TikTok in Albania, fine del divieto

Nel novembre 2024, dopo la morte di un quattordicenne, il governo albanese ha decretato il divieto di utilizzare TikTok. Una decisione controversa, poi ritirata nel febbraio 2026, ma che lascia aperte questioni importanti nel dibattito su democrazia, libertà di informazione e media digitali

03/03/2026, Erisa Kryeziu Tirana
© DANIEL CONSTANTE/Shutterstock

TikTok

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Il governo albanese ha deciso di vietare TikTok per un anno in seguito all’accoltellamento di un quattordicenne e ad una serie di dibattiti online, promettendo che avrebbe utilizzato questo periodo per collaborare con la piattaforma al fine di rafforzare le misure di protezione dei minori.

Sebbene il divieto sia ufficialmente scaduto a seguito di una recente decisione del Consiglio dei Ministri, l’app è rimasta inalterata. La questione è ora all’esame della Corte Costituzionale e l’intervento del governo ha scatenato intensi dibattiti sulla libertà di espressione, il pluralismo dei media e le modalità di intervento dello Stato nello spazio digitale.

La chiusura di TikTok in Albania

Nel novembre 2024, nei pressi della scuola media “Fan Noli” di Tirana, un’aggressione tra due minorenni provocò la morte del quattordicenne Martin Cani.

Nella capitale, cittadini e genitori organizzarono una serie di proteste per chiedere maggiore sicurezza nelle scuole. Nella sua prima dichiarazione dopo il tragico incidente, il primo ministro Rama aveva annunciato la chiusura della piattaforma online TikTok, citandola come causa dell’evento.

Sebbene non vi fossero prove che l’incidente fosse dovuto a screzi online, per Rama piattaforme come TikTok compromettono gli sforzi delle famiglie per educare i propri figli.

All’epoca il primo ministro aveva affermato che l’implementazione di filtri su tali piattaforme non aveva funzionato nei paesi dell’Unione europea, quindi, in questa situazione, l’unica soluzione era la chiusura completa della piattaforma. Ciò aveva suscitato critiche che bollavano la misura come autoritaria e populista.

Il 6 marzo 2025, l’allora ministra dell’Istruzione Ogerta Manastirliu aveva annunciato la chiusura della piattaforma per un anno.

“Abbiamo analizzato gli effetti derivanti da queste piattaforme, in particolare per quanto riguarda la salute dei bambini e i casi di violenza fisica”, aveva affermato Manastirliu, aggiungendo che dal 25 novembre 2024 al 22 dicembre 2024 il governo aveva condotto oltre 1.300 consultazioni con i genitori e, secondo il ministero, il 90% di questi appoggiava la chiusura di TikTok.

Secondo gli esperti di comunicazione, questa decisione riguardava un’utenza più ampia, quindi affidarsi esclusivamente alle percezioni dei genitori era errato.

“Non sono stati pubblicati rapporti di consultazione, la metodologia utilizzata è sconosciuta, così come la rappresentanza dei partecipanti o il modo in cui i commenti sono stati recepiti nel processo decisionale. Questi sono elementi essenziali per un corretto processo di consultazione pubblica”, dichiara a OBCT Megi Reçi, ricercatrice sui diritti digitali.

Secondo Reçi, le questioni che riguardano la libertà di espressione e l’accesso alle informazioni richiedono il coinvolgimento di esperti in diritti umani, studiosi, rappresentanti dei media e organizzazioni della società civile.

“La mancanza di pluralismo e di documentazione pubblica indebolisce la legittimità democratica della decisione”, spiega Reçi. Nel marzo 2025, un gruppo di organizzazioni della società civile e dei media si era opposto alla chiusura di TikTok, descrivendola come un’estrema restrizione della libertà di espressione e dell’accesso all’informazione.

Erano state sollevate preoccupazioni anche in merito alla tempistica della decisione, circa due mesi prima delle elezioni parlamentari dell’11 maggio 2025.

“Il governo rischia di sopprimere le voci emergenti, indebolire il pluralismo politico e creare un effetto paralizzante che potrebbe estendersi oltre gli utenti di TikTok, colpendo giornalisti, creatori digitali, attivisti della società civile e organizzazioni che monitorano il processo democratico”, avevano dichiarato organizzazioni della società civile e dei media.

