Sarajevo, l’assedio visto da una bambina: il discorso di Amra alla mostra di Mario Boccia
Oggi al Museo storico della Bosnia Erzegovina viene inaugurata la mostra “Sarajevo 1992-1996. L’assedio più lungo”, con foto di Mario Boccia. Ad aprirla, con un toccante discorso, ci sarà anche Amra Mekić-Krejović, che il fotografo italiano ritrasse bambina con il diploma di un corso di informatica frequentato durante l’assedio

Amra e il suo diploma per il corso di computer. Sarajevo, gennaio 1995. Foto – Mario Boccia
Amra e il suo diploma per il corso di computer. Sarajevo, gennaio 1995. Foto - Mario Boccia
“Tra il 1994 e il 1995 un gruppo di giovani programmatori di Sarajevo organizzò dei corsi di informatica per ragazzi con il sostegno dell’Open Society di George Soros. La sede della scuola era nel quartiere di Ciglane. Faceva freddo e i ragazzi studiavano con le giacche pesanti; per arrivare a scuola rischiavano la vita, come tutti i cittadini di Sarajevo”.
Il fotografo e giornalista italiano Mario Boccia ricorda con queste parole la foto che nel gennaio 1995 scattò a Amra Mekić-Krejović, all’epoca una bambina di dieci anni, che teneva con orgoglio in mano il certificato di completamento del corso di informatica. “Il giorno della consegna del diploma chiesi ad Amra perché avesse fatto il corso”, prosegue Boccia. “Perché l’informatica è il linguaggio del futuro”, rispose lei.
Oggi, lunedì 2 novembre, la mostra “Sarajevo 1992-1996. L’assedio più lungo” – che raccoglie una cinquantina di foto come questa – apre al Museo storico della Bosnia Erzegovina di Sarajevo. La mostra è prodotta dal Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto e da OBCT ed è già stata esposta, nei Balcani, a Belgrado e Zagabria nell’ambito del progetto europeo Trancityons. Dal 12 novembre al 13 dicembre, inoltre, un altro allestimento della mostra sarà esposto parallelamente a Genova, a Palazzo Ducale.
All’inaugurazione a Sarajevo, questa sera, Amra Mekić-Krejović non figurerà tra i sopravvissuti all’assedio fisicamente presenti nel museo, perché da anni vive in Germania. Tuttavia ha voluto inviare un breve e toccante discorso registrato, che vi proponiamo qui nella sua traduzione in italiano:
Buonasera a tutti.
Mi chiamo Amra e fino al 1992 mi consideravo molto fortunata ad essere nata nel 1984, l’anno dei Giochi Olimpici di Sarajevo.
Rivolgo a tutti i presenti un caloroso benvenuto e inizio con una storia personale.
Devo ammettere che trovo tutt’altro che facile parlare della mia infanzia trascorsa in tempo di guerra. Credo, però, sia importante parlarne affinché non cada nell’oblio. Perché ciò che viene dimenticato, purtroppo, si ripete troppo spesso.
Ammetto che la fotografia scattata da Mario, che mi ritrae fiera con un diploma ricevuto per aver completato con successo un corso di informatica, mi ha profondamente commosso. I miei genitori, avendo perso tutti i loro beni materiali subito all’inizio della guerra, ci hanno sempre consigliato di investire nella conoscenza, nei viaggi e nei nostri ricordi. Perché queste sono cose che nessuno ci può portare via. Quella foto mi ha riportato indietro nel tempo, rievocando le emozioni che mi travolgevano in quei mesi di guerra.
L’edificio in cui si teneva il corso distava una quindicina di minuti a piedi da casa nostra. Faceva molto freddo, non c’era riscaldamento e, a causa dei frequenti bombardamenti e dei cecchini che prendevano di mira la strada per Ciglane, non era stato affatto facile frequentare le lezioni regolarmente. Andavo al corso insieme a mio fratello Edin, di quattro anni più grande. Alcuni momenti vissuti allora erano stati segnati da una paura e un’incertezza enormi, e pensavamo costantemente che il peggio potesse accadere da un momento all’altro. Ma al tempo stesso provavamo orgoglio. Orgoglio di star facendo qualcosa di fondamentale importanza per il nostro futuro: stavamo investendo nella nostra conoscenza!
Era, in un certo senso, una nostra forma di resistenza a chi aveva invaso con violenza la nostra infanzia. Era anche il nostro modo di sperare che tutto quello che stava accadendo attorno a noi prima o poi potesse finire.
Mario era lì per mostrare le nostre emozioni dalla giusta prospettiva. Per mostrare non solo i momenti tragici, ma anche la vera gioia, il gioco e la determinazione dei bambini a non essere presentati unicamente come vittime. E per questo gli sono infinitamente grata. Perché, nonostante tutto, eravamo pur sempre bambini.
Un altro ricordo che conservo di quel periodo, particolarmente difficile per me che all’epoca avevo dieci anni, riguarda la sensazione che il resto del mondo si fosse dimenticato di noi. Non riuscivo a capire come tutti gli altri continuassero a vivere le loro vite normalmente, ad essere felici, a festeggiare e a viaggiare, mentre solo pochi individui, come Mario, cercavano di richiamare l’attenzione su quanto stava accadendo a Sarajevo. Per questo ritengo molto importante sottolineare stasera che nessun bambino merita di vivere nemmeno un attimo di guerra.
Ed è importante ricordare i bambini che oggi si trovano in qualche luogo lontano, a Gaza e in Cisgiordania, in Sudan, Congo, Iran, Libano, Siria, Yemen e Ucraina.
Diciamo loro che non sono stati dimenticati.
Perché nessun bambino al mondo dovrebbe crescere nella paura.
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