Sono Paesi i cui tratti in comune non derivano solo dall'aver attraversato sulla stessa sponda la Guerra Fredda. Ed è per questo che "Europa orientale" è una definizione che sta ormai stretta. Un'intervista a Stefano Bottoni, che ha recentemente raccontato l'"altro 900" quello visto e vissuto da Est

08/05/2012 -  Massimiliano Di Pasquale

Insegnante di Storia e istituzioni dell’Europa orientale presso l'Università di Bologna, Stefano Bottoni ha recentemente pubblicato per i tipi di Carocci "Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi", un saggio che fornisce una sintesi interpretativa sugli avvenimenti che hanno interessato la metà orientale del vecchio continente nell’ultimo secolo.

Perché ha sentito la necessità di integrare la definizione di Europa orientale parlando di “insieme dei territori che, dopo aver attraversato la dissoluzione dei tre imperi multietnici in seguito alla Prima guerra mondiale, conobbero a partire dal 1939 l’esperienza storica del comunismo di tipo sovietico”?

In Italia si parla ancora di Europa orientale, anche se nel mondo accademico questa definizione è considerata obsoleta perché richiama agli equilibri della Guerra Fredda. Dal momento che non ne abbiamo trovata ancora un’altra e dobbiamo studiare Paesi con tratti simili – alcuni già membri UE, altri che forse non lo saranno mai – ho sentito l'urgenza di integrare la definizione corrente definendo uno spazio non solo geografico, ma storico. E' questo spazio storico che accomuna questi 20 Paesi ex comunisti e che li pone di fronte a sfide molto simili.

Quali?

La transizione economica, le questioni legate alla lustrazione rispetto ai regimi del passato, il recupero della memoria storica e la costruzione di un nuovo sistema politico. Nessuno nasconde le differenze che esistono tra Estonia e Albania ma queste eredità del passato influenzano ancora le dinamiche politiche di questi Paesi. Per questo ha senso parlare ancora - nonostante tutto - di Europa orientale.

Alla luce delle ultime ricerche storiografiche lei sembra ridimensionare il ruolo giocato dagli intellettuali di opposizione nel crollo del mondo comunista. In quali Paesi questo ruolo fu invece determinante?

In Polonia c’è stato sicuramente un ruolo fondamentale di lungo periodo dell’opposizione. Quando nel 1981 Jaruzelski prende il potere, il ruolo dell’ideologia comunista in Polonia – già dal 1956 regime più autoritario che totalitario – crolla a zero. Siamo in presenza di una giunta militare di stampo tradizionale che governa per decreto in situazione di emergenza. Il dato sorprendente che emerge dalle ultime indagini è che Solidarność era molto più potente, anche in termini di consenso popolare, nei primi anni ’80 che nel 1988-1989. Quella che si affaccia sulla scena politica nell’89, dopo anni di clandestinità, è una Solidarność indebolita e molto divisa al suo interno.

Alle elezioni vittoriose dell’89 meno del 50% dei polacchi va a votare. Questo testimonia all’interno della società un potenziale di insofferenza e di indifferenza enorme. Tant’è che nei primi anni ’90, dopo la presidenza di Wałęsa, ci fu addirittura la vittoria dei post-comunisti con Kwaśniewski. Al momento di fare politica, anche in Polonia, dove l’opposizione era costituita negli anni ’80 da milioni di persone, si ebbe una difficoltà enorme nel costruire da un ceto di attivisti legati alla società civile un ceto di politici professionali capaci di governare il Paese.

E negli altri Paesi qual è stato il ruolo dell’opposizione nella costruzione dei nuovi stati nazionali?

In Cecoslovacchia Havel, concluso il suo mandato presidenziale, viene confinato a un ruolo marginale, in conflitto un po’ con tutta l’élite politica. Si impegna per difendere l’unità della Cecoslovacchia, ma alla fine Klaus e Mečiar si accordano e, per lui che credeva in un Paese unito – analogamente a quanto pensava Masaryk negli anni ’20 e ’30 – è una sconfitta.

In Ungheria, una volta caduto il muro l’opposizione si è frantumata immediatamente fra destra e sinistra con una lotta aspra che continua ancora oggi tra “populisti “ e “liberali”. L’Alleanza dei democratici liberi, il partito più filo-occidentale sostenuto anche da UE e USA, nel giro di qualche anno si è praticamente annullato andando a braccetto con i post-comunisti… Per non parlare di Bulgaria, Romania e Albania, dove la transizione è stata ancora più lenta.

Quali sono a suo avviso le principali differenze tra l’esperienza bulgara e quella rumena?

