Le stelle che stanno giù

18 cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina: il libro della nostra corrispondente Azra Nuhefendić, in uscita per Spartaco edizioni, raccoglie un filo di sentimenti e ricordi che si snoda lungo 20 anni di storia europea. La recensione di Alessio Altichieri

11/05/2011, Alessio Altichieri

Questo articolo ĆØ stato originariamente pubblicato sul blog del Corriere della Sera Chelsea mia, con il titolo La guerra ĆØ orrenda, ma ci educa: prima lezione, dire no alla vendetta

Nel libro Ā«Le stelle che stanno giù», memorie private di una tragedia storica, la fine della Jugoslavia che culminò con gli orrori della Bosnia, Azra Nuhefendić scrive che perfino il più profondo dolore diminuisce nel tempo, perchĆ© Ā«con il passare degli anni siamo in grado di accettare anche le perdite che ci parevano inammissibiliĀ». Ciò che non passa mai, che neppure il tempo lenisce, ĆØ invece Ā«il sentimento provocato dall’ingiustiziaĀ»: ĆØ l’offesa, l’umiliazione, lo stupro fisico e morale di chi ha subito un abuso, un crimine e deve inghiottire, oltre al patimento che ĆØ una cicatrice dell’animo, anche l’affronto di vedere i briganti, gli assassini, andare a piede libero, a testa alta, impuniti.

Ā«In Bosnia sono state identificate circa diciassettemila persone che hanno partecipato ai crimini di guerraĀ». Certo, qualcuno ĆØ finito davanti al tribunale dell’Aja, benchĆ© ancora sfugga Ratko Mladić, il boia di Srebrenica. E gli altri? Ā«Alcuni si nascondono, alcuni sono scappati in altri Paesi, ma per la maggior parte i responsabili di quei crimini sono ancora liberiĀ», compresi i colpevoli di genocidio: Ā«Vivono accanto alle vittime, come se nulla fosse accadutoĀ». Come si può, quindi, dimenticare?

Ricordare

Azra Nuhefendić non dimentica, e scrive. Le sue memorie iniziano su un treno, quello che da bambina la portava dalla cittĆ  natale, Sarajevo, alla colonia estiva di Bijela, sull’Adriatico, dove il regime comunista di Tito mandava in vacanza i figli del sistema multi-nazionale, multi-religioso, multi-etnico della Jugoslavia, e si concludono su un altro treno, l’ultimo treno da Belgrado a Sarajevo, in un viaggio da incubo ai confini della notte, quando per la Bosnia, sotto i colpi del nazionalismo serbo di Slobodan MiloÅ”ević, s’aprƬ l’inferno. Una testimonianza, questa, che le ha meritato il premio Ā«Writing for Central and Eastern EuropeĀ», accolto l’autunno scorso a Vienna con un discorso sul tema dell’«altroĀ», del diverso, pubblicato sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, di cui ĆØ corrispondente. Questa spiegazione per dire che Nuhefendić ĆØ giornalista, e che era una giornalista cosƬ brava, negli anni ’80, da essere trasferita dalla tv di Sarajevo a quella di Belgrado, capitale della Serbia e della Jugoslavia, dove avrebbe compiuto memorabili reportage, come quello sui minatori del Kosovo in sciopero.

Ma aveva la colpa d’essere diversa: musulmana. Ciò naturalmente non ha nulla a che vedere con la religione, perchĆ© Nuhefendić ĆØ agnostica, nĆ© con l’ideologia, perchĆ© ha creduto al di lĆ  del credibile alla Ā«fratellanzaĀ» che era il dogma di Tito. Ma ha molto a che fare con la nazionalitĆ , perchĆ© in Bosnia essere musulmano voleva dire non essere serbo, nĆ© croato: soltanto un’etichetta, ma fatale, per qualcuno spregiativamente chiamato Ā«balijaĀ».

Ovviamente Nuhefendić pagò di suo: perse il lavoro, con le minacce fu costretta all’esilio, e tuttora vive, alla ricerca d’impossibili radici, a Trieste. Ma nulla fu il prezzo suo (nessun vittimismo in lei, piuttosto disillusa ironia) rispetto a quanto pagarono coloro che rimasero. Molti non possono più raccontare: Ā«Prima della guerra le colline intorno a Sarajevo erano coperte di prati verdi e di boschi. La guerra ha cambiato il paesaggio. Oggi le alture sono nude, la cittĆ  ĆØ circondata da cimiteri. Guardando Sarajevo dai punti dominanti, si notano molti brandelli bianchi, sembrano pecore che pascolano. Per chi non sa, potrebbe essere anche un paesaggio pastorale. Il bianco delle lapidi abbaglia lo sguardoĀ».

Ogni giorno, dall’aprile 1992 al febbraio 1996, i cecchini che assediavano Sarajevo uccisero decine di persone, diecimila in totale, di cui 1.600 bambini. E non c’era spazio per tutti quei morti: parchi, campi di calcio, aiuole, ogni spazio verde diventò cimitero: Ā«Un’intera generazione di ventenni di Sarajevo ĆØ sepolta nei luoghi dove una volta si dondolavano sull’altalena, passeggiavano con la fidanzatina, o sognavano un futuro da calciatoreĀ». E si creò un assurdo mercato: Ā«Quando mia sorella Esa morƬ, cercammo disperatamente un posto in qualsiasi cimitero. Per una tomba a Turbe-Bistrik, sulle falde del monte Trebević, pagammo mille euro, nell’epoca in cui un appartamento costava seimila euro. Non sapevo nemmeno che fosse un cimitero: ci pascolavano le pecore. Oggi ĆØ strapienoĀ».

