Le stelle che stanno giù
18 cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina: il libro della nostra corrispondente Azra NuhefendiÄ, in uscita per Spartaco edizioni, raccoglie un filo di sentimenti e ricordi che si snoda lungo 20 anni di storia europea. La recensione di Alessio Altichieri
Questo articolo ĆØ stato originariamente pubblicato sul blog del Corriere della Sera Chelsea mia, con il titolo La guerra ĆØ orrenda, ma ci educa: prima lezione, dire no alla vendetta
Nel libro Ā«Le stelle che stanno giù», memorie private di una tragedia storica, la fine della Jugoslavia che culminò con gli orrori della Bosnia, Azra NuhefendiÄ scrive che perfino il più profondo dolore diminuisce nel tempo, perchĆ© Ā«con il passare degli anni siamo in grado di accettare anche le perdite che ci parevano inammissibiliĀ». Ciò che non passa mai, che neppure il tempo lenisce, ĆØ invece Ā«il sentimento provocato dallāingiustiziaĀ»: ĆØ lāoffesa, lāumiliazione, lo stupro fisico e morale di chi ha subito un abuso, un crimine e deve inghiottire, oltre al patimento che ĆØ una cicatrice dellāanimo, anche lāaffronto di vedere i briganti, gli assassini, andare a piede libero, a testa alta, impuniti.
Ā«In Bosnia sono state identificate circa diciassettemila persone che hanno partecipato ai crimini di guerraĀ». Certo, qualcuno ĆØ finito davanti al tribunale dellāAja, benchĆ© ancora sfugga Ratko MladiÄ, il boia di Srebrenica. E gli altri? Ā«Alcuni si nascondono, alcuni sono scappati in altri Paesi, ma per la maggior parte i responsabili di quei crimini sono ancora liberiĀ», compresi i colpevoli di genocidio: Ā«Vivono accanto alle vittime, come se nulla fosse accadutoĀ». Come si può, quindi, dimenticare?
Ricordare
Azra NuhefendiÄ non dimentica, e scrive. Le sue memorie iniziano su un treno, quello che da bambina la portava dalla cittĆ natale, Sarajevo, alla colonia estiva di Bijela, sullāAdriatico, dove il regime comunista di Tito mandava in vacanza i figli del sistema multi-nazionale, multi-religioso, multi-etnico della Jugoslavia, e si concludono su un altro treno, lāultimo treno da Belgrado a Sarajevo, in un viaggio da incubo ai confini della notte, quando per la Bosnia, sotto i colpi del nazionalismo serbo di Slobodan MiloÅ”eviÄ, sāaprƬ lāinferno. Una testimonianza, questa, che le ha meritato il premio Ā«Writing for Central and Eastern EuropeĀ», accolto lāautunno scorso a Vienna con un discorso sul tema dellāĀ«altroĀ», del diverso, pubblicato sul sito dellāOsservatorio Balcani e Caucaso, di cui ĆØ corrispondente. Questa spiegazione per dire che NuhefendiÄ ĆØ giornalista, e che era una giornalista cosƬ brava, negli anni ā80, da essere trasferita dalla tv di Sarajevo a quella di Belgrado, capitale della Serbia e della Jugoslavia, dove avrebbe compiuto memorabili reportage, come quello sui minatori del Kosovo in sciopero.
Ma aveva la colpa dāessere diversa: musulmana. Ciò naturalmente non ha nulla a che vedere con la religione, perchĆ© NuhefendiÄ ĆØ agnostica, nĆ© con lāideologia, perchĆ© ha creduto al di lĆ del credibile alla Ā«fratellanzaĀ» che era il dogma di Tito. Ma ha molto a che fare con la nazionalitĆ , perchĆ© in Bosnia essere musulmano voleva dire non essere serbo, nĆ© croato: soltanto unāetichetta, ma fatale, per qualcuno spregiativamente chiamato Ā«balijaĀ».
Ovviamente NuhefendiÄ pagò di suo: perse il lavoro, con le minacce fu costretta allāesilio, e tuttora vive, alla ricerca dāimpossibili radici, a Trieste. Ma nulla fu il prezzo suo (nessun vittimismo in lei, piuttosto disillusa ironia) rispetto a quanto pagarono coloro che rimasero. Molti non possono più raccontare: Ā«Prima della guerra le colline intorno a Sarajevo erano coperte di prati verdi e di boschi. La guerra ha cambiato il paesaggio. Oggi le alture sono nude, la cittĆ ĆØ circondata da cimiteri. Guardando Sarajevo dai punti dominanti, si notano molti brandelli bianchi, sembrano pecore che pascolano. Per chi non sa, potrebbe essere anche un paesaggio pastorale. Il bianco delle lapidi abbaglia lo sguardoĀ».
Ogni giorno, dallāaprile 1992 al febbraio 1996, i cecchini che assediavano Sarajevo uccisero decine di persone, diecimila in totale, di cui 1.600 bambini. E non cāera spazio per tutti quei morti: parchi, campi di calcio, aiuole, ogni spazio verde diventò cimitero: Ā«Unāintera generazione di ventenni di Sarajevo ĆØ sepolta nei luoghi dove una volta si dondolavano sullāaltalena, passeggiavano con la fidanzatina, o sognavano un futuro da calciatoreĀ». E si creò un assurdo mercato: Ā«Quando mia sorella Esa morƬ, cercammo disperatamente un posto in qualsiasi cimitero. Per una tomba a Turbe-Bistrik, sulle falde del monte TrebeviÄ, pagammo mille euro, nellāepoca in cui un appartamento costava seimila euro. Non sapevo nemmeno che fosse un cimitero: ci pascolavano le pecore. Oggi ĆØ strapienoĀ».
