Croazia: acque sotterranee, una risorsa da proteggere
Il Carso dinarico, con il suo delicato sistema di acque sotterranee, resta poco conosciuto e insufficientemente protetto. In questa intervista, il carsologo croato Ivo Lučić parla delle conseguenze della mala gestione dei rifiuti sulle falde acquifere e sugli ecosistemi, dei cambiamenti climatici e dei suoi viaggi lungo le vie della transumanza nell’Erzegovina orientale

La sorgente del fiume Cetina (izvor Cetine) ai piedi del Monte Dinara © Shutterstock/Manan2028
La sorgente del fiume Cetina (izvor Cetine) ai piedi del Monte Dinara © Shutterstock/Manan2028
(Originariamente pubblicato da Novosti)
Dall’inizio di agosto, quando è scoppiato lo scandalo della discarica abusiva di Gospić, nella regione della Lika, in Croazia, si susseguono rivelazioni e denunce su casi analoghi in tutto il paese, facendo emergere lacune e criticità persistenti della politica di gestione dei rifiuti e, più in generale, della tutela dell’ambiente del governo di Zagabria.
In questa intervista per il settimanale Novosti, Ivo Lučić, noto carsologo croato, parla del caso di Gospić, dell’impatto della mala gestione dei rifiuti sulle falde acquifere e sugli ecosistemi, dei cambiamenti climatici, ma anche dei suoi viaggi lungo le vie della transumanza nell’Erzegovina orientale.
Dal 23 al 25 ottobre si terrà a Tribalj, vicino a Crikvenica, ad una trentina chilometri da Rijeka (Fiume), la quinta edizione del festival “Krasopis”, dedicato alla ricerca, alla promozione e alla tutela del Carso dinarico. Estendendosi da Udine al lago di Scutari, da Jajce e Gacka fino a metà del Mar Adriatico, il Carso dinarico è la più grande area carsica d’Europa. Quali temi affronterà l’edizione 2026 del festival?
Dei quattro temi, tutti interessanti, su cui si concentrerà il festival, vorrei soffermarmi in particolare sulle acque sotterranee. I fiumi delle Alpi Dinariche, per gran parte del proprio corso, scorrono nel sottosuolo. Alcuni scompaiono sottoterra e poi riemergono per ben sette volte, spesso cambiando anche nome. Si ritiene, inoltre, che oltre la metà delle precipitazioni, da cui si formano i fiumi in quest’area, penetri direttamente nel sottosuolo e non possa essere controllata.
Nonostante le acque sotterranee abbiano ispirato le culture umane nel passato, influenzando la formazione delle varie cosmologie, non esistono ricerche dettagliate al riguardo. Durante il festival, cercheremo di approfondire questo fenomeno, con l’aiuto di una ventina di relatori tra carsologi, biologi, idrogeologi, antropologi, filosofi, artisti e attivisti.
L’antropologa Dženeta Hodžić, che ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Istituto di ecologia sociale di Francoforte con una tesi sulle acque sotterranee del Carso dinarico tra i laghi di Plitvice e Bihać, presenterà il suo approccio innovativo alla ricerca. Hodžić si concentrerà sull’imprevedibilità come una delle caratteristiche dominanti dei corpi idrici sotterranei, che non è possibile studiare con metodi convenzionali.
Il festival è organizzato e finanziato dalla scrittrice e traduttrice Anne-Kathrin Godec insieme a suo marito, il documentarista televisivo Gordan Godec.
La questione delle acque sotterranee è oggi di grande attualità nel contesto di quanto sta accadendo a Gospić. Mi riferisco a oltre trentamila tonnellate di rifiuti interrati, in parte tossici, un caso che si è trasformato in un enorme scandalo politico in Croazia. È stato infatti dimostrato che le tossine sono entrate nelle falde acquifere. Nell’area di Velebit e Gospić, che fa parte del sistema carsico dinarico, non erano previste discariche, proprio a causa della porosità del terreno. Eppure, i rifiuti sono stati smaltiti in quest’area…
In Croazia manca ancora una comprensione adeguata del fenomeno del carsismo. Nella lingua croata non esiste nemmeno un’espressione appropriata per descriverlo. Il termine che utilizziamo, krš, denota qualcosa di negativo e ripugnante. Dato che il grande pubblico non ne sa molto, il carsismo viene lasciato alla mercé degli opportunisti, che lo considerano in vari modi, a seconda delle esigenze del momento.
Ad esempio, in passato la prima associazione pensando al carsismo fu un “deserto di pietra”, un’area brulla. Quando, alla fine dell’Ottocento, Balthasar Hacquet, chirurgo, naturalista ed etnologo francese scese dalla cima del monte Učka, scrisse di aver attraversato un deserto di pietra paragonabile all’Arabia.
Il carso viene spesso definito anche “terra passiva”, che in realtà è il linguaggio della politica economica che si sofferma unicamente sulla dimensione estrattiva. Poi c’è quell’insidiosa retorica della “terra delle tombe”, un potente archetipo tradizionale in cui le ideologie nazionali hanno radicato l’orribile immagine delle fosse comuni. Esiste anche un’immagine turistica, futile e artificiosa, e altre ancora.
In questo caos di immagini e definizioni differenti, non si riesce a cogliere appieno l’essenza del Carso dinarico e, di conseguenza, manca una tutela adeguata. La Croazia non dispone ancora di una legge che riconosca le specificità del carsismo. Oggi di questo fenomeno si occupano a livello istituzionale solo alcune unità minori all’interno dell’Istituto statale per la tutela dell’ambiente.
