Albania, la protesta studentesca degenera in violenza

La manifestazione che si è tenuta il 13 ottobre a Tirana davanti al ministero dell’Istruzione si è trasformata in scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Gli studenti chiedono un’istruzione pubblica di qualità, migliori condizioni e le dimissioni del premier Rama. Il Comitato Helsinki albanese e l’Associazione dei giornalisti albanesi condannano la violenza ed esprimono preoccupazione per la sicurezza dei giornalisti

14/10/2026, Erisa Kryeziu Tirana
Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 - Foto, E. Kryeziu

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 – Foto, E. Kryeziu

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 - Foto, E. Kryeziu

Pietre, ringhiere metalliche divelte dal marciapiede, finestre rotte, violenza, gas lacrimogeni e scontri tra manifestanti e polizia hanno caratterizzato la protesta studentesca di martedì 13 ottobre davanti al ministero dell’Istruzione a Tirana.

Decine di giovani si sono riuniti per protestare contro le condizioni delle università e dei dormitori studenteschi, il costo degli studi e la mancanza di prospettive per i giovani in Albania.

Alla protesta hanno partecipato anche attivisti e cittadini da mesi coinvolti nel movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri“, iniziato a fine maggio in opposizione ai progetti di sviluppo nella zona di Zvërnec e poi estesosi a rivendicazioni politiche e sociali più ampie.

Inizialmente, i manifestanti hanno esposto striscioni e scandito slogan contro il governo. “Siamo qui per il sapere, non per le sciocchezze del governo”. Dopo circa un’ora, tuttavia, la situazione è degenerata: alcuni manifestanti hanno divelto ringhiere metalliche e lastre di pavimentazione e le hanno usate per colpire l’edificio del ministero. Sono state lanciate anche pietre e altri oggetti contro l’edificio, danneggiando finestre e la recinzione perimetrale. Alcuni manifestanti sono riusciti a entrare nel cortile del ministero.

La polizia è intervenuta per disperdere la folla, usando gas lacrimogeni e getti d’acqua ad alta pressione. Gli scontri sono continuati anche dopo che i manifestanti hanno lasciato l’area intorno al ministero, mentre in serata la tensione si è estesa alle strade di Tirana.

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 - Foto, E. Kryeziu

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 – Foto, E. Kryeziu

Sono stati segnalati feriti tra i manifestanti, gli agenti di polizia e i giornalisti che seguivano gli eventi. Il primario del pronto soccorso dell'”Ospedale Traumatologico” ha dichiarato che un giovane di 19 anni è stato ricoverato in ospedale con una gamba rotta a causa delle violenze della polizia, e un diplomatico austriaco ha ricevuto cure mediche per ferite alla testa.

Secondo i dati ufficiali della Polizia di Stato, finora sono stati portati in commissariato 49 cittadini. Cinque agenti di polizia sono stati sospesi e l’Agenzia di vigilanza sulla polizia, in collaborazione con la Procura, ha avviato delle indagini.

L’escalation segna una svolta rispetto alle precedenti manifestazioni del movimento, che per mesi si erano svolte in gran parte pacificamente. Ciononostante, i manifestanti hanno sostenuto che la violenza non può essere separata dalla rabbia accumulata per la mancanza di risposte istituzionali e per la situazione generale del Paese.

“Ero una manifestante nel 2018 e oggi, nel 2026, sono qui per sostenere gli studenti e portare avanti ciò che hanno lasciato in eredità”, ha dichiarato Megi Marku, riferendosi alle proteste studentesche del dicembre 2018, caratterizzate da una mobilitazione di massa contro le tasse universitarie e le condizioni di studio.

Secondo lei, l’istruzione non è stata una priorità per i governi albanesi negli ultimi decenni. “Insieme agli studenti, crediamo che i giovani siano il futuro e che sia necessario investire di più su di loro”, ha affermato.

Marku ha aggiunto che i giovani dovrebbero avere l’opportunità di scegliere l’Albania come Paese in cui vivere e costruire il proprio futuro.

Dall’insoddisfazione per l’istruzione alle richieste di dimissioni di Rama

Per gli studenti, i problemi non si limitano alle infrastrutture universitarie, ma comprendono la disuguaglianza economica, le difficoltà nel finanziare gli studi e la mancanza di opportunità di lavoro dopo la laurea.

“I dormitori sono in condizioni pessime, non ci sono condizioni adeguate, non esiste un servizio educativo che possa garantirci un futuro, né domani né dopodomani. Le lauree che otteniamo dalle università non sono altro che passaporti per emigrare”, ha dichiarato lo studente Redjan Shkëmbi, che ha collegato la protesta studentesca al più ampio movimento degli ultimi mesi, sostenendo che i giovani dovrebbero essere in prima linea nelle richieste di cambiamento.

“Siamo qui per dimostrare che i giovani non si arrendono, siamo qui per dimostrare che i giovani non restano in silenzio e, soprattutto, siamo qui per dimostrare che siamo noi il futuro e che siamo noi a decidere, e nessun altro”, ha affermato Shkëmbi.

Laura Kërtalli, studentessa di architettura, ha dichiarato che i manifestanti chiedevano migliori condizioni nelle aule e nei dormitori, nonché un sistema più meritocratico in cui i risultati accademici si traducano in concrete opportunità di studio e di lavoro.

