Bosnia Erzegovina: quando l’arte rifiuta di tacere

Nihad Kreševljaković, direttore del Festival internazionale di teatro MESS e vincitore del premio europeo KAIROS, parla della responsabilità dell’arte in un’epoca in cui l’ingiustizia viene sempre più normalizzata

30/10/2026, Edin Krehić Sarajevo
Il regista Nihad Kreševljaković: il premio assegnato al pubblico (foto: Velija Hasanbegović)

Il regista Nihad Kreševljaković: il premio assegnato al pubblico (foto: Velija Hasanbegović)

Il regista Nihad Kreševljaković: il premio assegnato al pubblico (foto: Velija Hasanbegović)

In un momento storico, come quello attuale, in cui ci si rassegna sempre più all’ingiustizia e in cui il silenzio è spesso la scelta più comoda, il Festival internazionale di teatro MESS insiste su una domanda importante: come affrontare ciò che sta accadendo attorno noi?

Il MESS è uno dei festival teatrali più antichi e rinomati del sud est Europa, nato nel 1960. Per Nihad Kreševljaković, direttore del festival e vincitore del premio KAIROS per l’eccezionale contributo alla cultura europea, l’arte è anche una questione di responsabilità. Lo abbiamo incontrato e chiesto di parlare del teatro impegnato, della libertà dell’arte e del prezzo dell’indifferenza.

Il MESS di quest’anno, inaugurato con uno spettacolo palestinese intitolato “No Man’s Land”, ha sollevato un interrogativo più che mai attuale: “Sappiamo. Allora cosa facciamo?”. In un’intervista per Oslobođenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina, lei ha affermato di non voler accettare l’idea che il silenzio sia l’unica risposta possibile a quanto sta accadendo nel mondo. Cosa può fare l’arte per evitare che le rivelazioni sulle ingiustizie rimangano mere notizie di cronaca, destinate ad essere presto dimenticate?

Credo che uno dei problemi più grandi del nostro tempo sia la tendenza a separare quasi totalmente la conoscenza dalla responsabilità. Non abbiamo mai avuto a disposizione così tante informazioni e, al tempo stesso, non siamo mai stati così riluttanti a prestare attenzione a quanto sta accadendo attorno a noi. Mi sembra che stiamo assistendo alla normalizzazione dell’anormale. Tale rassegnazione all’indifferenza, persino di fronte ad un genocidio in atto, è pericolosa per l’umanità e per la civiltà a cui apparteniamo.

Non credo che il teatro possa fermare le guerre o risolvere i grandi problemi sociali. Ma può fare qualcosa di molto importante: porre nuovamente l’essere umano al centro della nostra esperienza. L’arte ci permette di avvicinarci all’esperienza di un altro individuo, almeno per un attimo. Non dobbiamo necessariamente comprendere appieno cosa provi chi ha perso la casa, chi fugge dalla guerra o chi è vittima di violenze. Ma ci possiamo rendere conto che quegli eventi stanno accadendo e che ci riguardano.

Non credo che l’arte debba dire al pubblico cosa pensare. La forza dell’arte sta nella possibilità di spingerci a porci domande che preferiremmo evitare.

Il festival MESS ha preso una posizione chiara in un momento in cui anche chi solo menziona la sofferenza è soggetto a condanne, minacce e sanzioni. In una precedente intervista, lei ha affermato: “Se sopravviviamo ad un genocidio e poi guardiamo alla Palestina con indifferenza, ci dobbiamo chiedere a cosa serva la nostra memoria”. Ritiene che la memoria della propria sofferenza possa essere trasformata in un dovere etico universale, evitando che i ricordi individuali vengano relegati all’identità personale al punto da non poter più riconoscere le sofferenze altrui?

Credo che tale trasformazione sia uno dei traguardi più importanti dell’esperienza umana. Noi in Bosnia Erzegovina siamo rimasti segnati da un’esperienza particolare di guerra, assedio, persecuzione e genocidio. Questa esperienza, però, non ci dà il diritto di considerare la nostra sofferenza più importante di quella altrui. Al contrario, ci dovrebbe rendere più capaci di riconoscere la sofferenza degli altri. Da trent’anni ormai affrontiamo questa questione nell’ambito del nostro festival attraverso il programma dedicato alla memoria.

