Campo a Yayladagi (Foto G. Didonna)

In Siria la repressione contro gli oppositori del governo di Bashar al-Assad continua a mietere vittime. Chi riuscì a fuggire nell'estate scorsa si trova ora in Turchia nella provincia di Hatay dove sono quasi novemila i siriani alloggiati in diversi campi. Un reportage

24/01/2012 -  Giuseppe Didonna

La provincia di Hatay

Certe volte il destino dei luoghi è scritto nella loro storia. Quasi fosse un gioco, nel passato, anche remoto, sono rintracciabili tracce degli avvenimenti futuri. Sembra un paradosso, ma per l’odierna provincia dell’Hatay è andata proprio così.

E' qui che le prime comunità cristiane trovarono rifugio e salvezza, in fuga dalle persecuzioni che seguirono la morte di Cristo, attuate dai soldati romani.

La provincia di Hatay

Poi nel luglio del 1939 la popolazione sceglie, con referendum, di far parte della nuova Turchia. A pesare sui motivi di questa scelta ragioni sia di matrice etnica (i turchi erano assai numerosi), che di matrice politica, considerato che la “confessione di laicità” professata da Mustafa Kemal, ben si conciliava con il pluralismo religioso di cui la regione ancora oggi va fiera.

Con questa scelta la gente dell’Hatay sceglie di essere quell’anomalia territoriale che ancora oggi appare guardando la mappa della Turchia. Come un dente conficcato in territorio siriano, risulterà parecchio doloroso da sopportare per Hafez al-Assad padre dell'attuale presidente Bashar al-Assad, che lo ha sempre ritenuto uno scippo della propaganda kemalista alla Siria.

Così come è probabile che quel dolore, sia passato di padre in figlio insieme alla leadership della Siria, alla stessa maniera è assai probabile che si sia riacutizzato negli ultimi 6 mesi, quando quest’area è tornata ad essere un porto sicuro, a significare la salvezza, questa volta per circa 9000 siriani in fuga dalla repressione dell’esercito siriano.

La gestione turca dei profughi: tra burocrazia e diritto internazionale

Quando ho inoltrato formale richiesta al ministero degli Esteri turco per poter ottenere un permesso per visitare i campi dove questi profughi sono alloggiati, mi era stato assicurato, tra sorrisi e cerimonie, che mi sarebbe stato accordato in una settimana. Poi le settimane sono diventate due, in seguito tre, all’inizio della quarta, stanco di questa trafila, stufo di sentire motivazioni ridicole, ho deciso di partire, sperando di ottenere qualcosa in loco, piuttosto che stare ad aspettare ad Istanbul.

Giunto ad Antakya, con ancora nelle orecchie le mille raccomandazioni degli amici di Istanbul sulla “pericolosità” dei miei propositi, sono ancora deciso a stare alle regole dell’asfissiante burocrazia turca.

Mi reco così agli uffici del Valilik (Provincia) di Antakya, dove, dopo una trafila di vari uffici su diversi piani, vengo invitato a tornare il giorno dopo, perché il direttore dell’amministrazione era andato via. Il giorno dopo Halil Bey (il signor Halil) dopo avermi fatto parecchie domande e preso appunti su di me, si alza e mi dice che va a telefonare.

Lascia il bigliettino dove si era appuntato i miei dati, esce, torna due minuti dopo e mi dice che non posso entrare nei campi, perché mi serve l’autorizzazione del ministero degli Esteri (e lo sapevo). Insisto, faccio presente che in base al Diritto dei rifugiati l’accesso ai campi non può essere interdetto. Lui mi guarda e mi dice: “Guardi che questi non sono rifugiati, sono ospiti”.

Scopro in questa maniera che lo status attribuito agli “ospiti” (termine utilizzato piuttosto dai politici) è "Syrians under temporary protection".

L’Istituto della “temporary protection” viene recepito all’interno dell’UE a partire dal 2001, per colmare quel vuoto procedurale rivelatosi con le ondate di crisi dei Balcani. Si tratta di una misura eccezionale, la cui applicazione è legata alla possibilità che gli standard dell’asilo politico abbiano effetti negativi sul processo di cambiamento in atto nel Paese. Da questo consegue il dovere della Turchia di fornire protezione ed assistenza umanitaria, oltre che un permesso di residenza di un anno, estensibile fino a tre. Il fatto che la Direttiva parli di “National duties”, e preveda la cooperazione tra diversi stati come una possibilità (su richiesta dello stato ospitante), permette di escludere Ong ed organizzazioni internazionali dalla gestione dell’emergenza.

In pratica la Turchia, uniformandosi alla Direttiva del 2001 si trova in perfetta armonia con gli standard richiesti dalla comunità internazionale. Con in più la non appartenenza all’UE, a garantire l’esclusiva assoluta alla gestione dei campi.

Yayladagi

Il villaggio più a sud della Turchia, situato ad appena 5 chilometri dalla frontiera siriana conta circa 2000 abitanti, cui vanno aggiunti circa 4000 siriani ancora qui ospitati in due diversi campi, circa la metà di tutti quelli arrivati a partire dallo scorso giugno. Mi ci reco ormai certo che mezza giornata in loco varrà più di questo mese di inutile e snervante attesa.

Verso la fine del paese ecco i campi, una distesa di tende bianche sopra le quali grossi teli termici blu sono adagiati in maniera più o meno stabile. Il paese è sostanzialmente composto da una strada principale e un dedalo di stradine che si snodano sui due lati, dipanandosi su un intero versante di una collina. L’ambiente è rurale, la gente cordiale, il panorama assai piacevole. Avvicinandomi al campo sento parlare un arabo assai più “pulito” di quello che si parla nel sud della Turchia. Appena prima di un posto di polizia vedo un ragazzino che mi segue, lo saluto “merhaba”, mi risponde e da come aspira la h capisco che è siriano.

