In Georgia anche i marciapiedi sono luoghi di protesta
Da fine 2024 la Georgia è scossa da manifestazioni antigovernative, a cui il governo risponde con una repressione sempre maggiore. Per aggirare le regole che colpiscono chi manifesta per strada, i dimostranti hanno iniziato a sfilare sui marciapiedi. Ma anche qui si rischia fino a cinque giorni di detenzione per ostacolo al traffico… pedonale

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Un manifestante a Tiblisi © Shutterstock / hkoca
Nel corso di circa quattrocentocinquanta giorni di mobilitazione antigovernativa ininterrotta, le autorità georgiane hanno risposto rimodellando progressivamente il quadro giuridico, intervenendo soprattutto sulla legge sulle assemblee e dimostrazioni e sul codice delle infrazioni amministrative e penali.
Il blocco delle strade nei pressi del parlamento è stato colpito con sanzioni pecuniarie elevate. Successivamente il parlamento dominato dal Sogno Georgiano ha modificato la normativa eliminando le multe e introducendo la detenzione già alla prima violazione, con arresti di massa e detenzioni temporanee di manifestanti.
Dalle strade ai marciapiedi
Di fronte a questo progressivo irrigidimento normativo, il movimento di protesta ha modificato continuamente le proprie tattiche. Dopo l’impossibilità di bloccare le strade principali, le manifestazioni si sono spostate sui marciapiedi e nelle strade secondarie attorno al parlamento, con percorsi variabili e azioni più mobili.
Il 10 dicembre sono passate nuove norme che prevedono che gli organizzatori di una manifestazione debbano notificare preventivamente alle autorità lo svolgimento di proteste non solo in caso di interferenza con il traffico veicolare, ma anche nelle aree destinate al “movimento delle persone”, come marciapiedi e spazi pubblici.
Gli organizzatori della protesta sono tenuti a presentare una notifica almeno cinque giorni prima dell’evento al ministero dell’Interno, che subentra alle amministrazioni locali nella gestione delle manifestazioni e che valuta la richiesta e può proporre modifiche al luogo o all’orario della manifestazione, senza essere obbligato a concedere un’autorizzazione. In caso di proteste spontanee, la notifica può essere presentata fuori dai termini ordinari, ma deve comunque essere inviata il prima possibile, secondo modalità che la polizia può stabilire discrezionalmente.
Le modifiche legislative hanno inoltre ampliato i poteri della polizia di ripristinare il movimento, estendendoli dalle strade alle aree pedonali. Se i manifestanti non liberano lo spazio entro quindici minuti dall’ordine delle autorità, la protesta può essere sciolta con misure previste dalla legge.
La normativa chiarisce inoltre che la concessione di quindici minuti non annulla la violazione: anche in caso di dispersione spontanea, i partecipanti possono essere puniti. La violazione delle nuove regole comporta la detenzione già alla prima infrazione, con pene fino a quindici giorni per i partecipanti e fino a venti giorni per gli organizzatori. Solo alcune categorie – donne in gravidanza, genitori di bambini sotto i dodici anni, minori e persone con disabilità gravi – sono esentate dalla pena detentiva e soggette a sanzioni alternative.
Misure anticostituzionali
La formulazione della normativa ha sollevato critiche per la sua ambiguità e per il potenziale conflitto con la Costituzione. L’articolo 21 della Costituzione georgiana garantisce il diritto alla libertà di manifestazione pacifica e stabilisce che tutti hanno il diritto di riunirsi pubblicamente e senza armi, senza previa autorizzazione, prevedendo unicamente l’obbligo di notifica nei casi stabiliti dalla legge.
Le modifiche legislative approvate in dicembre hanno però trasformato questo principio in un sistema di fatto assimilabile a un regime di autorizzazione obbligatoria. Nella pratica, la distinzione tra notifica e autorizzazione si è rivelata fragile: durante le proteste davanti al parlamento, la polizia ha più volte affermato che i manifestanti dovevano attendere il permesso delle autorità.
