Rodiade: per strade e sentieri dell’isola del Sole
Inizia con questa introduzione il diario di viaggio del nostro instancabile girovago solitario Fabio Fiori, che ha percorso lo scorso anno cinquecento chilometri in lungo e in largo per l’isola di Rodi

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Il porto di Mandraki a Rodi, Grecia © Serenity-H/Shutterstock
Rodi è una rosa in forma d’isola, in bilico tra oriente e occidente, geograficamente più vicina all’Anatolia che all’Attica, culturalmente più greca che turca, comunque un crocevia mediterraneo. Un’isola da pedalare e camminare, per strade e sentieri; un’isola da esplorare senza fretta, evitando gli affollamenti estivi e incontrando le genti stanziali, coloro che la abitano e la coltivano, nell’incedere delle stagioni.
Rodi è nell’immaginario occidentale l’Isola dei Cavalieri, ordine monastico e guerresco che la tenne dal 1308 al 1522. Ma Rodi ha una lunghissima storia che affonda le sue radici nelle civiltà minoiche e micenee, poi greche ed elleniche, allargando i suoi rami in variegati rapporti con l’oriente e l’occidente. Perché Rodi è poi stata fiorente colonia romana e poi bizantina, provincia ottomana e nel Novecento colonia italiana, amministrazione inglese dal 1945 al 1947, riunita alla Grecia negli anni successivi. Dominazioni, occupazioni, ricongiungimenti che non hanno però cancellato la sua originale e importante insularità .
Rodi è per me l’isola della Venere marina, parafrasando il titolo del libro di Lawrence Durrell, scrittore inglese che lì visse dal 1945 al 1947. Durrell è stato il mio Virgilio nell’isola consacrata al Sole, riprendendo una più antica definizione utilizzata da Vincenzo Maria Coronelli, cosmografo della Serenissima, e che ha dedicato all’isola un atlante e diverse carte. Una Rodi quindi da immaginare facendo volare la fantasia sulle antiche mappe, su quadretti e foto ottocentesche, su cronache letterarie novecentesche. Ma anche da pedalare e camminare oggi, qualche volta fermandosi per un tuffo e una nuotata nelle acque care alla dea dell’amore.
Questo è quindi il diario di viaggio di un girovago solitario a cavallo di un ferreo corsier, che ha percorso cinquecento chilometri in lungo e in largo, salendo fin sulla vetta della sua montagna sacra, il Monte Attà vyros, avvolta nelle fitte nebbie d’aprile, quando a valle e lungo le rive la primavera metteva in scena le sue colorate e profumate epifanie. Luoghi e storie, ma anche incontri inaspettati come sempre accade al viandante che va ramingo con fanciullesca curiosità .
Ps
Ancora oggi nelle librerie londinesi si trovano pile dei diversi libri di viaggio di Lawrence Durrell, semisconosciuto invece in Italia. Il più grande di quattro fratelli, tra cui Gerald, naturalista e scrittore, Lawrence nato nel 1912 e cresciuto in India da genitori inglesi, studiò in Inghilterra e si trasferì insieme alla madre, ai fratelli e alla sua giovane moglie nel 1935 a Corfù. La prima delle sue isole greche, la prima delle sue tappe nella lunga, felice peregrinazione ellenica. Nella primavera del 1945 Durrell arrivò a Rodi da Alessandria d’Egitto, al seguito delle forze d’occupazione britanniche. In città visse per due anni, dirigendo il quotidiano locale, imbastendo rapporti e raccogliendo i materiali per il suo libro: Riflessi di una venere marina. Una guida al paesaggio di Rodi, pubblicato nel 1953, tradotto in italiano da Luisa Corbetta nel 1993 e oggi purtroppo fuori catalogo.
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