Quando mi trovo a circa 200 metri dal campo vengo affiancato da una auto della polizia con tre agenti in borghese. Documenti, rituali e salamelecchi, finisco in questura per 3 ore buone in cui ho dovuto spiegare il motivo della mia presenza a Yayladagi. Al di là della perdita di tempo tutti sono stati gentili, così mi viene accordato il permesso di intervistare “gli ospiti siriani” per massimo 20 minuti e scattare qualche foto, rigorosamente dall’esterno. 

Mezzaluna rossa turca, Unhcr ed organizzazione e gestione dei campi

La Direttiva 55/2001 stabilisce un pacchetto di diritti per i beneficiari di “protezione temporanea”. In particolare, oltre ai già citati permessi di residenza, protezione ed assistenza umanitaria lo stato “ospitante” deve garantire l’accesso a cure mediche, istruzione per i minori, programma di asilo. E’ anche prevista la possibilità per i beneficiari di tale status di riunirsi ed organizzarsi.

Circa 9000 siriani sono giunti in Turchia a partire dallo scorso giugno. Di questi circa 8500 sono alloggiati in 6 diversi campi di cui 2 si trovano a Yayladagi. Si tratta dei campi più grandi, atti ad ospitare 4000 siriani, circa la metà del totale, divisi in una tendopoli ed una ex fabbrica dismessa. A provvedere alle necessità dei siriani ed alla risoluzione dei problemi di ogni singolo campo c’è un ”direttore di campo” della Mezzaluna rossa turca, che lavora in stretta collaborazione con rappresentanti eletti dai siriani. In ogni campo sono organizzate classi elementari e medie, con insegnanti turchi di lingua araba.

Per quanto riguarda l’assistenza medica, sono stati attivati ospedali da campo, uno ogni 2000 persone. Questi forniscono, oltre all’assistenza medica di base, anche cure specialistiche in infettivologia, ginecologia e ostetricia, odontoiatria, chirurgia interna. I casi più urgenti sono curati nell’ospedale della Mezzaluna rossa turca ad Antakya, mentre alcuni casi di particolare gravità, che necessitavano di macchinari particolari, sono stati risolti con il trasferimento dei malati negli ospedali di Ankara ed Istanbul. Al lavoro degli ospedali si affianca quello degli psicologi che lavorano fianco a fianco con degli interpreti, così come assistenti sociali lavorano per rimuovere traumi psicologici organizzando attività che coinvolgono i bambini e le madri.

Considerato il progressivo irrigidimento delle temperature, con l'inverno la Mezzaluna rossa ha elaborato un piano di trasferimento dei siriani in campi più adatti, non più in tende, bensì in container riscaldati, a Kilis, nella provincia di Gaziantep.

Un piano di gestione alternativo a quello della Mezzaluna rossa è stato presentato dall’Unhcr, che prevede il trasferimento dei siriani in circa venti “città satellite”, con relativo riconoscimento dello status di rifugiati e conseguente possibilità di intervento da parte dell’Unhcr, fino a questo momento tenuta fuori dalla gestione dell’emergenza. Anche perché la Turchia non pare averne avuto bisogno.

Le politiche turche

La scelta del governo turco della temporary protection”, piuttosto che gli “asylum standard”, trova origine nelle linee guida della dottrina “zero problemi con i vicini” formulata dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu.

Se è infatti vero che le posizioni prese da Ankara nei confronti di Bashar al-Assad negli ultimi mesi sono state durissime, è altrettanto vero che prima dell’inizio delle rivolte i rapporti erano eccellenti.

La scelta politica è funzionale a soddisfare i parametri di trattamento richiesti dalla comunità internazionale, uniformarsi all’UE e trova il favore della Lega araba (di cui la Turchia non fa parte), rendendo però la gestione dei profughi un affare tutto interno al governo turco, con l’accesso ai campi interdetto anche ai parlamentari dell’opposizione. Ed il muro alzato dal governo turco sui campi profughi ben si sposa con il graduale consolidamento del ruolo della Turchia in Medio Oriente.

Fintanto che Assad rimane al suo posto, l’aver escluso dall’accesso e dalla gestione dei campi le Ong, l’Unhcr e l’aver limitato fortemente le possibilità di accesso alla stampa, ha avuto l’effetto di arginare la diffusione di notizie sulle nefandezze commesse dall’esercito siriano. Tali scelte si sono delineate anche quando il presunto sostegno logistico dell’esercito siriano al PKK è tornato argomento d’attualità a seguito dell’ondata di attentati degli scorsi mesi nel sud est della Turchia.

Assad sa che per mandare in tilt la politica estera degli “zero problemi con i vicini” non c’è niente di meglio che ricordare a Davutoğlu che farebbe bene a risolvere annosi problemi interni. Per ritrovare un volume di attacchi e morti nel sud est della Turchia pari a quello degli scorsi mesi bisogna risalire a prima dell’accordo siglato proprio tra i due Paesi ad Adana nel 1998, con il quale la Siria si impegnava a non dare sostegno al PKK e a ritenerlo, a tutti gli effetti, un'organizzazione terroristica.

Quando però il regime di Assad cadrà, la Turchia si ritroverà a giocare la parte del “fratello maggiore”, che ha fornito protezione e rifugio sicuro ai siriani in fuga ed è presumibile che numerosi saranno i proclami che vorranno lo stato turco come modello di riferimento per la costruzione di una nuova Siria. Lo stesso ritornello ascoltato all’infinito negli ultimi mesi, da Tunisi a Bengasi, da Tripoli al Cairo.


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