Non รจ facile essere Sarajevo
Per tutto il Novecento Sarajevo รจ insieme simbolo della violenza politica e modello di pacifica convivenza. Gli anni in cui la cittร cadde sotto il controllo degli ustascia sono importanti per comprenderne le contraddizioni. Il libro di Emily Greble
Non รจ facile essere Sarajevo: adorata, odiata, lodata, trascinata nel fango, innalzata a simbolo, definita la culla del male, bruciata venti volte, rinata, dannata e desiderata, invidiata, disertata. Cโรจ chi le resta fedele rischiando la morte, chi scappa a ogni costo, chi ci torna per vivere, chi invece solo per morire. Tutto questo in 500 anni. Se รจ vero che โi Balcani soffrono di troppa storiaโ come ha detto W. Churchill, Sarajevo ne รจ la prova.
Molti si concedono il diritto di giudicarla, anche senza averci mai messo piede. Di Sarajevo ci parlano con familiaritร persone che ci sono state solo una volta. Per descriverla spesso usano stereotipi, cadono nei soliti pregiudizi, โla Gerusalemme europeaโ, โil luogo dโincontro tra Oriente e Occidenteโ, โil simbolo della multietnicitร e multiculturalitร โ, โla cittร martireโ, โla Teheran europeaโ. Tutte esagerazioni. La cosa certa su Sarajevo รจ che non ci lascia indifferenti. Basta menzionare il suo nome per suscitare emozioni. Quando mi chiedono comโรจ, dico che Sarajevo non รจ bella come Roma, Parigi, San Pietroburgo o Praga. Il fascino di Sarajevo sta nella sua essenza, che รจ qualcosa dโinafferrabile.
Un simbolo di pace e di violenza
Ovviamente non sempre e non tutto quello che riguarda Sarajevo รจ etereo. I fatti storici, ad esempio, che talvolta confermano le emozioni, e talvolta documentano in modo inesatto la gloriosa visione della cittร . A occuparsi di questa cittร che โha avuto il paradossale destino di essere insieme un simbolo della violenza politica e un modello europeo di cosmopolitismo e pacifica convivenzaโ, รจ il libro โSarajevo la cosmopolita. Musulmani, ebrei e cristiani nellโEuropa di Hitlerโ (Feltrinelli editore , collana Storie, 2012).
L’autrice, la storica americana Emily Greble, ha frugato sette archivi di tre paesi, ha setacciato la corrispondenza delle massime autoritร di Sarajevo, dai tribunali di Stato alla polizia segreta, dagli eserciti alla resistenza, e ha esaminato i giornali dโepoca prima di produrre un libro prezioso per gli studiosi e molto interessante per i curiosi.
Con il suo lavoro la Greble conferma certe teorie che riguardano la cittร , abbatte alcuni stereotipi, chiarisce fatti mal interpretati, svela episodi finora sconosciuti, smaschera alcune leggende metropolitane. In breve, nel libro ci sono pagine sia per chi ama Sarajevo, sia per chi lโama un poโ meno. Ma non perchรฉ lโautrice faccia sconti (piaceri) ai suoi (come purtroppo gran parte degli storici e degli scrittori della BiH di oggi che parteggiano per uno dei loro gruppi nazionali o religiosi) ma proprio perchรฉ รจ super partes e, nello scrivere il saggio, la Greble segue il criterio supremo – la veritร .
La Greble parte dallโaffermazione che durante la Seconda guerra mondiale, nellโEuropa di Hitler, dove il mondo multiculturale si era frantumato e ridotto in polvere, la capitale bosniaca rimase realmente cosmopolita. Cosi come negli anni novanta, mentre la Repubblica Federale di Jugoslavia si disgregava, โSarajevo guadagnava la reputazione di unico luogo di tolleranza, molteplicitร e paceโฆ Infatti Sarajevo diviene il simbolo di tutto ciรฒ che in Jugoslavia funzionava, un emblema del multiculturalismo, nella sua accezione piรน positivaโ.
Cosmopolitismo e solidarietร locale
Secondo lโautrice lโidillico multiculturalismo di Sarajevo รจ sopravvissuto alle catastrofi che hanno sopraffatto lโEuropa, aggrappandosi a due aspetti della cultura tradizionale della cittร : un sistema dโidentitร confessionale, che si preservava nella sfera privata, e una solidarietร locale radicata nel pluralismo politico e nella diversitร culturale. Sarajevo aveva norme etiche, culturali e politiche distinte che inducevano le persone a un certo comportamento. Per essere sarajlija, cioรจ sarajevese, bisognava compiere atti concreti e osservare alcuni codici etici propri della cittร : la convivenza (zajedniฤki ลพivot) e il buon vicinato (komลกiluk).
Sarajevo sรฌ, era cosmopolita, ma questo non vuol dire che fosse vaccinata contro il nazionalismo. Era possibile essere al contempo un fervente nazionalista e un fervente sostenitore dellโidentitร di Sarajevo.
Durante la Seconda guerra mondiale Sarajevo, come tutta la BiH, fu incorporata nello Stato Indipendente di Croazia (Nezavisna Drลพava Hrvatska, NDH), notoriamente uno degli stati satelliti nazisti piรน brutali. Nel mirino del regime ustascia cโerano gli โstranieriโ cioรจ gli ebrei, i serbi, i montenegrini, i russi e gli zingari.
