Ciao mamma, come stai? La salute mentale che il sistema non vede

Da Lubiana a Zagabria, ci sono donne che costruiscono quello che manca in Europa e provano a intercettare fondi europei per farlo meglio e assieme

05/03/2026, Marta Abbà
Un momento di intimità e condivisione silenziosa. Umbilica agisce cercando di cambiare il sistema - Foto Mesec Maj Photography

Un momento di intimità e condivisione silenziosa. Umbilica agisce cercando di cambiare il sistema – Foto Mesec Maj Photography

Un momento di intimità e condivisione silenziosa. Umbilica agisce cercando di cambiare il sistema - Foto Mesec Maj Photography

“Quando sono diventata madre è stato un grande shock per come mi sentivo sola. Pensavo che nulla fosse cambiato, che avrei solo avuto un bambino con me ma sarei rimasta la stessa persona di prima.”

Trupi ha 38 anni, insegna alle elementari in Slovenia e ha tre figli. La incontriamo all’università di Lubiana dove si è laureata — corridoi familiari, una storia che conosce a memoria. Con i bambini in classe ci sa fare. Ma tornare a casa dal proprio era la cosa più difficile che avesse mai fatto. Non ne parlava. Credeva di essere l’unica. Non lo era. E non lo è nessuna.

Il 16-20% delle madri europee soffre di depressione postpartum — dato dell’European Institute for Perinatal Mental Health. Ma quel numero indica un valore per difetto: conta solo chi è stata diagnosticata, non chi soffre in silenzio, chi non sa dove andare, chi non viene nemmeno interrogata. La maternal mental health comprende depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico legato al parto, psicosi postpartum — tutto ciò che può emergere durante la gravidanza e dopo il parto (WHO).

L’Unione Europea ha da poco autorizzato il commercio di brexanolone, il primo farmaco specifico per la depressione postpartum. Bene. Ma un farmaco non risolve un sistema che non pone la domanda. E la domanda è una sola, elementare, quasi offensiva nella sua semplicità: come stai? Incontrando chi dovrebbe rispondere, si scopre che spesso il sistema non lo chiede.

Slovenia: i numeri che il governo non voleva sapere

La Slovenia ha un anno di congedo di maternità, controlli ginecologici regolari, un’ostetrica in sala parto. Tutto a posto, sulla carta. Ma sei settimane dopo il parto c’è una sola visita — il corpo è guarito e il bambino cresce: buona fortuna.

Per la psiche della madre non esiste uno screening, non esiste un percorso, non esiste una domanda obbligatoria. È in questo vuoto che Trupi, da una piccola città di periferia slovena, ha fatto l’unica cosa sensata: si è inventata quello che non c’era.

Durante il Covid ha aperto un “cerchio per madri” su Zoom — non lezioni, non istruzioni, solo spazio per parlare senza essere giudicate. Quattro anni dopo è una rete di 20 città in tutta la Slovenia, gruppi da cinque a dieci persone una volta al mese, in biblioteche e centri comunitari. Le organizzatrici vengono pagate tra i 30 e i 50 euro a incontro. Non è un reddito. È un inizio. “Se non costruisci la stabilità economica, sarai stanca, arrabbiata, dimenticata. E la qualità cala.”

Mentre Trupi lavora dal basso, Špela Šloša lavora in alto — e quello che ha trovato è peggio di quanto chiunque sospettasse. La incontriamo in un caffè nel centro di Lubiana: lavora in smart working, Umbilica non ha un ufficio fisso, il che dice già qualcosa su come funziona il terzo settore in questo paese. Šloša guida Umbilica, Ong slovena che partecipa al progetto “Mind the Mum”, finanziato da EU4Health insieme a Cyprus University of Technology, Università di Danzica e l’European Institute for Perinatal Mental Health.

Obiettivo: misurare, prevenire, e poi costringere il governo ad agire con i dati in mano. I risultati preliminari sono, per usare le sue parole, “agghiaccianti”: un terzo delle madri slovene soddisfa i criteri clinici per la depressione postpartum. Un ulteriore 25% è in zona grigia. Solo il 40% delle donne si sente mentalmente come prima della nascita. E solo il 2% sta ricevendo aiuto in questo momento.

Per la Slovenia è il primo studio con numeri reali — fino a oggi l’Istituto Nazionale di Salute Pubblica citava stime generiche dal mondo occidentale, tra il 10 e il 20%. Ora sappiamo che la Slovenia è ben oltre.