La cultura della memoria non dovrebbe essere ridotta ad un meccanismo per preservare i fatti vissuti personalmente. Dovrebbe essere parte integrante di quello che siamo oggi in modo da influenzare le nostre reazioni alle ingiustizie subite dagli altri. In particolare, se abbiamo imparato dalla nostra esperienza a riconoscere i meccanismi di disumanizzazione, persecuzione e violenza, allora non possiamo affermare di non vedere questi meccanismi quando colpiscono i palestinesi o chiunque altro in Sudan, Congo, Ucraina.

Sono profondamente convinto che una memoria che non è capace di renderci più sensibili alla sofferenza altrui sia destinata a rimanere incompleta e persino priva di significato.

Lo spettacolo “A Place of Safety” della compagnia teatrale italiana Kepler-452: l’esperienza del salvataggio dei migranti nel Mediterraneo (foto: Hamza Duraković)

Lo spettacolo “A Place of Safety” della compagnia teatrale italiana Kepler-452: l’esperienza del salvataggio dei migranti nel Mediterraneo (foto: Hamza Duraković)

Lo spettacolo “A Place of Safety” della compagnia teatrale italiana Kepler-452, ispirato all’esperienza del salvataggio di migranti nel Mediterraneo, ci fa conoscere persone che cercano di aiutare l’Altro all’interno di un sistema che tende a subordinare la sicurezza agli interessi politici. Può il teatro smascherare la vera natura di certi meccanismi che ormai vengono considerati normali?

Credo che “A Place of Safety” di Kepler-452 sia uno dei migliori esempi in tal senso. Per me è stato molto importante ospitare quello spettacolo. È un’opera teatrale che ci mette di fronte ad una delle più grandi contraddizioni morali dell’Europa contemporanea. Da un lato, i politici europei continuano, come pappagalli, a ripetere discorsi sui diritti umani, la libertà e la dignità, e dall’altro, si sforzano di normalizzare una realtà dove le persone annegano cercando di raggiungere un luogo sicuro.

A colpirmi particolarmente è il fatto che non si tratta solo di una storia di persone in cerca di salvezza. È anche la storia di persone che hanno deciso di aiutare. Per chi, come la Bosnia Erzegovina, aspira ad aderire all’Unione europea, questa è la storia di persone grazie alle quali crediamo ancora nell’Europa, nonostante la politica che, oggi più che mai, sembra vicina alle dinamiche dei giorni più bui della storia europea moderna.

Spesso parliamo di sistemi come se fossero forze astratte su cui nessuno può intervenire, ma questi sistemi sono composti da persone. Le persone prendono decisioni e impongono regole. Ma c’è anche chi sceglie di non distogliere lo sguardo. Il teatro è capace di mettere in luce queste decisioni profondamente umane, rendendoci consapevoli che ciò a cui siamo abituati non è necessariamente normale né accettabile.

Lo spettacolo “Ratnice” [Le guerriere] sulle donne bosniache affette da tumore, ha profondamente commosso il pubblico. Queste donne non solo lottano contro la malattia, ma si confrontano con un sistema che non sempre garantisce cure, diritti e dignità. Se non erro, l’idea era di invitare i rappresentanti del potere a vedere lo spettacolo. Sono venuti? Se il pubblico piange e il sistema non cambia, cosa può fare il teatro, oltre a gridare a gran voce?

Quest’opera teatrale del regista Nermin Hamzagić, prodotta dal MESS, è forse la risposta più concreta alla domanda che abbiamo posto al centro del festival di quest’anno. Nel mondo accadono cose terribili sulle quali oggettivamente non possiamo incidere molto. Il tema dello spettacolo “Ratnice” non rientra però tra queste cose.

La questione della disponibilità di farmaci oncologici, delle liste d’attesa e degli ostacoli burocratici che i pazienti devono affrontare in Bosnia Erzegovina non è qualcosa che sfugge al nostro controllo.

In collaborazione con associazioni impegnate su questo fronte da oltre vent’anni, abbiamo dimostrato che esistono istituzioni, leggi, bilanci e persone incaricate di prendere decisioni, ed è sufficiente che un certo numero di parlamentari alzi la mano. Per questo abbiamo sottolineato che quest’opera è rivolta principalmente ai politici, soprattutto a quelli che, nel periodo post-voto, decideranno su questi temi. Da quello che so, erano venuti due politici: il ministro degli Affari dei veterani e il primo ministro del Cantone di Sarajevo.

