Srebrenica, ciò che resta

Nel trentennale del genocidio di Srebrenica, lo scrittore Gabriele Santoro ha pubblicato un libro che si nutre dei ricordi di donne e uomini superstiti, ciascuno con la sua storia, oltre a raccontare alcuni paesaggi simbolici. Nostra recensione

04/03/2026, Diego Zandel

Srebrenica © foto Mario Boccia

Srebrenica © foto Mario Boccia

Sono trascorsi più di trent’anni ormai da quell’11 luglio del 1995 in cui le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladić massacrarono 8372 cittadini di Srebrenica, ma il suo ricordo, seppur si concentra l’11 luglio di ogni anno, non si disperde nel corso del tempo. Gabriele Santoro, giornalista de Il Messaggero da qualche settimana ha dato alle stampe, per i tipi dell’editore Del Vecchio, un libro dal titolo “Nessun’altra casa – Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica”.

Il libro si nutre dei ricordi dei superstiti, ciascuno con la sua storia, nella idea dell’autore e della casa editrice “di praticare una memoria che non pretende di guarire, ma di accompagnare – una memoria che accetta la coabitazione degli opposti e che mi ricorda quanto poco basti a spostare una vita dalla parte giusta: una traduzione accurata, un nome restituito”.

A parlare nel libro, infatti, attraverso Santoro che li intervista, sono una decina di uomini e donne di tre generazioni, ciascuno con il suo carico di esperienze dolorose, forti traumi e reazioni diverse. Si chiamano Bekir Halilović, un uomo che oggi ha poco più dei trent’anni dal giorno del massacro, essendo nato a Srebrenica l’8 gennaio del 1994 e che non ha memoria diretta del padre, una delle vittime del generale Mladić; Valentina Gagić Lazić, allora diciannovenne che i genitori hanno voluto mettere in salvo mandandola da una parente a Bratislava, in Slovacchia ed è tornata sei mesi dopo a Srebrenica per non volersene più andare, assumendosi il compito di lavorare accanto alle donne che hanno visto svanire padri, mariti e figli, aiutando a elaborare il trauma collettivo, nella consapevolezza che, come aveva già dichiarato Bekir Halilović “la guerra non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è difficile decifrare che cosa possa diventare”.

Gli altri seguono, fino a Dževada Halilović, nata già nell’assenza del padre ammazzato prima che venisse a sapere che la moglie era in sua attesa e che ora può vederlo solo in fotografia, sognandolo. “Non ha avuto la possibilità di essere mio padre e io sua figlia. Non mi ha potuto tenere tra le braccia e non so cosa significa avere un padre. Non penso che si possa essere consapevoli di qualcosa che non c’è mai stato. Vedi le famiglie degli altri e senti che ti manca un pezzo. Ma non sai esattamente cosa, perché non te lo puoi nemmeno ricordare. Passi tutta la vita col vuoto qui in mezzo al petto” per poi concludere più avanti: “La guerra non mi ha mai abbandonata: mi segue dalla nascita e lo farà per tutta la vita.”

Il libro di Gabriele Santoro viene presentato oggi 4 marzo a Rovereto presso la Libreria Arcadia, e domani 5 marzo a Trento presso la Libreria Due punti.

Nella sua introduzione al libro, Santoro dice che a spingerlo a quel lavoro era buttare giù il muro di un’Europa che, trent’anni dopo, non vuole ancora “considerare nostra quella storia, quando lo è”. Brucia ancora, infatti, il poco che è stato fatto “per dimostrare che il genocidio pianificato, e attuato in presenza di forze militari europee, ci riguardasse direttamente. Così come ci interpellano tutte le vittime innocenti delle guerre jugoslave di ogni nazionalità”.

Il libro non si ferma alle testimonianze dei superstiti. Si riportano alcuni “paesaggi” simbolici, come il racconto della biblioteca di Sarajevo che, si ricorderà, fu data alle fiamme o i ponti di Mostar, tra cui quello storico, costruito nel 1566 dall’architetto Hajrudin su mandato di Solimano il Magnifico, fatto saltare, con scalpore di tutti, dai croato-bosniaci, il 9 novembre 1993. “Il ponte, colpito a morte, è un monumento funebre su due sponde che si allontanano sempre di più” ha scritto a riguardo il quotidiano di Zagabria Vjesnik. E, infatti, oggi la Neretva divide in due la città di Mostar: la parte est abitata dai bosgnacchi e la parte ovest dai croati.

Chiude il libro, aperto con una prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, un testo del grande scrittore bosniaco Miljenko Jergović che ricorda il momento in cui, trovandosi allora a Zagabria, apprese la notizia di ciò che stava accadendo a Srebrenica. Tutte le interviste, riprese dal videomaker Giuseppe Chiantera, sono state tradotte dalla brava Estera Miočić.