Elezioni in Bosnia Erzegovina: quattro anni difficili

Le elezioni dello scorso 4 ottobre in Bosnia Erzegovina, arrivate dopo quattro anni difficili e complessi, hanno segnato una nuova affermazione per i partiti etno-nazionalisti, e un passo indietro per le formazioni multietniche, in un contesto segnato dal progressivo defilarsi della comunità internazionale. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

23/10/2026, Sabina de Silva
Elezioni in Bosnia Erzegovina © Ajdin Kamber/Shutterstock

Elezioni in Bosnia Erzegovina © Ajdin Kamber/Shutterstock

Elezioni in Bosnia Erzegovina © Ajdin Kamber/Shutterstock

Il 4 ottobre 2026 i cittadini della Bosnia Erzegovina sono stati chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti politici a livello statale, di entità e cantonale, scegliendo tra 75 partiti, 29 coalizioni e quattro candidati indipendenti.

Ancora una volta, lo spazio politico è apparso dominato dai partiti etno-nazionalisti, mentre le formazioni multietniche, potenziali portatrici di istanze trasversali alla popolazione, non sono state capaci di imporsi come alternativa. La finestra di possibilità che sembrava essersi aperta con le elezioni del 2022 appare oggi, se non definitivamente chiusa, quantomeno fortemente ristretta.

Le due tornate elettorali sono state separate da quattro anni densi di eventi: l’esperimento di governo della Trojka, la crisi istituzionale aperta da Dodik, le dimissioni dell’Alto Rappresentante e una sequenza di anniversari storici che possono in parte spiegare il risultato elettorale.

Le elezioni del 2022

Le elezioni del 2022 avevano portato sul panorama politico alcuni elementi di novità. Il seggio bosgnacco alla Presidenza tripartita era andato a Denis Bećirović, del Partito socialdemocratico e multietnico (SDP), che aveva ottenuto una netta vittoria su Bakir Izetbegović, leader del Partito d’azione democratica (SDA).

Il seggio croato era stato invece conquistato da Željko Komšić, del partito civico e multietnico Fronte democratico (FD), a scapito della storicamente dominante Unione democratica croata (HDZ BiH).

Nonostante l’SDA fosse risultato il partito più votato sia a livello statale che della Federazione (FBiH), non era riuscito a costruire una maggioranza di governo. A prevalere era stata un’alleanza tra l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), l’HDZ BiH e la cosiddetta Trojka, composta dall’SDP, dal partito di centrodestra Narod i Pravda (NiP) e dai liberali di Naša stranka (NS). La coalizione aveva consentito di formare un nuovo esecutivo, escludendo l’SDA dal governo.

I risultati elettorali del 2026

Le elezioni del 2026, però, sembrano aver prodotto un riassetto degli equilibri politici del paese, premiando i partiti etno-nazionalisti e ridimensionando la Trojka.

Nella corsa alla Presidenza tripartita, Bećirović (SDP), si è riconfermato nel seggio bosgnacco con il 38,11%, battendo per la seconda volta Izetbegović. Nonostante quest’ultimo abbia perso ulteriore terreno rispetto al 2022, Bećirović non è riuscito a replicare il successo ottenuto quattro anni prima, lasciando sul campo oltre 110.000 voti.

A pesare è stata soprattutto l’ascesa di Semir Efendić, sindaco del comune di Novi Grad Sarajevo e presidente del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH), formazione centrista di orientamento conservatore, che ha conquistato il 25,75%.

Per il seggio croato, Darijana Filipović dell’HDZ BiH ha conquistato il 46,55%, confermando come un’anomalia la vittoria di Komšić nel 2022. Sul fronte serbo, infine, Željka Cvijanović dell’SNSD è stata riconfermata con il 55,37%.

Anche a livello di entità i partiti etnonazionali hanno confermato la propria centralità. Nella Republika Srpska (RS) l’SNSD, pur senza Dodik in corsa, ha eletto alla presidenza dell’entità Savo Minić con il 52,34%, mentre l’SDA si è riconfermato il primo partito sia a livello nazionale che nella FBiH.

Tuttavia, la futura formazione di governo rimare incerta. Come già nel 2022, SDA si ritrova ad essere il partito più votato senza disporre autonomamente dei numeri per governare.

Come spiega Damir Kapidžić, politologo e professore all’Università di Sarajevo, intervistato per OBCT: “Il partito necessiterà del sostegno di almeno un’altra formazione bosgnacca. Resta però da capire chi sarebbe disposto ad allearsi, tanto più che gli elettori sembrano aver respinto il suo leader”.

L’esperimento della Trojka

La scommessa dell’esperimento Trojka era quello di governare, assieme a HDZ BiH e SNSD, in modo pragmatico, al fine di consentire al paese di avanzare nel processo di adesione europea.

Sebbene durante il mandato siano stati raggiunti alcuni risultati significativi – nel marzo 2024 il Consiglio europeo ha dato il via libera all’apertura dei negoziati di adesione – l’esperimento non ha prodotto i cambiamenti attesi.