Eviterei però di valutare il successo dello spettacolo solo in base al numero di persone che ne sono rimaste commosse e di politici che lo hanno visto. Gli artisti non possono esercitare il potere legislativo, ma l’arte, come dimostra il nostro spettacolo, è capace di far arrivare informazioni importanti alle persone, trasformando una questione che la politica ha trattato per anni come un problema amministrativo in una storia di vite umane e di dignità.

Vorrei che le nostre “Ratnice”, oltre ad essere considerate un’ottima interpretazione di una grande ingiustizia, venissero ricordate come uno spettacolo che ha contribuito a porre rimedio a quell’ingiustizia.

“De Val van Granada” della compagnia olandese Hotel Modern (foto: Hamza Duraković)

“De Val van Granada” della compagnia olandese Hotel Modern (foto: Hamza Duraković)

Gli spettacoli “De Val van Granada” [La caduta di Granada] della compagnia olandese Hotel Modern e “Vještice iz Salema” [Le streghe di Salem] del Teatro giovanile croato sollevano, seppur con modalità diverse, questioni di appartenenza e paura collettiva. Lei è uno storico, e la storia dimostra come le persone vengano prima rappresentate come una minaccia in modo da poter giustificare la loro esclusione dalla società con la necessità di proteggere la comunità. Ritiene che un artista possa alzare la voce su questi temi oggi senza essere immediatamente etichettato come oppositore politico?

È difficile farlo, ma quello di cui lei parla non è un fenomeno nuovo. La storia dell’arte è piena di esempi di artisti che sono stati dichiarati nemici solo perché hanno messo in dubbio ciò che in una determinata società era considerato indiscutibile. Da storico, trovo particolarmente curioso come certi meccanismi si ripetano. Prima si crea un senso di minaccia. Poi si individua qualcuno che verrà ritenuto responsabile di tale minaccia. Dopodiché, la sua esclusione inizia ad essere presentata come necessaria per proteggere la comunità.

Nel suo spettacolo “Vještice iz Salema”, il regista Oliver Frljić parla proprio di questo fenomeno, cioè di quanto possa essere efficace la paura come mezzo di controllo sociale. “De Val van Granada” della nota compagnia Hotel Modern ci riporta invece ad un momento storico in cui un mondo complesso, caratterizzato da culture e religioni diverse, viene rimodellato con violenza seguendo l’idea di un’unità basata sull’esclusione.

Credo sia pericoloso quando il diritto di un artista di esprimersi su determinati temi viene messo in discussione solo perché le sue parole hanno conseguenze politiche. L’arte non deve essere politicamente neutrale. Deve essere libera. Questo implica il diritto dell’artista di criticare il governo, la cattiva politica, le convinzioni sociali dominanti, ma anche le opinioni condivise dalla maggior parte del pubblico.

La politica esiste grazie alle persone, e non viceversa. L’arte esiste per la libertà, non per il potere.

Teatro Nazionale di Sarajevo: “Slučaj Pelicot” (foto: Velija Hasanbegović)

Teatro Nazionale di Sarajevo: “Slučaj Pelicot” (foto: Velija Hasanbegović)

Il MESS di quest’anno ha dimostrato che il teatro può essere uno spazio di resistenza all’indifferenza e all’ingiustizia sociale. Lei dove vede la maggiore resistenza ad un festival pronto a prendere una posizione chiara: in politica, nei finanziamenti o nel contesto culturale? E cosa è disposto a rischiare affinché il MESS preservi il suo diritto di essere critico, scomodo e socialmente responsabile?

Ho l’impressione che non esista un unico centro di resistenza al MESS. Credo che il problema sia molto più complesso e forse più pericoloso proprio perché manca un confronto aperto. Certo, ci sono divergenze politiche e ideologiche, ma il problema principale, a mio avviso, è la mancanza di un dialogo serio su cosa significhi la cultura per noi e su che tipo di istituzioni vogliamo avere. Quando i fondi destinati ad un festival internazionale vengono ridotti, senza una chiara strategia culturale o una seria discussione sulle conseguenze di tali decisioni, c’è da preoccuparsi. Non perché io consideri il MESS intoccabile, ma perché una realtà, come il nostro festival, costruita nel corso di decenni, non dovrebbe essere considerata come una semplice voce di bilancio.