“Il sistema non offre alcun aiuto,” dice Šloša, citando anche la sua esperienza personale: “Solo antidepressivi e via. Nessuna psicoterapia, nessuna risoluzione dei problemi reali.”

C’è un ulteriore paradosso: se una donna sviluppa un trauma legato al parto e viene indirizzata a uno psicologo della stessa struttura ospedaliera, quello psicologo non potrà mai validare quel trauma. Il sistema di reclami non funziona. La violenza ostetrica esiste, è diffusa, ed è senza conseguenze.

A collegare ricerca e comunità c’è Kastelic — facilitatrice, illustratrice, e autrice di uno dei primi podcast sloveni dedicato alle storie reali di madri ordinarie. La raggiungiamo a casa sua, dove lavora circondata dai materiali delle sue illustrazioni e da una quiete che contrasta con la quantità di cose che riesce a mettere in moto.

Nel 2016 ha risposto a una chiamata su Facebook da un’organizzazione ungherese che cercava partner per un progetto sulle madri. Non aveva figli, non aveva un’organizzazione. Ha detto sì lo stesso. Il progetto di cerchi femminili che ne è nato ha raggiunto centinaia di donne in pochi mesi — ogni donna formata creava il proprio cerchio, effetto cascata.

Il podcast lanciato nel 2020 — madri normali che raccontano come in una conversazione da bar, senza filtri, senza istruzioni — è ancora oggi una risorsa che le donne si passano tra loro. “Alcune mi dicono che hanno ascoltato tutti i 50 episodi. Perché era la prima volta che sentivano la realtà della maternità senza che qualcuno le istruisse su come viverla.”

Ora prepara una nuova serie: guida pratica alle mille decisioni quotidiane che nessuno spiega alle madri — quale crema, quale seggiolino, come orientarsi nel caos. “Sembrano dettagli stupidi. Non lo sono. Togliere peso mentale è già prendersi cura della salute mentale di una madre.”

Croazia: il problema esiste, il sistema fa finta di no

Se la Slovenia è — come dice Nina Cikеš Stegić — “vent’anni avanti”, la Croazia è un paese dove il problema è visibile a chiunque voglia guardarlo, e invisibile a chiunque abbia il potere di affrontarlo.

Cikеš Stegić viene dalla medicina. Dopo la nascita del suo terzo figlio ha lasciato l’ospedale e ha ricominciato come doula, terapeuta cranio-sacrale, consulente in psicologia perinatale. La raggiungiamo al telefono da Rijeka — lavora molto online, per necessità più che per scelta, perché il territorio che deve coprire è grande e le risorse sono quelle che sono. Con Martina Trboglav Podvorac, psicologa di Zagabria, ha costruito un percorso integrato che unisce preparazione al parto, lavoro sul corpo e supporto psicologico.

Niente di tutto questo esiste nel sistema pubblico croato. “Anche quando passi la gravidanza e la nascita — che non funziona bene nei nostri ospedali, troppi interventi, troppo poco supporto — arrivi al postpartum completamente sola. È lì che crolla tutto.”

Lavorano a Rijeka e Zagabria, ma anche online con donne croate sparse in Europa che cercano qualcuno che parli la loro lingua. Il limite è brutale: non è rimborsabile dall’assicurazione pubblica. Chi non può pagare, non accede. In tutta la Croazia ci sono forse cinque psicologi che lavorano specificamente nei reparti di ginecologia e ostetricia. Cinque, in un paese di quasi quattro milioni di persone.

Sandra Nakić Radoš è la voce che manca spesso in questo dibattito: qualcuno dentro il sistema che non si limita a difenderlo, ma non si limita nemmeno ad attaccarlo. Nel suo studio all’Università Cattolica di Croazia — scaffali di pubblicazioni scientifiche, l’ordine di chi ha imparato a costruire argomenti che resistano alle obiezioni — professoressa associata e fondatrice del Centro per la Salute Mentale Riproduttiva di Zagabria, fa ricerca sulla salute mentale peripartum dal 2008.

I suoi dati: una donna su cinque presenta problemi psicologici nel periodo peripartum, in linea con la media europea. Non tutte hanno bisogno di psichiatria, ma quasi tutte avrebbero bisogno di qualcosa — e quel qualcosa non è organizzato, non è finanziato, non è garantito.