Penelope

ChissĆ , forse andò peggio a chi riuscƬ a sopravvivere. A chi ebbe la sventura di abitare in una zona presa dai serbi, come Lukavica, appena fuori Sarajevo: lƬ viveva Mila, serba, col marito, un ingegnere musulmano, e due figlie. Un giorno i serbi vengono a prendere il Ā«balijaĀ», per farlo fuori. Lui ĆØ rassegnato, Mila no: vestita da maschiaccio, stivali di gomma, li affronta: Ā«Non portate via il padre delle mie figlie: prendete meĀ», dice ai banditi che, usi allo stupro come bottino di guerra, scoppiano a ridere. Alla fine, fa un patto: per aver salva la vita, il marito deve andare ogni giorno al fronte, e sparare sui musulmani, Ā«i suoiĀ», assediati lƬ sotto. La guerra ĆØ poi finita, l’uomo s’è salvato, ma ha perso l’uso della parola, il trauma (paura, vergogna?) l’ha torturato per anni. E Mila, la donna eroica che ha osato sfidare le canaglie, ora ha il terrore di uscire da casa. Non tutti avevano un talismano come Nadja, Penelope bosniaca, che ricamava un pezzo di stoffa, insignificante, per aspettare la fine dell’assedio: era brutto se bombardavano, certo, ed era peggio se i cecchini sparavano. Era al piano di sotto, a prendere una tisana dai vicini, quando un colpo entrò dalla finestra: Ā«Zaaac, e il suo vicino Ante era morto, afflosciato per terra, in silenzioĀ». E fu peggio ancora quando il suo stabile, in prima linea, divenne terreno di caccia dei serbi: Nadja li sentiva salire le scale, entrare negli appartamenti, capiva in quali stanze rovistavano nei cassetti giĆ  depredati da altri e, se non trovavano niente, delusi e arrabbiati, spaccavano i mobili. Quando poi un calcio spalancava la sua porta, inspiegabilmente, Nadja si calmava. Ma come comportarsi? Reagire, essere ostile, era impensabile. Usare cortesia era peggio: la guardavano con disprezzo, sapendosi padroni. Se mostrava umiltĆ , s’adiravano. Se faceva l’indifferente, continuando a ricamare, si offendevano, perchĆ© esigevano rispetto e attenzione. Con l’esperienza, aveva imparato a mettersi da parte, e parlare solo per rispondere alle domande. Prima o poi se ne andavano, e Nadja ha potuto tessere il suo ricamo fino alla fine dell’assedio, da superstite.

Restare umani

Sono molte le storie di crudeltĆ  inumana e ognuna, come avrebbe capito Tolstoj, ha una propria disumanitĆ . Ma ciò che ciascuna lascia, come scrive Nuhefendić, ĆØ il sentimento provocato dall’ingiustizia. Sarajevo ĆØ oggi una cittĆ  di targhe, di lapidi, dove ogni casa, ogni ufficio, le Poste, una scuola, ha la sua testimonianza di vittime dell’assedio, uccise dai cecchini o dalle bombe. All’UniversitĆ , alla facoltĆ  di Filosofia, ci sono quattro colonne piene di nomi, studenti che, come Azra Nuhefendić, avevano seguito le lezioni di Milorad Ekmečić, noto storico, Ā«autoritĆ  non solo scientifica, ma anche morale e umanaĀ». CosƬ lei non poteva credere alle parole del professore che, all’inizio della guerra scatenata per fare Ā«la grande SerbiaĀ», aveva detto che Ā«cento o duecentomila morti non sono niente, considerato l’evento storicoĀ».

Come poteva Ā«un educato, intelligente e illustre professoreĀ» aver detto un abominio del genere? Naturalmente l’aveva detto, e presto riparò a Belgrado, tra i serbi, dove rilasciava interviste, firmava petizioni, giustificava la guerra. Lei lo incontrò per caso, proprio a Belgrado, quando ancora non sapeva se i suoi genitori, sotto le bombe di Sarajevo, si sarebbero salvati: il professore e l’ex allieva si riconobbero, non si salutarono. Quel giorno, col sentimento dell’ingiustizia che le montava in cuore, meditò vendetta, proprio sul professore. Poi lo rivide ancora, a guerra finita, mentre passeggiava in un parco, impunito e indifferente. Seduta su una panchina, a mente lucida, ripensò a quel desiderio di vendetta e alle minacce che, tra sĆ©, aveva pronunciato. Ā«Mi vennero i brividi per la mostruositĆ  che scoprii, all’improvviso, dentro di meĀ». Era il Ā«germoglio della futura vendettaĀ», frutto velenoso della guerra, ereditĆ  maligna del male, che Azra Nuhefendić c’insegna a inghiottire, se vogliamo restare umani.

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