In altri no.”

Il risultato è una mappa europea a macchia di leopardo. In certi paesi i fondi hanno finanziato programmi strutturali — come in Portogallo, dove un’iniziativa Equal ha sostenuto progetti innovativi integrati, o in Romania, dove l’ESF+ ha finanziato un cambiamento culturale interno all’intero sistema penitenziario, dalla formazione del personale alla ristrutturazione degli spazi. In altri, l’ESF+ è diventato un meccanismo di manutenzione ordinaria, erogando corsi di formazione di routine senza alcuna capacità di innovazione. “Abbiamo perso flessibilità,” dice das Neves. “In alcuni paesi il fondo è diventato così rigido che non si riesce a mescolare formazione e intervento psicosociale nello stesso progetto. E questo è una perdita enorme.”

C’è un altro nodo che das Neves individua con precisione: la tracciabilità. Trovare i progetti ESF+ dedicati alla popolazione carceraria è spesso impossibile, perché vengono catalogati sotto categorie generiche — “persone svantaggiate”, “dipendenze”, “bassa scolarizzazione” — senza alcun filtro specifico. “Anche io sto spulciando progetto per progetto,” conferma chi lavora sul campo. “Non c’è un database con il bollino ‘detenuti’. Sono ovunque e da nessuna parte.”

Su questo il punto di vista di Antigone, l’associazione italiana di tutela dei diritti nelle carceri, aggiunge una complessità ulteriore. “La gran parte delle persone detenute in tutto l’Occidente non sono ‘persone come noi’”, spiega Alessio Scandurra, che lavora quotidianamente con questa realtà. “Quando escono, il loro problema principale non è lo stigma. Sono gli stessi problemi che avevano quando sono entrate: salute, casa, lavoro.” Una premessa che dovrebbe stare alla base di qualsiasi progetto di reinserimento, e che invece viene spesso ignorata in favore di iniziative più visibili — quelle con “l’azienda più figa o la storia più bella” — che intercettano solo la fascia più pronta della popolazione detenuta, lasciando indietro chi ha dipendenze, disturbi mentali, nessuna rete familiare.

“Un carcere dovrebbe offrire un ventaglio di cose molto diverso”, osserva Scandurra, “per intercettare bisogni molto diversi. Hai chi può accedere a percorsi avanzati di formazione professionale. E hai chi ha bisogno di essere alfabetizzato ai ritmi ordinari della vita.” Il problema è che i progetti più ambiziosi — quelli che affiancano alla formazione lavorativa supporto psicologico, accompagnamento, follow-up — sono anche i più difficili da finanziare, perché costosi, complessi e raramente sostenibili oltre la durata del bando. “Sulla carta tutti parlano di sostenibilità. Poi quando i fondi finiscono, finisce tutto.”

Il quadro che emerge da Croazia, Slovenia e dal dibattito europeo non è quello di un problema irrisolvibile. È quello di un problema mal governato. I fond ESF+ esistono, sono cospicui, e in alcuni casi — come dimostrano i progetti sloveni o l’esperienza di “NiKre TeBra” — riescono a produrre risultati reali e misurabili. Ma la loro efficacia dipende da scelte politiche a monte: chi siede al tavolo, quali categorie vengono riconosciute come prioritarie, quanto si è disposti a tollerare la complessità invece di inseguire i numeri più facili da rendicontare.

Angel Andonov, che ha costruito la sua seconda vita senza aiuti europei e quasi senza aiuti statali, lo dice con la chiarezza di chi ha visto il sistema dall’interno: “La più grande difficoltà per il reinserimento è la mancanza di aiuto della società e la stigmatizzazione permanente.” Non basta formare un muratore o un posatore di piastrelle. Bisogna costruire le condizioni perché quella formazione non si perda nel vuoto del giorno dopo l’uscita dal carcere. Ed è proprio lì, in quel vuoto, che si decide se l’ergastolo sociale finisce o continua.​​​​​​​​​​​​​​​​

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.

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