A Novi Sad: la città ferita, due anni dopo
A pochi giorni dalle elezioni politiche del 25 ottobre, tra speranze degli studenti e slogan del regime, l’ombra della tragedia avvenuta due anni fa ancora aleggia su Novi Sad, dove ormai ci si divide tra chi continua a scendere in piazza per chiedere giustizia e chi preferisce distogliere lo sguardo. Nostro reportage

Novi Sad, Serbia, ottobre 2026 – Un manifesto della lista degli studenti, sullo sfondo la stazione di Novi Sad – Foto I. Nikolić
Novi Sad, Serbia, ottobre 2026 - Un manifesto della lista degli studenti, sullo sfondo la stazione di Novi Sad - Foto I. Nikolić
Nel primo pomeriggio di un caldo lunedì di ottobre, le strade di Novi Sad sono gremite di pedoni, ciclisti e automobili. L’ampio Viale della Liberazione, che collega la stazione ferroviaria centrale al Ponte della Libertà sul Danubio, brulica di studenti, alunni, genitori, nonni con bambini piccoli, pensionati e venditori ambulanti di fiori, verdura e calze di lana.
In questa città, che due anni fa è stata scossa da una tragedia immane – quando è crollata la tettoia della stazione ferroviaria, uccidendo quattordici persone (e altre due persone sono morte in seguito a causa delle ferite riportate), incontro Anja e Aleksandra, studentesse all’ultimo anno della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Novi Sad. Mi aspettano nell’ampio giardino di un bar dal quale lo sguardo si apre sulla città.
Mentre beviamo un caffè, parliamo delle elezioni parlamentari anticipate previste per domenica 25 ottobre, delle loro aspettative, paure e speranze, ma anche di quanto sia cambiata la loro città dopo il primo novembre 2024.
“Cerco di essere ottimista. Finalmente abbiamo raggiunto una massa critica e un’ondata di entusiasmo e desiderio di cambiamento senza precedenti. È il mio lato ottimista che mi dice che vinceremo, che questa è un’opportunità”, afferma Anja Krajinov, 22 anni.

Anja Krajinov – Foto I. Nikolić
“Poi c’è un’altra parte di me che dice: sì, ma questa è l’ultima occasione, e se non la sfruttiamo ora, diventeremo come la Bielorussia o la Russia. Questo ragionamento considera anche frodi elettorali, furti, treni bulgari [il ricorso a schede precompilate, ndt.], pestaggi, voti di scambio ed elettori registrati a indirizzi fittizi”, spiega Anja.
Aleksandra, che ha chiesto di non rivelare il suo cognome, racconta che circa un anno fa – nel periodo delle continue proteste, dei blocchi stradali e delle marce studentesche in tutta la Serbia – era convinta che si potesse verificare un cambio di governo. Pur sperando ancora che vinca la Lista studentesca, sottolinea di essere stanca e talvolta anche scettica sull’effettiva possibilità che gli studenti escano vincitori dalle imminenti elezioni.
“Ogni giorno vedo che l’apparato governativo lavora a pieno ritmo: in città, in provincia, all’università. Non si è mai fermato, anzi, è diventato più forte. Molti si sentono intimiditi”, afferma la studentessa.
Aleksandra spiega di essere rimasta sconcertata osservando il comizio del Partito progressista serbo (SNS) che si è tenuto a Novi Sad venerdì 16 ottobre. Si è trattato del primo grande raduno dell’SNS organizzato nel capoluogo della Vojvodina dopo il crollo della tettoia.