La crisi istituzionale innescata da Dodik nel 2023, in aperta opposizione all’OHR e alla Corte Costituzionale, ha reso sempre più insostenibile la convivenza con l’SNSD, portando alla rottura definitiva nel gennaio 2025, cui ha fatto seguito una profonda paralisi di governo.

Al contempo, si sono aggiunte tensioni interne alla Trojka stessa, soprattutto inerenti alla gestione del Cantone Sarajevo, culminate nella compromissione dei rapporti tra i leader della coalizione.

A quattro anni di distanza, la Trojka non è riuscita a consolidarsi come alternativa di governo efficace e l’esperimento, nato per superare l’immobilismo strutturale della politica bosniaca, ha finito per restare intrappolato in quella stessa rete di veti e controbilanciamenti.

Il ridimensionamento elettorale non ha colpito tutti i partiti allo stesso modo: mentre SDP ha tenuto, NiP e NS hanno registrato un netto arretramento, soprattutto nel Cantone di Sarajevo. “I suoi membri si sono dimostrati privi di esperienza di governo a livello statale ed estremamente ingenui”, ha spiegato Edin Veladžić, ex consigliere politico presso il Ministero per gli affari civili. “Inoltre, a pesare sulla credibilità della Trojka è stato anche il ruolo svolto dalla comunità internazionale”, continua.

Nel 2023, l’Alto rappresentante Christian Schmidt era intervenuto attraverso i poteri di Bonn per superare lo stallo nella formazione del governo della FBiH, consentendo l’insediamento della Trojka all’esecutivo.

“Ciò ha contribuito ad alimentare l’immagine della Trojka come una coalizione sostenuta dall’esterno” spiega Veladžić “SDA non ha nemmeno avuto bisogno di condurre una campagna elettorale particolarmente intensa: le è bastato mettere in evidenza tutti gli errori e i fallimenti della Trojka”.

La Disaffezione Elettorale

L’affluenza – attestatasi al 42,5%, la più bassa mai registrata – potrebbe riflettere tale disaffezione, anche se, ricorda Kapidžić, sul dato potrebbe aver inciso anche l’introduzione di nuove tecnologie volte a contrastare l’inserimento fraudolento delle schede nelle urne.

La bassa affluenza potrebbe inoltre aver amplificato, in termini percentuali, il peso dei partiti etno-nazionalisti, che sembrano poter contare su un bacino di elettori fedeli, più che sulla capacità di attrarne di nuovi.

I risultati mostrano tuttavia la capacità di questi ultimi di staccarsi dai propri leader storici. L’esclusione di Dodik dalle cariche istituzionali non ha prodotto la crisi dell’SNSD che i più ottimisti auspicavano, suggerendo che il potere, e soprattutto le narrazioni, costruiti dal suo leader non dipendano più soltanto dal carisma della sua figura.

Gli eventi recenti hanno avuto un ruolo: come spiega Veladžić, i recenti contrasti con la comunità internazionale e gli eventi legati alla morte di Mladić sono stati fortemente strumentalizzati per mobilitare l’elettorato serbo e presentare l’SNSD come il “più grande difensore” della RS.

SDA, d’altro canto, ha dimostrato di potersi rafforzare anche a fronte del declino di popolarità del suo leader. Tale scollamento riflette un immutato sostegno alle posizioni del partito, accompagnato da una crescente insofferenza verso la sua leadership – dinamica che trova riscontro nelle fratture interne tradottesi nella nascita di formazioni concorrenti, come NiP.

Il vuoto internazionale

Le elezioni si sono svolte in una fase di particolare debolezza della presenza internazionale. Le dimissioni nel maggio 2026 dell’Alto rappresentante Christian Schmidt, la cui popolarità era già in crisi dal 2022, hanno evidenziato le divisioni tra gli attori internazionali, incapaci di accordarsi sia sulla scelta di un successore sia sul ruolo che l’OHR dovrebbe rivestire nel futuro assetto istituzionale del Paese.

Se nel 2023 l’intervento dell’Alto rappresentante aveva permesso di superare lo stallo nella formazione del governo della FBiH, oggi resta incerto chi avrebbe l’autorità e soprattutto la volontà politica di intervenire in caso di nuove paralisi istituzionali.

Cosa aspettarsi

Un nuovo governo statale difficilmente vedrà la luce prima del 2027: alla certificazione dei risultati da parte della Commissione elettorale centrale, attesa entro il 20 novembre, seguirà una lunga sequenza di passaggi istituzionali e negoziati tra le forze politiche.

Il tempo, però, stringe. Entro il 31 dicembre 2026 la Bosnia Erzegovina dovrà avviare le prime riforme previste dal Piano di crescita europeo, pena la perdita di altri 374 milioni di euro dopo i 108 già sfumati nel 2025.

Sul fronte delle alleanze, lo scenario più plausibile è un ritorno all’asse tra SDA, SNSD e HDZ BiH, con SDA affiancata verosimilmente dall’SBiH di Efendić, chiudendo definitivamente la parentesi della Trojka.

Con una comunità internazionale divisa, la Bosnia Erzegovina si prepara ad affrontare il post-voto con i soli strumenti delle proprie istituzioni.


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