La Serbia inizierà i negoziati di adesione all'Unione europea nel gennaio 2014: questa la decisione del Consiglio europeo dello scorso 28 giugno. Per Belgrado, dopo l'accordo di normalizzazione dei rapporti col Kosovo, si concretizza la prospettiva europea. E a raccoglierne i frutti, potrebbero essere soprattutto i progressisti di Aleksandar Vučić

02/07/2013 -  Dragan Janjić Belgrado

La Serbia non è del tutto soddisfatta della decisione del Consiglio europeo di tenere la prima conferenza dei negoziati di adesione nel gennaio del 2014; questa formula tuttavia permetterà alla coalizione di governo guidata dal Partito Progressista Serbo (SNS) di Aleksandar Vučić di continuare la politica portata avanti nell’ultimo anno. Tuttavia, neppure il fatto che l’inizio dei negoziati dipenda dal rispetto delle disposizioni contenute nell’accordo firmato con il Kosovo riesce ad intaccare l’atmosfera di festa.

La soddisfazione quasi euforica che si percepisce a Belgrado è provocata da un dettaglio apparentemente insignificante: l’individuazione di una data precisa (o meglio, un mese) anziché un “via libera” o formulazioni simili che avrebbero comportato nuove trattative prima della fine dell’anno e a una nuova attesa per una decisione sulla data, subordinata all’attuazione del trattato con il Kosovo.

Entrambe le decisioni conducono comunque alla stessa conclusione: la data verrà decisa se saranno rispettati gli impegni concordati, cosa che Bruxelles dovrà monitorare molto attentamente. Questa decisione concreta, per cui Belgrado si è molto battuta, permette alla coalizione al potere in Serbia di proclamare a gran voce una vittoria storica sulla scena politica interna. Rimarranno invece all’ombra dei festeggiamenti le condizioni imprescindibili per un reale inizio dei negoziati con l’UE.

Vučić e il suo partner di coalizione, il primo ministro serbo Ivica Dačić, leader del Partito Socialista Serbo (SPS), hanno dedicato enormi sforzi a convincere i membri UE ad esprimersi sull’inizio dei negoziati con una formula che andasse loro a genio. E ci sono riusciti, principalmente perché la maggior parte degli stati europei ha capito che, al momento, Vučić e Dačić sono gli unici in grado di avviare un cambiamento nella politica su Kosovo e UE. Ora ci si aspetta che ciò produca un risultato.

Cambio di rotta verso l’UE

L’individuazione di una data condizionale per l’inizio dei negoziati con Bruxelles ha portato le autorità serbe un passo avanti nel loro percorso di trasformazione in partner affidabili, sulle cui mosse si potrà ora influire in modo significativo durante tutto il percorso dei negoziati di adesione. Rispettare gli impegni assunti con il trattato col Kosovo diventa ora ancor più necessario e, con un po’ di ottimismo, ci si può aspettare che questo conflitto regionale si possa concludere in un futuro prossimo, in modo congeniale a Bruxelles e Washington, ma senza grandi tensioni politiche o violenze.

Il governo dell’SNS e il suo leader Vučić, che è senza dubbio la personalità politica più influente in Serbia, hanno deciso da tempo di operare una forte cesura nella politica serba e di guardare alla realtà. D’ora in poi non sarà loro possibile tornare indietro e confrontarsi nuovamente con Bruxelles e Washington. Nella montante crisi economica e sociale poi, essi dipendono completamente dalla velocità con cui procederanno nell’integrazione europea. Probabilmente, le riserve sugli obiettivi che la Serbia deve raggiungere non sono dovute a dubbi sulle reali intenzioni delle autorità di Belgrado, ma sulla loro capacità di completare il lavoro in tempo.

Vučić e Dačić sono passati in meno di un anno da leader politici a cui si guardava con sospetto, a perno di quella politica che deve portare alla stabilizzazione della regione su nuove basi. Il ministro degli Esteri austriaco Michael Spindelegger ha suggerito di assegnare a Dačić e al primo ministro Kosovaro Hasim Thaçi il riconoscimento internazionale “Carlo Magno”, da cui poi le speculazioni dei media che hanno parlato addirittura di Nobel per la pace.