Penelope
ChissĆ , forse andò peggio a chi riuscƬ a sopravvivere. A chi ebbe la sventura di abitare in una zona presa dai serbi, come Lukavica, appena fuori Sarajevo: lƬ viveva Mila, serba, col marito, un ingegnere musulmano, e due figlie. Un giorno i serbi vengono a prendere il Ā«balijaĀ», per farlo fuori. Lui ĆØ rassegnato, Mila no: vestita da maschiaccio, stivali di gomma, li affronta: Ā«Non portate via il padre delle mie figlie: prendete meĀ», dice ai banditi che, usi allo stupro come bottino di guerra, scoppiano a ridere. Alla fine, fa un patto: per aver salva la vita, il marito deve andare ogni giorno al fronte, e sparare sui musulmani, Ā«i suoiĀ», assediati lƬ sotto. La guerra ĆØ poi finita, lāuomo sāĆØ salvato, ma ha perso lāuso della parola, il trauma (paura, vergogna?) lāha torturato per anni. E Mila, la donna eroica che ha osato sfidare le canaglie, ora ha il terrore di uscire da casa. Non tutti avevano un talismano come Nadja, Penelope bosniaca, che ricamava un pezzo di stoffa, insignificante, per aspettare la fine dellāassedio: era brutto se bombardavano, certo, ed era peggio se i cecchini sparavano. Era al piano di sotto, a prendere una tisana dai vicini, quando un colpo entrò dalla finestra: Ā«Zaaac, e il suo vicino Ante era morto, afflosciato per terra, in silenzioĀ». E fu peggio ancora quando il suo stabile, in prima linea, divenne terreno di caccia dei serbi: Nadja li sentiva salire le scale, entrare negli appartamenti, capiva in quali stanze rovistavano nei cassetti giĆ depredati da altri e, se non trovavano niente, delusi e arrabbiati, spaccavano i mobili. Quando poi un calcio spalancava la sua porta, inspiegabilmente, Nadja si calmava. Ma come comportarsi? Reagire, essere ostile, era impensabile. Usare cortesia era peggio: la guardavano con disprezzo, sapendosi padroni. Se mostrava umiltĆ , sāadiravano. Se faceva lāindifferente, continuando a ricamare, si offendevano, perchĆ© esigevano rispetto e attenzione. Con lāesperienza, aveva imparato a mettersi da parte, e parlare solo per rispondere alle domande. Prima o poi se ne andavano, e Nadja ha potuto tessere il suo ricamo fino alla fine dellāassedio, da superstite.
Restare umani
Sono molte le storie di crudeltĆ inumana e ognuna, come avrebbe capito Tolstoj, ha una propria disumanitĆ . Ma ciò che ciascuna lascia, come scrive NuhefendiÄ, ĆØ il sentimento provocato dallāingiustizia. Sarajevo ĆØ oggi una cittĆ di targhe, di lapidi, dove ogni casa, ogni ufficio, le Poste, una scuola, ha la sua testimonianza di vittime dellāassedio, uccise dai cecchini o dalle bombe. AllāUniversitĆ , alla facoltĆ di Filosofia, ci sono quattro colonne piene di nomi, studenti che, come Azra NuhefendiÄ, avevano seguito le lezioni di Milorad EkmeÄiÄ, noto storico, Ā«autoritĆ non solo scientifica, ma anche morale e umanaĀ». CosƬ lei non poteva credere alle parole del professore che, allāinizio della guerra scatenata per fare Ā«la grande SerbiaĀ», aveva detto che Ā«cento o duecentomila morti non sono niente, considerato lāevento storicoĀ».
Come poteva Ā«un educato, intelligente e illustre professoreĀ» aver detto un abominio del genere? Naturalmente lāaveva detto, e presto riparò a Belgrado, tra i serbi, dove rilasciava interviste, firmava petizioni, giustificava la guerra. Lei lo incontrò per caso, proprio a Belgrado, quando ancora non sapeva se i suoi genitori, sotto le bombe di Sarajevo, si sarebbero salvati: il professore e lāex allieva si riconobbero, non si salutarono. Quel giorno, col sentimento dellāingiustizia che le montava in cuore, meditò vendetta, proprio sul professore. Poi lo rivide ancora, a guerra finita, mentre passeggiava in un parco, impunito e indifferente. Seduta su una panchina, a mente lucida, ripensò a quel desiderio di vendetta e alle minacce che, tra sĆ©, aveva pronunciato. Ā«Mi vennero i brividi per la mostruositĆ che scoprii, allāimprovviso, dentro di meĀ». Era il Ā«germoglio della futura vendettaĀ», frutto velenoso della guerra, ereditĆ maligna del male, che Azra NuhefendiÄ cāinsegna a inghiottire, se vogliamo restare umani.









