Turchia, il triangolo delle tre āsā
"Noi lo chiamiamo il triangolo delle tre S: sermaye, sendika, siyaset ovvero capitale, sindacato e politica". Un’intervista a Ćzgür Karaduman attivista politico e direttore editoriale della rivista Mukavemet/Resistenza
Ćzgür Karaduman ĆØ attivista politico e direttore editoriale della rivista Mukavemet (āResistenzaā). La redazione in cui lavora, che ĆØ anche un centro culturale e un ufficio di assistenza legale, si trova a Istanbul ma il suo impegno e quello dei suoi collaboratori ĆØ rivolto su diversi fronti, spesso nelle zone più povere del paese. Il gruppo di Mukavemet ha ad esempio offerto fin da subito supporto legale e politico ai familiari del ādisastro di Somaā (in cui morirono 301 minatori nel maggio del 2014) e si occupa di progetti educativi nel villaggio montuoso di AladaÄ (dove lāanno scorso si verificò un incendio nel dormitorio femminile, che costò la vita a 12 ragazze). Con Ćzgür discutiamo delle basi sociali ed economiche del consenso a ErdoÄan, delle grandi migrazioni interne alla Turchia e di come tutto ciò possa essere la base su cui costruire un ipotetico dissenso.
ErdoÄan sta dirigendo il paese in maniera sempre più autoritaria, eppure possiamo dire che lāautoritarismo politico non sia un fenomeno nuovo in Turchia. Qual ĆØ allora la specificitĆ di ErdoÄan? Cosa lo rende un leader diverso dagli altri della storia turca?
Io proverei a ribaltare la questione. Molti pensano che ErdoÄan stia cambiando le leggi e le politiche del paese ma io credo invece che siano le mutate condizioni del paese e del mondo intero ad aver cambiato ErdoÄan e le sue politiche. Detto in altri modi, la Turchia, lāEuropa e il mondo sono entrati in una nuova fase della loro storia ed ErdoÄan ĆØ un perfetto strumento per le esigenze di questa nuova fase, che richiede sempre più autoritarismo e sempre più competizione.
Penso allora che per comprendere le azioni dellāattuale leader turco si debba guardare alla fine della Guerra Fredda. La presenza dellāUnione Sovietica negli equilibri mondiali rappresentava un pericolo per i governi occidentali i quali, anche per scongiurare tale pericolo, hanno fatto grandi concessioni in termini di diritti sociali e lavorativi, sistemi di welfare, etc. Con la scomparsa dellāUnione Sovietica ecco che il neoliberismo ha potuto imporsi come paradigma economico assoluto e il ritmo degli investimenti globali ĆØ cresciuto in maniera vertiginosa. CosƬ ĆØ cresciuto anche il bisogno di leader che potessero garantire la libera circolazione dei capitali e che potessero rimuovere qualsiasi ostacolo e opposizione al commercio. ErdoÄan in Turchia ĆØ stato il più abile e il più pronto a soddisfare questo bisogno.
Un esempio: sta per essere completata la costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, che dovrebbe diventare il più grande del mondo. Si tratta di un investimento di sette miliardi di dollari. Prima dellāavvio dei cantieri, ĆØ stata intentata una causa per bloccare i lavori da parte della Confederazione degli ingegneri ambientali, incentrata sulle eccessive ricadute ecologiche del progetto (si parla di più di due milioni di alberi abbattuti). Si provi a mettere a confronto queste due cifre: un foglio ufficiale presentato dagli avvocati in tribunale, che sarĆ costato circa una lira turca, contro sette miliardi di dollari di introiti delle varie aziende coinvolte!
Questo per dire che sarebbe sbagliato pensare che la Turchia attuale risponda al delirio di un āsultanoā megalomane. Esistono invece interessi e condizioni che spingono ErdoÄan a compiere determinate scelte politiche.
Lei parla di commercio, di libera circolazione delle merci⦠in Turchia si verificano anche grandi movimenti di persone, interni e non. Sono fenomeni correlati?
Certamente, e direi anche che sono fenomeni determinanti per i cambiamenti politici. Lasciando da parte il periodo ottomano, in cui gli spostamenti delle persone allāinterno del paese erano in massima parte forzati dal governo, il periodo della Repubblica ha conosciuto circa 4-5 grandi fasi di migrazione.
La prima tra queste si ĆØ verificata in seguito alla Seconda guerra mondiale, come conseguenza del sostegno americano del Piano Marshall. Gli Stati Uniti chiesero alla Turchia di aumentare le spese per la difesa e di modernizzare lāagricoltura. Perciò, oltre agli aiuti finanziari arrivarono anche trattori e moderne attrezzature agricole. Questo provocò forti squilibri nella vita dei villaggi e molti si videro costretti a emigrare, come sappiamo, soprattutto in Germania che a quellāepoca poteva assorbire manodopera da impiegare nella ricostruzione post-bellica.