Dopo l’entrata in vigore delle nuove norme, la polizia ha iniziato a considerare illegali le manifestazioni per le quali il ministero non aveva pubblicato istruzioni ufficiali, anche in presenza di notifiche formali. Il Difensore civico ha definito le modifiche poco chiare, avvertendo che la loro applicazione non dovrebbe trasformare l’esercizio del diritto di protesta in una procedura subordinata al consenso dello Stato.
Vietato bloccare il traffico sui marciapiedi
A dicembre le autorità hanno diffuso direttive vincolanti che limitava l’area consentita per le proteste e vietava qualsiasi interferenza con il traffico pedonale o veicolare.
A gennaio, il nuovo impianto normativo ha prodotto le prime condanne: diversi manifestanti sono stati giudicati colpevoli di aver ostacolato intenzionalmente il passaggio sui marciapiedi, inaugurando una fase in cui la repressione delle proteste non si è più concentrata sulle strade, ma sugli spazi pedonali.
Fra i primi condannati c’è stato Zura Manchkhashvili che si è trovato in una situazione paradossale. È stato condannato dal Tribunale municipale di Tbilisi a cinque giorni di detenzione per aver intenzionalmente ostacolato il passaggio dei pedoni durante una protesta sul marciapiede. La sentenza è stata pronunciata in un’aula praticamente vuota, senza la presenza dell’imputato, dell’accusa e della difesa. Manchkhashvili ha dichiarato di aver appreso la decisione solo telefonicamente. Lo stesso giorno, mentre partecipava a una protesta davanti al parlamento, si è spontaneamente avvicinato alla polizia per comunicare la condanna e chiedere di essere arrestato, venendo effettivamente preso in custodia poco dopo.
Anche Tornike Jandieri è stato condannato a cinque giorni di detenzione per aver ostacolato il transito dei pedoni. A differenza di Manchkhashvili, Jandieri era presente in aula dove ha contestato l’accusa nel merito, sostenendo che non vi fosse alcuna reale ostruzione del passaggio e che persino i video presentati dal Ministero dell’Interno mostrassero persone in grado di muoversi liberamente nello spazio.
Contro i manifestanti, gas da Prima guerra mondiale
Secondo un’inchiesta della BBC pubblicata nel dicembre 2025, durante le proteste antigovernative scoppiate alla fine del 2024 in Georgia, le forze di sicurezza avrebbero usato per disperdere i manifestanti un agente chimico risalente alla Prima guerra mondiale. La sostanza in questione, nota come α-bromobenzyl cyanide o “camite”, sarebbe stata aggiunta all’acqua dei cannoni utilizzati contro i dimostranti, provocando bruciore alla pelle, difficoltà respiratorie, nausea e altri effetti più prolungati rispetto a quelli normalmente associati al semplice gas lacrimogeno.
Il governo georgiano e i servizi di sicurezza hanno reagito respingendo fermamente le conclusioni della BBC, asserendo che è stato aggiunto qualcosa all’acqua dei cannoni, ma non si trattava di “camite” e non era una sostanza vietata. Il servizio di sicurezza ha affermato che la sostanza impiegata era chlorobenzylidene malononitrile, un composto utilizzato anche per gas lacrimogeni, e dichiarato che la BBC avrebbe travisato i dati doganali su codici di trasporto di materiali chimici.
Ne è nata una tensione anche fra il Sogno Georgiano e il governo inglese.
Intanto a livello interno diverse organizzazioni come l’Associazione dei Giovani Avvocati Georgiani a febbraio hanno portato casi in tribunale, sostenendo che l’uso di cannoni d’acqua con aggiunta di sostanze irritanti è mal regolato e potenzialmente illegale, e chiedendo riconoscimento e tutela per le persone che affermano di aver subito danni alla salute.
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