A questo proposito, mi preme sottolineare che il MESS, per come lo vedo io, non è solo un fenomeno bosniaco-erzegovese, ma europeo. Considero le attività del festival durante l’assedio di Sarajevo come un patrimonio culturale europeo, di cui però non si parla a causa del ruolo dell’Europa nelle sofferenze subite dalla Bosnia Erzegovina e nel genocidio a cui gli europei hanno assistito passivamente. Anche se l’Europa non lo riconosce, sarebbe logico che il nostro paese ne fosse consapevole. Tuttavia, da qualche anno ormai, considerando che sin dall’inizio ci siamo presentati apertamente come un festival che non vuole distogliere lo sguardo da quanto sta accadendo in Palestina, siamo consapevoli che questa presa di posizione incide sui nostri rapporti, anche con le organizzazioni internazionali. Fortunatamente, la situazione sembra ora migliorare un po’.

C’è poi un’altra questione che considero importante. Non credo che chi lavora nella cultura debba scaricare tutta la responsabilità sulla politica. Dobbiamo costantemente mettere in discussione il nostro lavoro, aprire spazi a nuovi artisti e dimostrare che ciò che facciamo ha un senso.

Quanto ai rischi, un festival non deve necessariamente provocare conflitti pur di dimostrare la propria rilevanza. Ma se, per garantire la sicurezza finanziaria o per soddisfare determinati interessi politici, iniziassimo a rinunciare ad artisti, temi e spettacoli in cui crediamo, allora potremmo preservare il MESS sulla carta, ma la sua sostanza sarebbe vanificata, come accaduto nel caso del più grande festival teatrale in Serbia [BITEF].

In parole povere, il MESS non è in alcun modo obbligato a compiacere il governo. Ha invece il dovere di essere responsabile nei confronti dell’arte, del pubblico e della società in cui opera.

Parlando dell’edizione di quest’anno, lei ha affermato che i fondi destinati al MESS sono stati ridotti di oltre 200.000 marchi [poco più di 100.000 euro] in due anni. Ha messo in guardia sul rischio che il festival perda gradualmente spettacoli, rilevanza internazionale e pubblico, pur mantenendo la sua reputazione. Durante l’assedio, Sarajevo ha dimostrato che la cultura è uno dei modi per preservare la dignità umana, la libertà e la speranza. Cosa è cambiato da allora?

Molte cose sono cambiate, ma a rattristarmi maggiormente è il fatto che tendiamo a dimenticare alcune dinamiche che allora ritenevamo importanti. Durante l’assedio di Sarajevo, la cultura non era importante perché potesse risolvere i nostri problemi esistenziali. Non poteva fermare i bombardamenti, portare cibo o ripristinare acqua ed elettricità, ma permetteva alle persone, in circostanze in cui quasi tutto era subordinato alla mera sopravvivenza, di conservare la sensazione di essere qualcosa di più che semplici individui che cercavano di sopravvivere.

Non voglio idealizzare quel periodo. Anche allora, la cultura si creava grazie a persone che credevano nel suo significato. Ciò che mi preoccupa oggi è il fatto che, in tempo di pace, sempre più spesso parliamo di cultura come qualcosa che viene solo dopo che tutti gli altri problemi sono stati risolti. E sappiamo tutti che quegli altri problemi non saranno mai completamente risolti.

In due anni, i fondi destinati al MESS sono stati ridotti di oltre 100.000 euro, quasi la metà del budget. È stato un duro colpo e la nostra risposta è stata quella di cercare la soluzione migliore nelle condizioni in cui ci trovavamo. Mi preme sottolineare che l’intera comunità artistica e culturale di Sarajevo ci ha aiutato a mettere in piedi un programma che ha superato ogni aspettativa.

Il MESS di quest’anno ha dimostrato quante persone credono ancora in questo festival. Le sale gremite, le reazioni del pubblico, la solidarietà di artisti, istituzioni culturali e del nostro team ci hanno ricordato che il MESS non è solo una realtà che ha bisogno di finanziamenti. Il MESS esiste grazie alle persone per le quali è importante che esista. Ecco perché quest’anno abbiamo assegnato la Corona d’alloro d’oro [il principale premio conferito dal MESS] al nostro pubblico. Sicuramente non permetteremo che ciò che abbiamo creato negli anni Novanta, nonostante la guerra, si perda oggi, in tempo di pace.


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Tag: Teatro