Causa alla Corte Costituzionale contro la chiusura di TikTok

Mentre TikTok veniva chiuso in Albania, l’Associazione dei Giornalisti Albanesi e la Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) presentavano un ricorso alla Corte Costituzionale nel marzo 2025, contestando la costituzionalità della decisione del Consiglio dei Ministri di vietare la piattaforma. L’avvocato Franc Terihati del Center for Legal Empowerment aveva dichiarato che le argomentazioni legali dimostravano che la decisione del governo violava la libertà economica, la libertà di espressione, la libertà di stampa e il diritto all’informazione.

Il 4 giugno 2025, la Corte Costituzionale ha deciso di riesaminare la decisione del governo di chiudere TikTok, programmando persino una sessione plenaria pubblica.

Isa Myzyraj, giornalista e presidente dell’Associazione dei Giornalisti Albanesi (AGSH), dichiara a OBCT che la chiusura di TikTok è stata una decisione sproporzionata e pericolosa per la società democratica.

“Invece di trattare la questione come una questione che richiede una regolamentazione mirata, come la tutela dei minori, il governo ha scelto un intervento drastico che crea un precedente per la censura digitale. Come giornalista e direttore dell’AGSH, considero questo un atto che rischia di normalizzare la chiusura amministrativa delle piattaforme di comunicazione pubblica”, afferma Myzyraj.

Myzyraj sottolinea che la corte dovrebbe stabilire standard chiari per qualsiasi futuro intervento statale nello spazio digitale.

“Il processo è in corso e, per noi, l’importanza non risiede solo nel risultato concreto, ma anche nel precedente che verrà creato per il futuro dei diritti digitali in Albania. In sostanza, non si tratta solo di una battaglia per TikTok, ma di standard democratici nell’era digitale”, ha aggiunto Myzyraj.

Il 3 febbraio 2026, il governo albanese ha adottato la Decisione n. 62, abrogando il divieto.

Nella successiva sessione della Corte Costituzionale, il 5 febbraio 2026, i rappresentanti del governo hanno dichiarato che la revisione non era necessaria poiché il divieto di TikTok era già stato abrogato.

“La decisione decade dopo 12 mesi”, ha dichiarato Herold Jonuzaj, un rappresentante del governo, aggiungendo che “sarà automaticamente abrogata entro il 6 marzo 2026”. Secondo Jonuzaj, l’abrogazione faceva parte di un processo di negoziazione con la piattaforma per implementare i filtri richiesti, sebbene non fosse ancora stato finalizzato alcun accordo scritto.

Isa Myzyraj ha dichiarato a OBCT che il passo indietro del governo prova che la decisione iniziale era stata affrettata e indifendibile dal punto di vista legale.

“Questo ritiro conferma le preoccupazioni che abbiamo pubblicamente sollevato fin dall’inizio: non c’era un’analisi approfondita della proporzionalità o una solida base costituzionale per una misura così estrema. “L’abrogazione avvenuta due giorni prima dell’udienza alla Corte Costituzionale dimostra chiaramente che il governo non voleva che la decisione fosse sottoposta a esame giudiziario”, ha affermato Myzyraj.

L’avvocato del ricorrente, Franc Terihati, ha insistito durante l’udienza del 5 febbraio affinché il caso venisse esaminato indipendentemente dall’abrogazione da parte del governo. Ha sottolineato che il divieto TikTok viola diversi diritti costituzionali, tra cui la libertà di espressione, la libertà di stampa, il diritto all’informazione e la libertà economica. Terihati ha parlato di “una questione di significativo interesse pubblico” e, pertanto, la corte deve stabilire se la decisione fosse costituzionale mentre era in vigore.

La Corte Costituzionale ha deciso di non emettere una sentenza definitiva sul divieto di TikTok, concedendo ulteriore tempo alle parti coinvolte, citando questioni irrisolte.

Il 23 febbraio si è tenuta la successiva udienza presso la Corte Costituzionale. Il collegio giudicante si è ritirato per deliberare e giungere a una decisione.

“La data e l’ora dell’annuncio della decisione vi saranno comunicate in conformità con le disposizioni di legge”, ha dichiarato il giudice. Secondo le norme, la decisione è chiarita e pubblicata entro 30 giorni dalla data del suo annuncio.

Conseguenze del divieto di TikTok in Albania

Sebbene TikTok sia stato vietato in Albania, il suo utilizzo non si è interrotto.

Gli utenti albanesi accedevano alla piattaforma usando VPN. Il 13 marzo 2025, Proton VPN ha riferito che l’utilizzo era aumentato del 1.200% rispetto al valore di riferimento e che il numero ha continuato a crescere, poiché gli albanesi desideravano un accesso a Internet libero e aperto. TikTok è stato utilizzato persino dal sindaco di Tirana, Erion Veliaj, attualmente in carcere a seguito di accuse di corruzione.