Poi negli anni ā60, sempre come effetto dei cambiamenti rurali e della crescita del capitalismo, unāenorme massa di persone incominciò invece a dirigersi verso i grandi centri: Istanbul, Ankara, Izmir, Adana, Mersin⦠si crearono vaste baraccopoli che facevano da anello esterno delle cittĆ . I contadini giungevano di notte, per evitare i controlli della polizia, e costruivano abusivamente la loro baracca stabilendosi in poche ore. Per questo in turco tali quartieri vengono chiamati āgecekonduā (letteralmente, āmessi allāimprovviso di notteā). Ora, queste persone si trasferivano sƬ in cittĆ ma erano sostanzialmente escluse dalla vita urbana, in termini di servizi, di diritti etc.
La cosa interessante però ĆØ che durante gli anni ā70 in Turchia, come in altre parti del mondo, si ĆØ diffusa a macchia dāolio la contestazione studentesca e sono nati numerosissimi gruppi socialisti rivoluzionari, associazioni e collettivi studenteschi. Fra le azioni di questi gruppi, vi era quella di recarsi nelle baraccopoli e organizzare politicamente i contadini appena trasferiti, difendendoli anche dagli abusi della polizia e del governo che cercavano di demolire le loro abitazioni. Grazie a queste āinterazioniā le popolazioni delle baraccopoli si sono riunite in sindacati o in comitati e hanno espresso le loro rivendicazioni, ottenendo servizi e maggiori diritti da parte del governo e, diciamo, ānormalizzandoā la situazione del quartiere.
Ora questo tipo di organizzazione non esiste più?
Gli anni ā80 sono stati un periodo di ristrutturazione economica e politica un poā dappertutto. In Turchia inoltre ĆØ avvenuto il colpo di stato militare che ha definitivamente dissolto qualsiasi gruppo di matrice socialista. Infine, come risposta allāinvasione dellāAfghanistan da parte dellāUnione Sovietica, si ĆØ sviluppata la dottrina della āGreen Belt ā di Carter che, fra le altre cose, ha permesso a vari gruppi di ispirazione islamica di acquisire un maggiore potere nella zona. Tutto ciò si ĆØ riflesso nella vita dei gecekondu: dai villaggi le persone hanno continuato a migrare verso le cittĆ e il ruolo di protezione che negli anni ā70 hanno svolto i gruppi studenteschi dal decennio successivo ĆØ stato āpresoā da associazioni islamiste. Ovviamente pretendendo fedeltĆ alle autoritĆ religiose locali e spingendo gli abitanti dei quartieri più poveri verso uno stile di vita maggiormente āconfessionaleā.
Si tratta di processi che in quegli anni hanno interessato in una certa misura tutti i paesi della zona, dallāIran allāAlgeria, dallāIraq allāEgitto. Ma sbaglieremmo a leggerli in maniera assoluta, poichĆ© nel loro sviluppo ha interferito unāaltra importante variabile: il lavoro. Negli anni ā70 e ā80 le donne dei quartieri più poveri hanno infatti iniziato a lavorare per le famiglie delle zone ricche, facendo pulizie domestiche. Ci sono foto e filmati di quel periodo che mostrano come queste donne portassero sotto alle loro gonne i vestiti tradizionali del villaggio. Si trattava cioĆØ, almeno nel vestire e nello stile di vita, di una forma culturale ibrida fra quella della cittĆ e quella del villaggio. Allo stesso modo, oggi possiamo vedere come molte ragazze portino il velo ma associato ai blue jeans, al trucco, a scollature. PerchĆ©? PerchĆ© da una parte sono costrette a portare il velo dalla presenza nei loro quartieri dei gruppi islamisti, che garantiscono alle famiglie protezione e servizi, ma dallāaltra lavorano in una societĆ capitalista, che invece le spinge verso un differente stile di vita.
Credo che sia tale elemento a distinguere fortemente la società turca dalle società dei paesi del golfo, ad esempio. Negli stati in cui la ricchezza proviene dal petrolio le donne non sono costrette a lavorare e la tradizione islamica può facilmente imporre il burka o forme di controllo domestico. Perciò io credo che oggi sia difficile fare opposizione sul livello puramente politico occorre porre attenzione a tali elementi, bisogna agire in campo sociale ed economico.
In che modo?
Non dimentichiamoci che lāAKP ĆØ stato alle sue origini anche e soprattutto un movimento sociale, che si ĆØ inserito nelle dinamiche descritte in precedenza fornendo protezione e servizi e assicurandosi cosƬ parte della propria base elettorale. Più in generale, se i processi economici rendono le persone sempre più povere ĆØ naturale che perdano speranze in questo mondo e inizino a rivolgersi alla religione, che copre innanzitutto un vuoto di senso. Ma esistono delle contraddizioni, dentro le quali ĆØ necessario agire.