Novi Sad, Serbia, Stazione – Foto I. Nikolić
“Sono scoppiata in lacrime osservando le strade mentre tornavo a casa dall’università. Le scene che ho visto mi hanno fatto piangere, perché ho capito chi sono quelle persone [che arrivano alle manifestazioni di sostegno all’SNS con mezzi di trasporto organizzati, ndt.], e non le giudico, perché so che tremila, quattromila, cinquemila o seimila dinari sono tanti per qualcuno”, racconta Aleksandra.
La terrazza del bar dove beviamo il caffè è soleggiata e piena di gente. Non c’è tensione, l’atmosfera è piacevole. Tuttavia, alla mia domanda se e come la città sia cambiata negli ultimi due anni, Aleksandra sospira e dice: “Drasticamente”.
“Partendo dalle relazioni interpersonali. Ormai tutto è diviso. Quando alcune amiche si incontrano per un caffè, e il padre di una di loro è coinvolto nell’attività del partito al governo, si percepiscono già divergenze”, spiega Aleksandra.
“Oppure, per esempio, se io vado alle proteste e tu no, allora non pianifichiamo più vacanze insieme”.
Anja interviene, spiegando che Novi Sad è rimasta segnata dall’enorme trauma collettivo dopo il primo novembre 2024 e che ancora oggi, a due anni di distanza, non è stata fatta giustizia “né per le vittime né per la città”.
“Credo che quella tragedia abbia colpito ognuno di noi a livello personale. E ognuno di noi qui sa esattamente cosa stava facendo quel primo novembre 2024 alle 11:52 del mattino”, aggiunge.
Mentre Aleksandra si era rattristata osservando il comizio dell’SNS, Anja afferma di aver provato una rabbia bruciante.
“Ho pensato: cosa stanno facendo con questa città? Non potevo credere che si stesse svolgendo un simile raduno in Piazza della Libertà, che si cantassero canzoni del genere, che lui [Aleksandar Vučić] si esprimesse in quel modo”, racconta Anja.
“Il modo in cui i sostenitori dell’SNS mostrano la loro ammirazione per il principale esponente del partito al governo è per me violento, tanto che ho avuto la sensazione che la città venisse stuprata. Noi [studenti] non apparteniamo alla stessa realtà dei sostenitori di Vučić”, conclude Anja.
Usciamo dal bar e ci incamminiamo con Anja lungo il Viale della Liberazione verso la stazione centrale.
Sono stata a Novi Sad diverse volte dopo il primo novembre 2024, ma non mi sono mai avvicinata così tanto alla stazione. La vita intorno all’edificio continua a scorrere. Gli autobus della rete urbana ed extraurbana continuano a girare davanti a quello che un tempo era l’ingresso principale, le persone aspettano gli autobus per tornare a casa.
Da un lato della stazione c’è un manifesto elettorale dell’SNS, dall’altro quello della Lista studentesca. Nel mezzo si erge l’edificio più cupo della Serbia, il cui ingresso è stato distrutto e il piazzale antistante è stato chiuso con una recinzione. Davanti alla recinzione ci sono sedici cuori rossi, ognuno con il nome di una delle vittime, insieme a candele, fiori e peluche.

Novi Sad, Serbia – Foto I. Nikolić
A pochi metri di distanza c’è un chiosco. Qui lavora Siniša Tadić, un simpatico signore anziano che presto andrà in pensione. Per questo motivo, dice, non ha problemi a parlare con noi rivelando il suo nome completo.
Gli chiedo se avesse assistito alla tragedia.
“Ero qui fino alle 11, e la tettoia è crollata alle 11:52. Una mia collega era qui in quel momento”, risponde Siniša.
“C’era un altro collega che vendeva popcorn laggiù, a quella bancarella”, dice indicando un chiosco chiuso nelle immediate vicinanze. “C’erano delle panchine accanto, cinque o sei. Il collega dice di aver sentito un mormorio, un secondo prima la gente parlava e un istante dopo, il silenzio. È successo in un attimo”, racconta Siniša. Il suo sguardo vaga incessantemente attorno all’edificio della stazione ferroviaria e allo spazio antistante, ormai vuoto, dove è avvenuta la tragedia.
Come si sente Siniša a lavorare in questo posto ogni giorno e a guardare la stazione?
“Mi ci sono abituato, ma ora potete vedere com’è. Erbacce, luce e acqua staccate. Gli studenti, che sono l’opzione più valida, nuotano nella piscina con i coccodrilli”, conclude Siniša.

Novi Sad, Serbia – Foto I. Nikolić
Lo saluto e torno per la stessa strada lungo il Viale della Liberazione. Ai lati ci sono venditori ambulanti, perlopiù persone anziane. Tra loro c’è Anđa Marić, una signora che vende calze di lana in una bancarella improvvisata, insieme ad altre venditrici.
“Buongiorno. Cosa pensa delle elezioni? Come sarà dopo il 25 ottobre?”, le chiedo.
“Bene, il nostro Vučić fa tutto bene, tutto procede per il meglio e per noi va tutto a gonfie vele”, dice con fermezza sorridendo.
“Quindi lei voterà Vučić?”, chiedo.
“Non so ancora chi voterò, so solo che finora è andato tutto bene”, risponde Anđa.
“E cosa pensa della tettoia? Era qui il giorno del crollo?”. Stiamo entrambe guardando verso la stazione, a venti metri di distanza dal punto in cui stiamo parlando.
“Beh, quello è stata un’azione pianificata”, interviene un’altra venditrice anziana.
“Secondo lei, cos’è successo?”, insisto.
“È successo qualcosa che non sarebbe dovuto succedere”, risponde la donna.
“Qualcuno ha fatto crollare la tettoia apposta?”, insisto ancora.
“Certo, certo, è stato tutto pianificato”, rispondono entrambe le venditrici quasi all’unisono. Non si fidano della Lista studentesca perché, come affermano, a guidarla non sono studenti, ma solo “vecchi volti”.
Infine, chiedo alle signore se abbiano partecipato al comizio dell’SNS di venerdì scorso.
Anđa, delusa, afferma di non esserne stata a conoscenza. Se lo avesse saputo, ci sarebbe andata.
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