Come riporta Megi Reçi, ricercatrice sui diritti digitali, il divieto di TikTok non è stato accompagnato da un rapporto pubblico sulla sua efficacia.

“Questa mancanza di trasparenza rende difficile valutare oggettivamente il reale impatto dell’intervento. Il governo aveva stabilito diverse condizioni per lo sblocco della piattaforma, tra cui la verifica dell’età, il controllo genitoriale obbligatorio, misure concrete per prevenire contenuti dannosi e la moderazione in albanese. Non ci sono dati pubblici che dimostrino se e in quale misura questi provvedimenti siano stati effettivamente implementati”, spiega Reçi a OBCT.

Secondo Reçi, anche durante il divieto, TikTok è stato ampiamente utilizzato tramite VPN e la mancanza di miglioramenti visibili rende discutibile l’efficacia del provvedimento.

“TikTok è stato utilizzato anche durante il periodo elettorale e anche dai candidati del partito al governo, il che mette in discussione la coerenza e l’applicabilità della decisione. Le questioni citate a giustificazione del divieto, come l’incitamento alla violenza o i rischi per i minori, non sono state eliminate e non sono esclusive di una singola piattaforma”, dichiara Reçi a OBCT.

Isa Myzyraj osserva inoltre che le conseguenze della chiusura di TikTok sono state immediate su più livelli.

“In primo luogo, la libertà di espressione è stata compromessa per migliaia di cittadini che utilizzavano TikTok come piattaforma di comunicazione pubblica. In secondo luogo, è stato danneggiato l’ecosistema dei media alternativi, in cui molti giornalisti, attivisti e organi di informazione condividono informazioni tramite i social media. In terzo luogo, si è creato un effetto paralizzante, in quanto qualsiasi altra piattaforma potrebbe essere soggetta ad una chiusura simile in futuro senza chiare procedure legali, parlamentari o giudiziarie”, spiega Myzyraj a OBCT.

Sicurezza digitale e protezione dei dati

Megi Reçi sottolinea che la decisione di chiudere la piattaforma non ha fornito indicatori oggettivi di efficacia, aggiungendo che la mancanza di trasparenza nella consultazione pubblica e la mancata pubblicazione dei rapporti di analisi dei rischi hanno indebolito la legittimità democratica dell’intervento.

“Qualsiasi restrizione alla libertà di espressione deve superare il test di proporzionalità. La chiusura completa di una piattaforma per l’intera popolazione costituisce un pesante intervento sulla libertà di espressione e l’accesso alle informazioni”, nota al ricercatrice.

Secondo Reçi, nella giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, “la chiusura generale e indifferenziata delle piattaforme è considerata una violazione della libertà di espressione, soprattutto quando non è dimostrato che la misura è necessaria e che non esistono alternative meno restrittive”. Pertanto, in assenza di prove che il divieto fosse l’ultimo e unico strumento efficace, è difficile sostenere che la misura fosse proporzionata.

L’Albania si è impegnata ad armonizzare entro il 2026 la propria legislazione con il Digital Services Act (DSA) dell’UE, che istituisce un quadro di responsabilità per le piattaforme online, con l’obiettivo di aumentare la trasparenza, la responsabilità e la tutela dei diritti degli utenti.

“Secondo la logica del DSA, il blocco delle piattaforme è considerato una misura eccezionale e temporanea, da adottare solo dopo l’esaurimento di tutti gli altri meccanismi normativi. Ad oggi, non esiste un precedente nell’UE per un divieto generale di utilizzo delle piattaforme ai sensi di questa legge”, spiega Reçi.

In questo contesto, secondo Reçi, tali interventi generali ad hoc si discostano dal modello UE, che si concentra sulla regolamentazione della responsabilità delle piattaforme.

Per questo motivo, Reçi sottolinea che l’equilibrio tra sicurezza digitale e libertà di espressione si ottiene non attraverso divieti sulle piattaforme, ma attraverso la regolamentazione.

“Un approccio più sostenibile comprenderebbe chiari obblighi di trasparenza e moderazione, il rafforzamento delle autorità di regolamentazione, delle loro capacità e della loro indipendenza, la creazione di efficaci meccanismi di reclamo per gli utenti e l’investimento nell’educazione digitale”, conclude Megi Reçi.