Slovenia contro Croazia, nessun vincitore nella disputa sul Teran
Un nome e un’etichetta prestigiosi possono fare la differenza nella vendita del vino. Nella polemica tra Slovenia e Croazia sul diritto di utilizzo esclusivo del termine “Teran”, la denominazione è diventata oggetto di divisioni e scontro politico

Vigneti intorno a Motovun, Croazia. ©Vinistra Vintners Association
Vigneti intorno a Motovun, Croazia. ©Vinistra Vintners Association
Nella storia gli stati hanno litigato per molte cose, ma raramente per il vino. Eppure, quando la Slovenia è entrata nell’UE nel 2004, si è adoperata per tutelare la denominazione “Teran”, utilizzata anche nella vicina Croazia. Anche condividendo l’idea che “quella che chiamiamo rosa, anche con un altro nome, avrebbe lo stesso profumo”, i nomi e le etichette contano. Sono fonte di valore. Tuttavia, la disputa sul Teran ha comportato conseguenze impreviste.
Sašo Dravinec, giornalista sloveno che ha seguito la vicenda, spiega che in Slovenia storicamente il vino è un prodotto agricolo locale. “Solo i vini provenienti da determinate regioni percorrevano lunghe distanze per raggiungere i consumatori”, afferma Dravinec. “Questi vini prendevano spesso il nome dalla regione di provenienza – Bordeaux, Porto, Madeira, Tokaj, Vipavec – oppure da un nome locale riconoscibile che non necessariamente indicava un vitigno”.
Tuttavia, con lo sviluppo del commercio internazionale, i nomi comuni hanno creato confusione tra i consumatori meno informati. È qui che l’Unione europea ha giocato un ruolo fondamentale. “Con l’adesione dell’Ungheria all’UE, Tokaj è diventato un nome esclusivo per il vino proveniente dall’omonima regione”, spiega Dravinec. “Le denominazioni utilizzate in Italia, Slovenia e Alsazia sono state sospese. I vini hanno perso la loro identità consolidata con i nuovi nomi e il legame storico si è spezzato. Ora, chi compra una bottiglia di vino con la scritta Tokaj sull’etichetta, può essere sicuro che proviene dall’Ungheria”.
L’obiettivo dei produttori di vino sloveni non è stato solo quello di evitare la confusione. “Gli sloveni sono sempre stati molto abili nella vinificazione”, afferma Ivica Matošević, uno dei principali produttori di vino dell’Istria. “Per molto tempo hanno prodotto vini, come il Teran del Carso, di qualità di gran lunga superiore a quella dei vini dell’Istria”. Tuttavia, col tempo anche in Istria si è iniziato a produrre vini di alta qualità. “I nostri vicini se ne sono accorti e hanno cominciato a preoccuparsi del prestigio”, racconta Matošević.
A seguito dell’ingresso della Croazia nell’UE nel 2013, la Denominazione di origine protetta (DOP) slovena per il Teran è diventata oggetto di polemica. Dopo diversi tentativi, andati a vuoto, di raggiungere un compromesso attraverso negoziati bilaterali, la Commissione europea ha concesso una deroga, permettendo ai produttori vinicoli croati di continuare a utilizzare la denominazione “Teran” secondo le norme europee.
Il termine “Teran” in Croazia può ora essere utilizzato solo all’interno della DOP “Hrvatska Istra” e stampato in caratteri più piccoli. Come afferma Matošević, sono stati “sette lunghi anni di tensione prima che la Commissione europea introducesse finalmente questo regolamento: quanto tempo sprecato!”.
Per un po’ era sembrato che avesse prevalso il buon senso. Tuttavia, il governo sloveno aveva deciso di citare in giudizio l’Unione europea, sostenendo che la decisione della Commissione di concedere un’esenzione fosse illegittima. Nel settembre 2020, il Tribunale dell’UE ha stabilito che la deroga introdotta della Commissione per permettere ai produttori di vino croati di utilizzare la denominazione “Teran” era valida. La Slovenia aveva perso la causa e alla fine aveva deciso di non fare ricorso.

©Vinistra Vintners Association
Per Marijan Bubola, docente presso l’Istituto di Agricoltura e Turismo di Poreč (Parenzo), in Istria, il caso del Teran ha assunto una rilevanza particolare perché “non riguarda solo un aspetto tecnico di etichettatura del vino, ma anche questioni legate alla tradizione storica, all’identità regionale e al riconoscimento del marchio”.
“La denominazione ‘Teran’ è stata utilizzata per secoli in Istria come nome di un vitigno, ma anche per indicare il vino che se ne ricava”, spiega Bubola, “coprendo una quota molto ampia dei vigneti istriani nel XIX secolo”. Considerando l’importanza del Teran, il divieto di utilizzo del nome in Croazia era, secondo Bubola, “impossibile da accettare”.
Durante il periodo austro-ungarico, oltre l’80 per cento dei 45mila ettari di vigneti dell’Istria era costituito dal Teran. “Questa è la nostra identità, è nel nostro DNA”, afferma Matošević. “Da secoli ormai fa parte della vita quotidiana in queste terre, ancor più della Malvazija”.
