Albania, la rabbia dei giovani
Dopo più di quattro mesi di manifestazioni pacifiche, la scorsa settimana le proteste degli studenti albanesi sono sfociate in scontri violenti. Di fronte all’esplosione di malcontento dei giovani, il premier Edi Rama rifiuta di dimettersi, mentre il paese è sull’orlo di una crisi dai risvolti incerti. Un commento

Proteste a Tirana – foto di Erisa Kryeziu
Proteste a Tirana - foto di Erisa Kryeziu
Centoquaranta giorni.
Tanti ne sono passati da quando i manifestanti pacifici hanno iniziato a scendere in piazza a Tirana, in Albania, per dare sfogo alla propria frustrazione nei confronti del governo guidato dal primo ministro Edi Rama, al potere da tredici anni. A scatenare la protesta è stato un accordo, tutt’altro che trasparente, che Rama ha stipulato con Jared Kushner e altri per la costruzione di un resort di lusso in un’area costiera protetta. Più in generale, la protesta è stata un’espressione di malcontento nei confronti del governo di Rama, al suo quarto mandato, caratterizzato da arroganza, clientelismo e corruzione che hanno permesso ad una ristretta élite di arricchirsi, mentre i cittadini ne pagano le conseguenze.
Poi, la scorsa settimana è iniziato l’anno accademico e gli studenti sono nuovamente scesi in piazza. La loro rabbia per le università fatiscenti e per un’impennata del costo della vita si è riversata nelle strade. Hanno preso d’assalto ministeri e uffici governativi, distruggendo insegne e incendiando negozi. La polizia ha risposto con manganelli, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Centinaia di persone sono state arrestate.
Rabbia e delusione
È troppo facile affermare che si tratta di scontri, proteste violente e giovani in rivolta, anche se in un certo senso è vero. È più corretto dire che si tratta di studenti e cittadini arrabbiati, esausti e offesi per non essere stati ascoltati.
“In che modo devo protestare affinché le mie parole vengano ascoltate?”, ha chiesto una giovane donna in una trasmissione televisiva andata in onda su un’emittente a copertura nazionale, cogliendo lo stato d’animo generale.
“Le persone sono stanche di essere derise e disprezzate da chi è al potere”, ha dichiarato un altro giovane manifestante alla BBC.
Rama elogia la libertà di riunione mentre l’Albania prosegue il suo percorso di avvicinamento all’Unione europea. Tuttavia, le parole e le azioni del premier albanese negli ultimi centoquaranta giorni raccontano una storia ben diversa. Rama ha tacciato i manifestanti pacifici di essere filo-greci, filo-serbi, filo-russi e filo-iraniani. Ha accusato le forze straniere di portare avanti una guerra ibrida. Con un’ironia paradossale per un uomo politico che ha sempre padroneggiato i social, ha dato la colpa agli algoritmi parlando di manipolazioni e incitamento all’odio. Quello che non ha fatto è stato ascoltare.
In realtà, Rama ha sempre mostrato disprezzo per i cittadini albanesi. Ecco perché solo architetti di fama internazionale possono riprogettare le sue città – gli architetti albanesi non sono ammessi – e le sue mostre d’arte vengono allestite a Parigi, Londra e Berlino, mai a Tirana.
Quando, a poche settimane dall’inizio delle proteste pacifiche, un giornalista del Financial Times ha chiesto a Rama un commento sui suoi critici, il premier ha risposto: “Dico loro: andate affanculo”.
La violenza è ormai dilagata e sarà difficile contenerla, soprattutto quando la polizia butta a terra i manifestanti prendendoli a manganellate – un uso eccessivo della forza vietato dalle norme UE.
Tre scenari
Si prospettano tre strade, tutte ardue, considerando che l’Albania da anni ormai è governata da un solo uomo, sostenuto dai governi europei e da quello statunitense, governi che hanno privilegiato la stabilità autocratica rispetto ai principi democratici.
La prima opzione è fare un passo indietro: Rama si dimette o vengono convocate elezioni anticipate. Questo potrebbe placare le proteste, ma lascerebbe aperta la domanda su un eventuale successore di Rama alla guida del paese. L’opposizione, guidata da Sali Berisha, leader del Partito democratico d’Albania, è ormai screditata ed è finita anch’essa nel mirino dei manifestanti.
Finora Rama ha rifiutato di dimettersi, sostenendo di essere l’unico capace di guidare l’Albania verso l’UE.
Il secondo scenario implica un’escalation. Gli oligarchi e i boss mafiosi, con cui Rama intratterrebbe rapporti, gli chiedono di intervenire con fermezza per proteggere i loro profitti. Oppure lui si rivolge a loro con un appello urgente: i vostri beni sono a rischio e dobbiamo restare uniti.
Ad aumentare la probabilità che quest’ipotesi si avveri è l’ingente somma di denaro in gioco, di gran lunga superiore a quella legata al crollo dei giganteschi schemi piramidali che scatenarono il caos nel 1997.
La terza opzione per Rama è quella di cavarsela in qualche modo con un misto di concessioni e forza: un rimpasto di governo, maggiori fondi per l’istruzione, arresti e accuse di guerra ibrida.
Fattori esterni
Come spesso accade in Albania, le potenze esterne giocano un ruolo decisivo. Gli Stati Uniti sono ormai concentrati su questioni interne, con Trump che cerca di trarre profitto dalla presidenza, ma i governi europei e l’UE continueranno a sostenere il loro uomo in Albania?
Due settimane prima dello scoppio delle violente proteste, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si è recata in visita in Albania, elogiando i “notevoli progressi” del paese.
Le parole di uno studente in protesta, intervistato dalla BBC, ben illustrano la situazione. “Rama si è dimostrato pronto a collaborare nel perseguimento degli obiettivi geopolitici dell’UE, e quest’ultima è disposta a legittimare il suo governo, nonostante si tratti di un leader autocratico, simile a Vučić in Serbia”, ha affermato lo studente.
Se Bruxelles continuerà a sostenere acriticamente un uomo a scapito delle istituzioni, gli studenti albanesi continueranno a lanciare pietre.
Fred Abrahams è autore di “Modern Albania: From Dictatorship to Democracy” e condirettore del Centro per la giustizia “Aryeh Neier” di Berlino
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