Ha sottolineato che questa protesta si differenzia da quella del 2018 perché gli studenti non vogliono negoziare con il governo. Secondo lei, le richieste devono essere accompagnate da cambiamenti reali, non solo da promesse.

L’insoddisfazione nei confronti del governo è stata espressa anche attraverso richieste di dimissioni del primo ministro Edi Rama. I manifestanti hanno collegato l’esodo dei giovani dal Paese alla mancanza di prospettive economiche e sociali.

“Il motivo principale per cui oggi siamo qui con gli studenti davanti al ministero dell’Istruzione è che chiediamo le dimissioni di Edi Rama, responsabile della fuga di massa dei giovani dal Paese, che svuota le aule universitarie e non offre alle persone, e ai giovani in particolare, l’opportunità di guadagnarsi da vivere nella propria terra”, ha dichiarato la manifestante Albina Ruko.

Un’altra questione sollevata durante la protesta riguarda i costi dell’istruzione superiore. Megi Mustafaraj, che ha conseguito un secondo master in Albania, ha contestato le rette più elevate che, a suo dire, gli studenti devono pagare per proseguire gli studi dopo aver ottenuto il primo master.

“La legge sull’istruzione superiore adottata nel 2015 mi considera una cliente, non una studentessa”, ha affermato, chiedendo “un’istruzione pubblica gratuita e di qualità”.

Mustafaraj ha descritto la protesta del 13 ottobre come un’ulteriore tappa della mobilitazione in corso a Tirana da mesi. Secondo lei, il movimento ha adottato diverse forme di protesta, tra cui petizioni e iniziative di opposizione a progetti di investimento strategici.

Anche Martina Selami, laureata in discipline multimediali e attualmente insegnante di pittura, ha dichiarato di essersi unita alla protesta non solo in qualità di ex studentessa, ma anche come cittadina che auspica un cambiamento nel funzionamento del sistema educativo.

Ha espresso preoccupazione per i comportamenti inappropriati di alcuni docenti nei confronti degli studenti e per le condizioni economiche che costringono i giovani a lunghe ore di lavoro per arrivare a fine mese.

“Mi sono resa conto che le nostre voci non vengono davvero ascoltate”, ha detto Selami, aggiungendo: “Non potete metterci a tacere, davvero non potete metterci a tacere”.

In serata, la situazione è ulteriormente degenerata, trasformando alcune zone di Tirana in teatro di incendi e scontri. I manifestanti hanno appiccato roghi per strada, in particolare nell’area di via Durrës, mentre le tensioni e gli scontri con la polizia sono proseguiti per diverse ore dopo l’inizio del raduno davanti al ministero dell’Istruzione. Anche diverse attività commerciali situate lungo le strade interessate dagli scontri hanno subito danni a causa dei disordini. È stato inoltre appiccato un incendio nell’atrio dell’edificio del Comune di Tirana.

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 - Foto, E. Kryeziu

Tirana, Albania, 13 ottobre 2026 – Foto, E. Kryeziu

Le organizzazioni condannano le violenze

Gli scontri avvenuti durante la protesta hanno suscitato reazioni da parte di organizzazioni che si occupano di diritti umani e libertà dei media.

Il Comitato albanese di Helsinki (AHC) ha espresso profonda preoccupazione per le violenze e gli scontri che, secondo le informazioni riportate e le osservazioni effettuate dai suoi osservatori sul campo, hanno causato il ferimento di agenti di polizia, manifestanti e giornalisti.

Il Comitato ha condannato ogni atto di violenza, indipendentemente da chi lo abbia commesso, e ha invitato tutte le parti alla moderazione per evitare un’ulteriore escalation della situazione.

Nella sua dichiarazione, l’AHC ha sottolineato che il diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione sono diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione albanese e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il Comitato ha inoltre evidenziato che gli atti di violenza commessi da singoli individui non possono giustificare il fatto di considerare violenti tutti i manifestanti. Allo stesso tempo, il diritto di protesta non legittima la violenza contro agenti di polizia, giornalisti o altre persone.

Riguardo all’intervento della polizia, l’organizzazione ha ricordato che qualsiasi uso della forza deve rispettare i principi di legalità, necessità e proporzionalità. Ha inoltre chiesto che gli incidenti vengano documentati e oggetto di indagini imparziali, incluse le eventuali accuse di uso eccessivo della forza e gli atti di violenza contro agenti di polizia o cittadini.

Particolare preoccupazione hanno destato le notizie relative a giornalisti feriti e ostacolati nello svolgimento del proprio lavoro.

L’Associazione dei giornalisti albanesi (AGSH) ha condannato le violenze e gli ostacoli frapposti agli operatori dell’informazione da parte degli agenti della Polizia di Stato. Secondo l’Associazione, Fatime Halmusa, giornalista di Fax News, è stata aggredita fisicamente da agenti di polizia, mentre alla troupe di A2 CNN è stato impedito con la forza di effettuare riprese durante la protesta. L’Associazione ha inoltre denunciato le violenze subite da Izmir Akulli, caporedattore di Dosja.al: secondo una dichiarazione pubblica del direttore della testata, il giornalista è stato aggredito da diversi agenti della Polizia di Stato nei pressi della Banca d’Albania mentre riprendeva con il cellulare le violenze contro uno studente. È rimasta ferita anche la giornalista di Citizens.al Vjolanda Peca.


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