Oggi l’Istria è famosa per entrambi i tipi di vino. Eppure, in passato solo il vino rosso era considerato “vero” vino (i bianchi venivano spesso indicati col termine dispregiativo “bilica”).
“Le origini del Teran risalgono a settecento anni fa, quindi è nato molto prima degli stati moderni come Croazia, Slovenia e Italia”, insiste Matošević. “Affermare che sia solo sloveno e non croato è assurdo”.
Il processo avviato dalla Slovenia, per Marijan Bubola, è solo “in parte giustificato”.
“È comprensibile che la Slovenia abbia voluto proteggere la DOP Teran della regione del Carso, soprattutto considerando che questo vino è legato a una forte identità e tradizione locale”, afferma il Bubola. “Tuttavia, tale protezione avrebbe dovuto tenere conto del legittimo utilizzo del nome Teran nell’Istria croata nel corso della storia”.
“L’utilizzo di questo termine in Croazia non è una recente invenzione di marketing”, sottolinea Bubola. “Si basa su una lunga tradizione vitivinicola e culturale”. Il compromesso raggiunto ha stabilito un equilibrio tra la DOP slovena e i diritti storici dei produttori istriani.
“È stata una tragedia per noi, perché l’abbiamo vissuta emotivamente”, ricorda Matošević. “Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con i nostri vicini, e poi una manciata di persone ha dato inizio a questa farsa”. Diversi politici, tra cui Dejan Židan, ministro dell’Agricoltura all’epoca dei fatti, hanno sfruttato la questione per conquistare consensi. Tuttavia, i produttori croati fino all’ultimo non credevano che “sarebbe successo davvero”.
“A quel tempo, il 90-95 per cento dei viticoltori sloveni ci diceva: ‘Questi sono pazzi, lasciateli perdere’”, racconta Matošević. Nonostante molti fossero consapevoli che non era la strada giusta da intraprendere, la questione della DOP Teran era diventata fondamentale per alcuni produttori del Carso, che si sentivano minacciati. Sašo Dravinec si rammarica per il fatto che il vino sia diventato “oggetto di scontro politico e che alcune associazioni vitivinicole del Carso si siano lasciate coinvolgere”.
Una delle prime vittime sono stati i rapporti tra i viticoltori, instaurati nel corso dei decenni e poi all’improvviso spezzati. “Lavoravamo insieme ogni giorno, come una famiglia”, racconta Matošević. Come ha osservato Bubola, molti viticoltori della regione del Carso “sembravano saldamente ancorati alla propria posizione, alla propria narrazione, e in generale non erano molto aperti ad ascoltare l’altra versione dei fatti”.
Per Dravinec, una delle conseguenze è “una minore cooperazione”, soprattutto quando si tratta di raccontare insieme la straordinaria storia del Teran. Paradossalmente, come ricorda Matošević, i produttori di vino croati hanno continuato a collaborare con l’Associazione dei viticoltori dell’Istria slovena (Društvo vinogradnikov slovenske Istre, DVSI) per promuovere congiuntamente la Malvazija.
I produttori di vino istriani hanno approfittato della vicenda per aumentare la propria visibilità. “Grazie alla forte eco mediatica, il Teran ha acquisito molta più notorietà”, spiega Bubola, “rafforzando il riconoscimento e l’identità di questo vino, soprattutto in Istria”. Questo cambiamento ha coinciso con un netto miglioramento della qualità, che Bubola attribuisce a una migliore gestione dei vigneti, alla selezione delle uve e alle tecniche di vinificazione. I vini Teran dell’Istria vincono regolarmente medaglie d’oro e di platino ai Decanter World Wine Awards. “Oggi, per molti, il primo sinonimo di Teran non è Carso, ma Istria”, afferma Matošević. “Gli sloveni si sono dati la zappa sui piedi. È stata una mossa davvero stupida”.
Per Sašo Dravinec quella del Teran avrebbe potuto essere “una delle storie di successo più importanti del mondo del vino dell’Adriatico settentrionale, con una rete di produttori provenienti da Slovenia, Croazia e Italia. Invece, lo slancio è andato perduto e l’energia è stata sprecata. La collaborazione tra i viticoltori istriani e quelli del Carso resta scarsa. Paradossalmente, come osserva Dravinec, “alcuni dei vini di maggior successo a livello internazionale prodotti con uve Refošk del Carso sloveno non portano il nome Teran”. Si tratta semplicemente di vini rossi di alta qualità, e i loro produttori non devono spiegare “queste differenze” quando commercializzano i loro vini nei mercati globali.
Alcuni dei danni sono stati riparati. “Oggi le cose vanno di nuovo molto bene”, afferma Matošević. “Non ho molti contatti con gli individui ‘problematici’ del Carso, ma siamo in ottimi rapporti con tutti gli altri in Slovenia”.
Le nuove generazioni si trovano ad affrontare sfide comuni che richiedono legami più forti, soprattutto in quelle che Dravinec definisce le “aree vitivinicole transfrontaliere” del Carso, dell’Istria e della Brda.
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Tag: Agricoltura | Economia | Vino e viticoltura
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