Un'immagine tratta dall'ultimo film di Danis Tanović

Un'immagine tratta dall'ultimo film di Danis Tanović

Si chiude domani la 63esima Berlinale. E tra i premiati potrebbe esserci il bosniaco Danis Tanović, con una storia che racconta il dramma di una famiglia rom bosniaca. Lo abbiamo incontrato a Berlino

15/02/2013 -  Nicola Falcinella Berlino

Tanović perché ha scelto di fare un film su questa storia?

Ero arrabbiato. E la rabbia mi ha fatto tornare a quando facevo i documentari durante la guerra. Come può succedere che in un Paese dove durante la guerra si rischiava la vita per salvare degli estranei, una donna rischi di morire e nessuno la aiuta? Sono padre e marito e mi chiedo come possa succedere. Che siano rom è casuale. Ci sono tante famiglie così in Bosnia. Là tanti sono discriminati. Io non lo sono e sono fortunato. Ma in Bosnia non si può fare niente, non ci sono strategie, non si pensa al futuro, non c’è un sistema sanitario.

Il festival e Tanovic 

Danis Tanović

Danis Tanović

Una storia realmente accaduta, interpretata dagli stessi protagonisti della vicenda reale. È la soluzione adottata dal bosniaco Danis Tanović per raccontare il dramma vissuto da una famiglia rom bosniaca. “Epizoda u životu berača željeza - An Episode in the Life of an Iron Picker” è il quinto lungometraggio del regista di “No Man’s Land” e “Cirkus Columbia” ed è in concorso alle 63 Berlinale che si conclude domani sera. Al fianco di quello Tanović vi è un altro film dei Balcani, il romeno “Poziţia Copilului - Child's Pose” di Călin Peter Netzer. Entrambe pellicole che hanno chance di premio, il romeno soprattutto per l’interpretazione di Luminita Gheorghiu madre assillante di un trentenne che ha causato un incidente stradale.

Tanović racconta invece di Senada e Nazif, che vivono con due figli piccoli nel remoto villaggio di Polijce. È inverno, fa freddo, c’è un po’ di neve. In casa i bambini guardano la televisione ma non c’è legna per la stufa. Il padre, che lavora raccogliendo rottami di ferro con un parente, va nel bosco, taglia un albero, lo fa a pezzi e ne porta alcuni per riscaldare la piccola abitazione. Una scena semplice che dichiara tutto: la famiglia vive di pochissimo, non ha nulla da parte, non può programmare, la coppia deve continuamente risolvere i problemi quotidiani man mano che si presentano. Senada da parte sua prepara da mangiare, accudisce i bambini, lava a mano i vestiti. Mentre stende il bucato, la donna si sente male, cade, si rialza, è sola, raggiunge il divano e si mette a riposo. A quel punto lo spettatore scopre che Senada è incinta per la terza volta. I dolori non passano, il marito rientra, si interessa a lei, che resiste stoicamente. Solo quando è troppo tardi salgono tutti sull’auto scassata per raggiungere Tuzla.

Dall’ambulatorio la mandano all’ospedale, il bambino è perso, ma è necessario un intervento chirurgico. Per chi non è coperto da assicurazione sanitaria l’operazione costa 980 marchi (490 euro) e va pagata in anticipo. I medici sono impermeabili alle richieste e alle preghiere dell’uomo, preoccupato per la moglie. Ai due non resta che tornare mestamente a casa tra mille sofferenze di lei. Nazif si mette a raccogliere ferro più che può, ma recupera pochi marchi. Fanno un secondo tentativo in città ma va a vuoto, neppure l’intervento dell’associazione che aiuta i rom può nulla. Non resta che chiedere a una parente che ha la polizza e tentare all’ospedale di Doboj.

È un film molto bello, molto intenso, che fa sentire allo spettatore, fisicamente, la dedizione e l’affetto di lui, vero protagonista, e la sofferenza di lei. Un film minimale e aderente ai personaggi, uno stile che sembra documentaristico ma non lo è, Tanović si discosta molto dai precedenti per cercare l’essenziale, il nocciolo del rapporto tra i due, fatto di piccoli gesti, intese tacite, una relazione rafforzata dalla condivisione delle sofferenze. E in più le discriminazioni e soprattutto l’esclusione sociale: i soldi salvano la vita.

Un film che ha qualcosa del Vittorio De Sica di “Ladri di biciclette” e “Umberto D”, che ricorda “La morte del signor Lazarescu” di Cristi Puiu per l’odissea sanitaria, il cinema del pedinamento dei fratelli Dardenne e la testardaggine dei ragazzini dei film iraniani anni ’90 di Abbas Kiarostami o Jafar Panahi. Nazif chiede aiuto ma non pietà, ha una grande dignità, una caparbietà senza pari. E il regista lo mostra tal quale, nella sua vita reale, senza orpelli e senza ricatti morali. Non c’è commiserazione ma c’è compassione, nel senso che l’ora e 20 scarsa di film è di sofferenze insieme ai protagonisti. E il finale è un ricominciare nella sopravvivenza.