A Sarajevo prima della guerra cโera una comunitร ebraica di circa diecimila persone. Quasi tutte sono finite nei campi di concentramento. Talvolta il comportamento dei sarajevesi fu contraddittorio e poco comprensibile. Ad esempio nel 1941 unโorganizzazione musulmana diceva che โgli ebrei andavano fermati una volta per tutteโ ma, allo stesso tempo, i capi musulmani e cattolici di Sarajevo sabotavano le azioni delle autoritร ustascia che internavano gli ebrei, e cercavano attivamente di proteggerli attraverso la conversione. La pratica di nascondere ebrei in casa era diventata cosรฌ comune che, allโinizio del novembre 1941, le autoritร ustascia accusarono lโintera cittadinanza di ostacolarne le deportazioni.
Quando il regime cercรฒ di eliminare la popolazione serba di Sarajevo, la capitale bosniaca lo mise sotto pressione, a volte disobbedendo apertamente alle direttive statali. La cittร si oppose anche al decreto del regime ustascia che dichiarava che i rom โnon erano arianiโ e che per questo dovevano essere spazzati via dalla societร . Le autoritร di Sarajevo consideravano i rom una parte della societร ben radicata nel tessuto cittadino e protestarono contro le loro deportazioni.
Gli intrusi
Tuttavia, per ogni cittadino che aiutava i serbi, gli ebrei, o i rom, ce nโera un altro che approfittava della situazione. Alcuni leader religiosi rimproveravano i sarajlije per quel comportamento.
Sarajevo fu meno accogliente per decine di migliaia di profughi (secondo alcune stime circa ottantamila) scappati dai pogrom che i cetnici, i nazionalisti serbi, avevano intrapreso contro i musulmani (dunque, quello che รจ accaduto negli anni novanta, nelle stesse zone orientali della Bosnia, lungo il fiume Drina, รจ soltanto un dรฉjร -vu degli anni quaranta, cioรจ il genocidio di Srebrenica sarebbe il lavoro non compiuto negli anni quaranta?). I sarajlije non amavano i profughi, giunti in cittร 70 anni fa, li rimproveravano di sporcare la cittร , temevano che potessero cambiare lโanima di Sarajevo (anche adesso, dopo lโultima guerra si fanno gli stessi dibatti, emergono gli identici timori). Le autoritร cittadine vedevano i profughi come intrusi (e la stessa cosa capita oggi, ne รจ esempio una donna musulmana, violentata e cacciata via dalla sua casa durante lโultima guerra, che, malgrado il suo destino, a Sarajevo รจ vista come una โvenuta da fuoriโ!)
Il saggio della Greble cerca di spiegare i motivi che portarono i musulmani della BiH e di Sarajevo ad accogliere e a collaborare con il regime nazionalista ustascia e i nazisti tedeschi, e alla loro adesione alla divisione Handzar. Lโautrice suggerisce un nuovo contesto per capire meglio questi fatti. Nel Regno di Jugoslavia, i musulmani bosniaci si vedevano usurpati in continuazione dellโautonomia religiosa, i proprietari terrieri venivano privati dei loro possedimenti, e la terra distribuita piรน spesso ai serbi venuti dalla Serbia (i veterani dal fronte di Salonicco), alcune moschee furono abbattute o trasformate in magazzini. Il peggior oltraggio fu quando il regime trasferรฌ la sede del capo della comunitร musulmana da Sarajevo a Belgrado. Per questi e simili motivi i musulmani bosniaci speravano che, con il regime ustascia e il โnuovo ordineโ, la loro posizione migliorasse. Ma fu una vana speranza, e durรฒ poco. Nel 1943 mentre i cetnici accelerarono la loro campagna di eliminazione dei musulmani, le milizie ustascia cominciarono a uccidere i musulmani con la stessa frequenza con cui uccidevano i serbi. Lโunico gruppo che non uccideva i musulmani, o almeno non in modo indiscriminato, erano le forze dellโoccupazione nazista.
Valter difende Sarajevo
Il libro โsmontaโ una popolare leggenda urbana su Sarajevo come centro eroico della resistenza contro i nazisti cui contribuรฌ uno dei film piรน famosi della Jugoslavia โValter difende Sarajevoโ. In realtร pochi cittadini di Sarajevo si unirono alla resistenza. I sarajlije non vedevano grandi differenze tra i partigiani e gli ustascia. Ritenevano che entrambi fossero dei movimenti violenti, rozzi, cui aderivano soprattutto contadini.
Valter, lโinafferrabile capo della resistenza, era esistito realmente ed era il nome in codice di Vladimir Periฤ. Nellโultima scena del film una spia nazista indica la cittร da un belvedere e, rivolgendosi a un ufficiale tedesco, pronuncia la celebre frase: โVede questa cittร ? Das ist Valterโ. Sia Sarajevo sia Valter si erano rivelati imprendibili.
I sarajlie non si erano meritati questa fama durante la Seconda guerra mondiale, ma se la sono guadagnata con il sangue, durante i quasi quattro anni di assedio, dal 1992 a 1995.
Questa pubblicazione รจ stata prodotta con il contributo dell’Unione Europea. La responsabilitร sui contenuti di questa pubblicazione รจ di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Racconta l’Europa all’Europa.
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