“Le donne in gravidanza, se stanno bene, hanno più contatti con il sistema sanitario di quanto ne abbiano mai avuti in vita loro. Eppure perdiamo queste occasioni. Non chiediamo come stanno.” È la frase più semplice e più pesante di questa inchiesta. Un sistema che incontra ogni madre decine di volte nei nove mesi di gravidanza, e non trova mai il momento per fare la domanda.

Nakić Radoš porta però una posizione che vale la pena ascoltare fino in fondo: “Implementare lo screening senza percorsi terapeutici chiari non è etico. Se identifichi una donna a rischio e non sai dove mandarla, le fai un danno peggiore — la lasci sola dopo averle detto che potrebbe avere una depressione.”

Il cambiamento, dice, deve passare anche dall’interno, non solo contro il sistema. “Quando si evidenziano le cose che non funzionano, le istituzioni si difendono. Bisogna trovare il modo di lavorarci dentro, non solo di accusarle.” È partecipe del progetto Horizon Happy Moms, guidato dall’Università di Milano, uno dei pochi tentativi europei di costruire linee guida evidence-based condivise tra paesi.

I fondi europei: un’occasione ancora parziale

La domanda a questo punto è inevitabile: dove sono i soldi europei? La risposta è complessa. Né in Slovenia né in Croazia esistono programmi ESF+ (Fondo Sociale Europeo Plus) dedicati specificamente alla salute mentale materna. L’ESF+ stanzia per il periodo 2021-2027 in Slovenia 741 milioni di euro per una “Slovenia più sociale” e in Croazia circa 2 miliardi di euro, con quasi un terzo destinato all’inclusione sociale. La salute mentale materna entra in questi programmi di traverso — come fattore di rischio per l’esclusione, come variabile nelle famiglie vulnerabili. Non è il bersaglio principale. Ma non è nemmeno assente.

La logica ha una sua coerenza: l’ESF+ nasce per combattere povertà ed esclusione, e una madre che soffre in silenzio è ad alto rischio su entrambi i fronti. Lavorare sul contesto — ridurre la precarietà economica, rafforzare i servizi comunitari, sostenere le famiglie vulnerabili — crea le condizioni perché il problema emerga e possa essere affrontato. Il progetto Mind the Mum di Umbilica, finanziato da EU4Health, mostra cosa succede quando i fondi europei vengono usati in modo più mirato: ricerca, prevenzione, advocacy. È ancora un progetto a termine, non un sistema. Ma indica una direzione.

Nakić Radoš, che lavora da anni all’intersezione tra ricerca e politiche sanitarie, vede nei fondi europei uno strumento con un potenziale ancora inespresso: “Servono per fare ricerca, sviluppare programmi efficaci, creare reti tra paesi. La collaborazione europea è fondamentale — da soli i singoli sistemi sanitari non si muovono.”

Il punto, dice, è il passaggio successivo: “Bisogna tradurre tutto nei singoli contesti nazionali e trovare il modo di rendere i programmi sostenibili dopo la fine del finanziamento. Non è un problema dei fondi in sé — è una sfida di sistema che si può affrontare.” La stessa Nakić Radoš partecipa al progetto Horizon “Happy Moms”, che lavora esattamente in questa direzione: costruire tra paesi linee guida condivise che possano sopravvivere ai singoli progetti.

Il nodo operativo lo conosce bene Kastelic: “Quando il tuo modello dipende dai fondi europei, devi ottenere progetti che riempiono il tuo spazio, ma non hai la capacità di fare il lavoro sul terreno.” Le organizzazioni più vicine alle madri quasi sempre non hanno i requisiti formali per accedere ai bandi — non hanno un ufficio progetti, non hanno esperienza burocratica, spesso non hanno nemmeno la forma giuridica richiesta. I fondi esistono. Le donne che ne avrebbero bisogno esistono. La sfida è costruire i ponti che li connettano.

Una sfida che attraversa ogni paese e ogni livello: dalla biblioteca di una piccola città slovena dove Trupi apre un cerchio una volta al mese, allo studio di Zagabria dove Nakić Radoš accumula dati nella speranza che qualcuno nei ministeri li ascolti davvero. Nel mezzo ci sono centinaia di migliaia di donne che ogni anno in Europa diventano madri, vengono controllate nel corpo, e poi mandate a casa. Senza che nessuno abbia trovato il momento per fare la domanda più elementare del mondo.​​​​​​​​​​​​​​​​

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.