Per il governo di Belgrado è molto importante che la Serbia diventi un partner alla pari, dopo il sostanziale cambiamento di rotta in politica, e dopo i progressi sempre più evidenti verso la “riappacificazione" dei Serbi del nord del Kosovo più radicali. A Belgrado si parla sempre meno dell’ipotetico favoritismo della comunità internazionale nei confronti di Pristina, cosa che fino a poco tempo fa aveva costituito una specie di mantra politico della politica serba: il punto di partenza era infatti l’indivisibilità del Kosovo dalla Serbia e il considerare il supporto all’indipendenza del Kosovo un attacco all’integrità territoriale della Serbia.

Elezioni

I cambiamenti programmati dall’SNS e dallo SPS, sanciti dall’ottenimento (in realtà condizionato) della data per i negoziati con l’UE, fanno disperare sia l’opposizione nazionalista che quella pro-europea. L’SNS, secondo i sondaggi più recenti, è oltre il 40%, mentre gli ultranazionalisti sono stati messi al margine e spinti al di sotto o appena sopra la soglia del 5% delle preferenze.

L’ex (da poco) coalizione di governo del Partito Democratico (DS) è scivolata dalla posizione dominante a sotto il 15% dei consensi, ma rimane comunque più popolare dello SPS di Dačić, mentre il Partito Liberal Democratico si mantiene al di sopra della soglia di sbarramento. Questi due partiti, che hanno entrambi un carattere europeista, non sono riusciti a riposizionarsi nel panorama politico emerso a seguito della disfatta elettorale dei DS dell'anno scorso e dalla trasformazione europeista dell’SNS. Il DS, del resto, ha dovuto affrontare non pochi terremoti interni ed al momento non è in grado di fornire un’opposizione incisiva alla sempre più manifesta predominanza dell’SNS.

Vučić e l’SNS dominano la scena politica interna, e potranno rafforzare ulteriormente la loro posizione se riusciranno a mantenere la stabilità sociale ed economica. Dal momento che la crisi è sempre più evidente, Vučić ha motivo di credere che non sarà mai più forte come lo è quest’anno, cosa che lo spinge a pensare a elezioni straordinarie. L’idea è semplice: sfruttare il suo reale vantaggio e, sull’onda delle aspettative dei serbi per la data dei negoziati di adesione UE, rafforzare il potere a tutti i livelli.

L’SNS probabilmente non prenderà decisioni né farà annunci su eventuali elezioni prima dell’autunno. Fino ad allora, il governo attuale si occuperà di argomenti importanti che si scontrano con il recepimento dell’accordo con il Kosovo, a partire dalla questione molto sensibile dello smantellamento delle cosiddette istituzioni parallele serbe, fino all’ organizzazione di nuove elezioni in Kosovo, che saranno gestite dalle strutture di governo di Pristina. Ci saranno comunque critiche da parte dei serbi radicali del Kosovo e dei gruppi e partiti radicali all’interno della stessa Serbia, ma il governo li terrà sotto controllo senza grossi problemi.

Risolvere il nodo Kosovo, governare a lungo in Serbia

L’SNS si impegnerà per far si che eventuali elezioni straordinarie restino comunque il più possibile in armonia con l’obiettivo europeo, e che la questione del Kosovo venga marginalizzata. Ecco perché Vučić ha interesse a lavorare intensamente e assiduamente perché l’accordo con il Kosovo venga recepito il prima possibile, per riuscire a risolvere i problemi più importanti prima dell’autunno. Dal suo punto di vista, il momento più adatto per le prossime elezioni potrebbe essere subito dopo l’inizio ufficiale dei negoziati con l’UE. Se davvero riuscirà a rispettare questo programma, Vučić potrà ragionevolmente attendersi che l’SNS continui a prevalere nel paese, in modo convincente e per lungo tempo, a tutti i livelli di governo.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l'Europa all'Europa


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