In Romania le condizioni per potere sviluppare un movimento democratico di opposizione erano impossibili a causa della pressione del regime. Il governo di Ceauşescu conosce a partire dalla seconda metà degli anni ’70 un’involuzione incredibile e negli anni ’80 diventa il regime più chiuso del continente. Inviso sia ai sovietici sia all’Occidente. Lì la creazione di una società civile che riuscisse a proporre nuove idee alternative era impensabile.

Quindi l’unica cosa che poteva accadere era un’implosione interna al regime dalla quale emergesse una seconda o terza linea che prendesse il potere. Ed è in sintesi quello che è poi avvenuto nell’89. Iliescu, prima ha scatenato la furia della folla, poi, una volta giustiziato Ceauşescu, si propone alla gente come l’uomo che riuscirà a governare la transizione caotica. I leader improvvisati, nati sulle piazze di Timișoara, Braşov e Bucarest, non avevano alcuna preparazione politica per potere gestire questo difficile passaggio.

E in Bulgaria?

La Bulgaria era un regime chiuso, però non esasperò mai i rapporti con l’Occidente. In ambito culturale promosse anche una politica di recupero delle radici nazionali. Ma con la minoranza turca il regime riuscì ad essere più duro di quello rumeno. Ceauşescu non fece una campagna di espulsione nei confronti degli ungheresi o di cambio di nomi imposti con la baionetta come fece Živkov.

In Bulgaria, sulle questioni ecologiche, si formò una piattaforma di intellettuali di opposizione. Qualcosa insomma venne fuori anche se solo nell’anno 1989. L’aspetto molto interessante della Bulgaria è che qui riuscì perfettamente lo scenario che Gorbaciov aveva in mente per tutta l’Europa orientale, ossia una transizione graduale, pacifica, con un partito comunista che mantenne le leve del potere. La transizione da Živkov a Mladenov va letta proprio in questa chiave.

Oggi Romania e Bulgaria sono due membri UE. In quale dei due Paesi la transizione verso la democrazia è avvenuta in modo più efficace?

Sicuramente in Bulgaria la transizione non è stata così cruenta. In Romania negli anni ’90 abbiamo avuto la calata dei minatori nella capitale ben cinque volte e quelle del giugno 1990 e del settembre 1991 sono state particolarmente sanguinose. Queste sommosse riuscirono a fare crollare governi, a distruggere l’opposizione, riportarono la Romania indietro di decenni.

In Bulgaria conflitti di questo tipo non ci sono mai stati. In Bulgaria si osserva il tentativo tuttora in atto di attuare una lustrazione a vari livelli dell’apparato pubblico. Qualche mese fa è uscita la notizia del licenziamento in tronco di centinaia di diplomatici dei quali era stata provata la collusione con il vecchio regime. Una commissione parlamentare ha inoltre accertato che 11 degli attuali metropoliti della chiesa ortodossa bulgara hanno un passato di collaborazione con i servizi segreti. Il problema da porsi riguarda l’uso di queste informazioni. È pensabile continuare dopo quasi 25 anni con questa lustrazione oppure bisogna rassegnarsi all’idea che sia andata così e basta? Cioè che se anche un funzionario ha questo passato, ma ha servito per 20 anni le istituzioni democratiche, non deve essere più toccato perché integrato di fatto nel nuovo sistema? Questo è un grave dilemma morale.

Non è una caccia alle streghe, queste non sono streghe! Sono persone in carne e ossa che secondo alcuni continuano a intossicare la vita pubblica.

Dissolvimento dell’URSS e dissolvimento jugoslavo a confronto. Perché si giunse ad un esito profondamente diverso a suo avviso?

Nonostante Gorbaciov non goda di buon credito nella Russia attuale e venga considerato l’uomo che ha distrutto l’Unione Sovietica, l’Occidente e i russi dovrebbero riconoscere a Gorbaciov e a Eltsin l’abilità e l’intelligenza di avere gestito la dismissione di questo immenso e pericoloso impero, visto il suo potenziale nucleare e atomico, in modo quasi pacifico. Cosa che sarebbe stata improbabile sotto altre leadership.

Questo è un merito oggettivo ed è il primo dato che differenzia l’esperienza sovietica da quella jugoslava. Nell’ex Jugoslavia, dove non c’erano leader responsabili, si è arrivati ad una guerra cruenta. Considero peraltro la fine della Jugoslavia come inevitabile. Intorno al ’90-’91 la dissoluzione jugoslava era un dato di fatto. La costituzione varata da Tito nel 1974 aveva già creato una situazione di 8 stati, piccoli feudi, che si autogovernavano. Quindi la dissoluzione non è stata provocata, come alcuni sostengono, dall’esterno.


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