Come ha girato?

Ho avuto la folle idea di far recitare loro due. Avevo 10.000 euro e mi sono detto: con un budget così piccolo, se funziona bene, se no pazienza. Ero totalmente libero, non avevo produzione o limiti. Ho chiamato il mio direttore della fotografia Erol Zubcević, il suo assistente e pochi altri. Filmavo la loro vita, li seguivo mentre mangiavano, gli dicevo di fare quel che dovevano senza fare caso a me. Non c'è stata quasi messa in scena, quando dovevano ricostruire l'episodio accaduto lo giravamo una o due volte, perché alla terza avrebbero iniziato a recitare. Per il resto non c'erano luci, non c'era trucco, non c'era catering: sul set solo con il direttore della fotografia e il fonico. Il resto della piccola troupe stava in una stanza di fianco al freddo o fuori.

Purtroppo anche nel fare un film sono sempre i soldi a fare la differenza. Non volevo aspettare due anni per mettere insieme una produzione, volevo girare subito, così ho scelto questa soluzione. Ho fatto un film da boy-scout, il primo sorpreso di essere in concorso a Berlino sono io. Zubcević [direttore della fotografia di “Snijeg” e “Buon anno Sarajevo” e a Berlino anche con “A Stranger” di Bobo Jelčić] quando ha saputo che era presidente di giuria Wong Kar-Wai si è arrabbiato perché lo ama e non voleva fargli vedere questo film.

I protagonisti del film sono tutti quelli reali?

Tutti tranne i dottori, per ovvi motivi, che ho preso tra i miei amici. Non ci sono effetti, non c’è nulla, è tutto reale. Nazif aveva davvero fatto a pezzi la sua auto per vendere i rottami così abbiamo dovuto comprare un’auto molto simile per smontarla. Sono rimasto sbalordito quando l’ho visto. Non avevo mai assisto alla scena di uno che taglia la sua auto con l’accetta.

Com’è lo stato d’animo dei bosniaci ora secondo lei? C’è ancora l’energia del dopoguerra?

Il mood è sul depressivo, ma anche altrove non è che ci sia allegria. Però c'è ancora una grande vitalità nella gente. Nazif mi piace perché combatte: i protagonisti non sono per niente patetici perché lottano, ed è il motivo che me li fa amare. Penso di essere una persona aperta, sono di sinistra, ma il mio contatto con i rom era limitato agli incontri per strada quando mi lavavano il vetro dell’auto o mi chiedevano soldi. Sono grato a questa famiglia per avermi fatto entrare nel loro mondo: sono persone orgogliose, buone. Da noi le persone sopravvivono perché si aiutano, ci sono ancora le relazioni familiari e di vicinato. Un po’ come accadeva in Italia prima che diventaste ricchi. Ma ora state tornando indietro.

Aveva qualche modello di altri film mentre girava?

I miei film preferiti sono italiani, quelli vecchi, i classici. In questo caso ho pensato a “Ladri di biciclette”. Piango ogni volta che lo rivedo.

Il film uscirà in sala?

È difficile distribuirlo, ne sono consapevole. Il pubblico chiede intrattenimento, non vuole andare al cinema per vedere la vita reale, purtroppo.

Quanto aiuta vincere l’Oscar?

Aiuta molto se sei a Hollywood. A me al massimo danno un posto migliore in aereo. Sono uno straniero, sono un regista bosniaco, uno si aspetta che sia milionario e faccia film che costano milioni. Invece ogni volta è difficile e bisogna ricominciare.

Su cosa sarà il prossimo film?

Non dico nulla, se non che sarà diverso. Già venerdì (oggi, ndr) inizio a girare qui a Berlino per qualche giorno. È una città molto affascinante, per me è come New York, è bella, ha un’atmosfera impressionante, soprattutto la notte. È l’unico posto in cui mi sento a casa già prima di essere sceso dall’aereo.

E il suo impegno politico? Continuerà con il suo partito?

Mi sono dimesso dal Parlamento un mese fa perché dovevo fare il film. La politica prende tempo, è un impegno grosso, richiede energie e io sono un filmmaker. Ma la Bosnia è piccola, si è tutti vicini, per me la politica è essere cittadino, far parte della comunità. E i miei amici e compagni di partito continuano a lavorare per cambiare il paese, per estendere i diritti, anche ai rom. Oggi se non sei musulmano o serbo o croato non hai rappresentanza e dobbiamo cambiare.

Si sente ottimista o pessimista sulla Bosnia?

Sono profondamente ottimista e profondamente pessimista. Ho una relazione di amore e odio con il mio paese, ci sono tornato a vivere da cinque anni, ho i miei genitori, i miei amici. Anche i caffè sono importanti, a volte parliamo, altre volte stiamo in silenzio e ciascuno legge il giornale per conto suo. Sono un modo per stare insieme. Mia moglie è francese e si sorprende, ma noi stiamo zitti senza che sia un problema puoi rimanere in silenzio solo con la gente con cui stai bene.

 

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