Tornando alle migrazioni, per esempio, notiamo come siano iniziati altri spostamenti interni alle cittĆ stesse. I membri dellāalta borghesia, chi si ĆØ arricchito negli ultimi anni, si ĆØ prima trasferito in periferia e ora intende ritornare nei quartieri dei gecekondu più centrali. CosƬ il governo sta approntando delle intense opere di rinnovamento e riqualificazione, spingendo gli strati più poveri della popolazione nelle fasce esterne della cittĆ . Si tratta sostanzialmente di quello che viene chiamato gentrificazione. A Istanbul avviene nei quartieri di Tarlaba Åı e Sulukule, per esempio. Ora, tali dinamiche stanno generando malcontento e rendono evidente ai più poveri, che magari tendono a sostenere lāAKP, lāenorme speculazione che viene portata avanti sulla loro pelle.
Unāaltra grande contraddizione ĆØ presente a livello di diritti sociali, al lavoro e allāeducazione. Il sistema economico si sta strutturando in modo da legare sempre di più i lavoratori al partito: in molti casi per ottenere un impiego sei costretto a prendere la tessera dellāAKP, il che automaticamente ti rende iscritto a un sindacato che in realtĆ fa gli interessi del governo. E diviene dunque chiaro che il sistema non ĆØ costruito per tutelare i diritti o la salute di chi lavora e di chi studia. Prendiamo ad esempio i due āomicidi socialiā di Soma, in cui 301 minatori sono morti per unāesplosione nel maggio 2014, e di AladaÄ, in cui 12 ragazze hanno perso la vita durante lāincendio di un dormitorio a novembre 2016…
Cosa intende per āomicidi socialiā?
AladaÄ ĆØ un piccolo villaggio sulle montagne del sud-ovest della Turchia, dove i servizi scarseggiano. Da anni il governo sta chiudendo scuole e dormitori pubblici – con la motivazione ufficiale che si tratta di edifici fatiscenti e insicuri – lasciando spazio a istituzioni private di stampo religioso come quella in cui sono morte le 12 ragazze. Tali associazioni operano ai limiti della legalitĆ e, oltre a non garantire norme di sicurezza per i ragazzi ospitati, cercano di impartire unāeducazione fondamentalista nellāintento di legare maggiormente la popolazione locale alla propria ideologia. Ricordo che durante lāincendio tutte le porte del dormitorio erano chiuse, in linea con una concezione educativa che tende a separare e segregare la componente femminile da quella maschile.
A Soma esiste un contesto simile, fatto di centri piccoli e molto poveri e dove esiste un meccanismo di affiliazione allāAKP parecchio capillare. Tale meccanismo ĆØ inoltre acuito dalle banche che, nel momento in cui una persona trova lavoro, magari come minatore per lāappunto, si offre di coprire varie spese e servizi, dalla casa allāacquisto di una macchina, etc. In realtĆ si tratta di un modo per indebitare e rendere maggiormente ricattabile il lavoratore. Mukavemet organizza mobilitazioni e manifestazioni con i familiari delle vittime del disastro di Soma, oltre a offrire loro assistenza legale, e vediamo come spesso chi vuole parlare o anche solo partecipare ai nostri eventi viene minacciato sul piano finanziario, gli si dice che la banca ritirerĆ tutti i prestiti, per esempio. Ma in altri casi si ĆØ arrivati anche allāattacco diretto con tentativi di linciaggio.
Ora, episodi come questi sono āomicidi socialiā perchĆ© causati non da un ātragico incidenteā, come dichiara il governo, o dal āvolere di Dioā, come in tanti anche fra i familiari delle vittime ripetono sulla scorta dellāeducazione religiosa che gli viene impartita, ma da precisi meccanismi sociali e politici. Si trovano al centro di un particolare triangolo di interessi che noi chiamiamo ātriangolo delle tre Sā: Sermaye, Sendika, Siyaset ovvero Capitale, Sindacato e Politica.
Se guardiamo ai sondaggi, vediamo come il consenso del governo si sia ridotto in queste zone. Ma ciò non avviene automaticamente, occorre sostegno – materiale innanzitutto – e occorre porsi in ascolto di queste persone, spingendo verso una presa di coscienza. Ć quello che stiamo cercando di fare a Soma, con manifestazioni e protezione sindacale, e ad AladaÄ, organizzando campi estivi in cui offriamo unāaltra prospettiva di educazione alle famiglie. Per un reale cambiamento politico ĆØ necessario innanzitutto un cambiamento culturale e questāultimo avviene non a parole o a manifesti ma ātoccandoā, sentendo, entrando in connessione con la vita quotidiana di chi ĆØ oppresso e lavorando assieme a lui per risolvere i problemi da cui ĆØ afflitto.
Questa pubblicazione ĆØ stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilitĆ sui contenuti di questa pubblicazione ĆØ di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Questa pubblicazione ĆØ stata prodotta nell’ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilitĆ sui contenuti di questa pubblicazione ĆØ di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto
Tag: ECPMF
In evidenza
- Studenti e politica
- Carceri e fondi europei