Tutti e otto i parchi nazionali della Croazia si trovano nel Carso dinarico, che ospita anche otto dei tredici parchi naturali croati. Cosa hanno fatto questi enti per migliorare la percezione pubblica del carsismo? Nulla. Agli occhi dell’opinione pubblica il carsismo rimane qualcosa di insignificante, talmente insignificante da poter essere trasformato in una grande discarica.
Ivo Lučić, noto carsologo croato, è autore di diversi libri, tra cui “Presvlačenje krša. Povijest poznavanja Dinarskog krša na primjeru Popova Polja” [Trasformazione carsica. La storia della conoscenza del Carso dinarico sull’esempio di Popovo Polje], “K bosanskom oceanu. Kratki ogledi o percepciji prirode u Bosni i Hercegovini” [Verso l’oceano bosniaco. Brevi saggi sulla percezione della natura in Bosnia Erzegovina], “Vjetrenica – pogled u dušu zemlje” [Vjetrenica – uno sguardo nell’anima della terra], nonché di numerosi articoli scientifici, saggi e documentari radiofonici.
Attualmente sta lavorando al libro “Bitka za dušu zemlje” [Battaglia per l’anima della terra] in cui descrive la sua esperienza decennale (2000-2009) di ricerca e tutela della grotta di Vjetrenica, posta sotto la protezione dell’UNESCO nel 2024.
Sarà possibile riparare i danni al terreno carsico della Lika, considerando la comprovata presenza delle cosiddette sostanze chimiche eterne nelle falde acquifere?
Quando le acque sotterranee vengono disturbate, nessuno può dire con certezza, nemmeno in luoghi ben studiati, cosa accadrà. Il mondo sotterraneo è pieno di incognite. In ambito scientifico, il sottosuolo carsico viene talvolta definito una “scatola nera”. Sappiamo in una certa misura dove l’acqua entra ed esce, ma nessuno sa cosa contenga.
Ecco un esempio. Il più grande inghiottitoio della Lika, il Markov Ponor, purtroppo non più utilizzato, è stato esplorato per una lunghezza di 2240 metri, che rappresenta solo una piccola parte di esso, poiché la lunghezza dei suoi canali verso il mare è probabilmente di diverse decine di chilometri. Non saremo mai in grado di esplorarli né di scoprirne la forma e il contenuto.
Di certo c’è che lo smaltimento illegale dei rifiuti nella regione della Lika ha causato un disastro ambientale di origine antropica, le cui conseguenze sono imprevedibili. Le autorità non fanno che cercare pretesti e giustificazioni, nel tentativo di presentare lo scandalo dei rifiuti come innocuo. In questo modo, perseguendo interessi a breve termine, il governo rischia di esporre la popolazione a pericoli ancora maggiori.
Non sono né un chimico né un tossicologo, quindi non posso parlare con certezza dell’entità dei danni e della bonifica del terreno contaminato, ma so che i pericoli non finiscono nemmeno dopo la rimozione dei rifiuti. In Slovenia, residui di traccianti sono stati ritrovati in alcune zone dei canali sotterranei anche dopo dieci anni.
La componente geochimica del suolo va analizzata e, se necessario, il terreno va bonificato per eliminare completamente i composti tossici, ove possibile. C’è però chi ancora sostiene che quella ritrovata in Lika è una quantità di rifiuti insignificante, nulla di particolare, i rifiuti ci sono sempre stati… insomma, tutto normale, non c’è motivo di preoccuparsi.
Dopo l’ecocidio di Gospić, sono venute alla luce numerose altre “zone d’ombra” in Croazia, ovvero discariche di rifiuti abbandonati o interrati illegalmente. Nel suo libro “Presvlačenje krša” [La trasformazione del carso], lei scrive che finora sono state individuate ventimila grotte e voragini nel Carso dinarico, principalmente nell’area del monte Velebit. Qual è lo stato di conservazione di questi luoghi?
Ad oggi ne sono state descritte circa trentamila, e il numero reale è probabilmente molto più alto. I volontari del progetto speleologico “Čisto podzemlje” [Il sottosuolo pulito], guidato da Ruđer Novak, sono i più competenti nel descrivere le condizioni di queste grotte. Ne hanno scoperte circa novecento piene di rifiuti, di queste ne hanno ripulite un centinaio. L’inquinamento è talmente pervasivo che praticamente non vi è una sola parte del sottosuolo incontaminata, varia solo il grado di contaminazione.
Eppure, se ne parla poco. È curioso che lei abbia scelto di intervistare proprio me tra tanti esperti di carsismo in Croazia. Quanto impegno hanno profuso questi esperti nel rendere pubblicamente accessibili dati preziosi e conoscenze eccellenti sul carsismo, a difesa del nostro ecosistema?
Il punto è che in Croazia non esiste un programma di ricerca volto a promuovere e proteggere il Carso dinarico come entità naturale, sociale e culturale. Se non fosse stato per un gruppo di persone oneste, le famiglie della Lika, che hanno capito che la retorica patriottica, spacciata per una forma di protezione della popolazione locale, le avrebbe portate alla rovina, e quindi si sono mobilitate, investendo tutte le loro energie per far conoscere alla Croazia il caso Gospić attraverso una protesta, non si sarebbe ancora fatto nulla per arginare l’impatto dei rifiuti pericolosi sulle falde acquifere.
Da giornalista che da decenni si occupa di scienza e ambiente, ma anche da attivista, posso affermare con certezza che in Croazia non esiste un sistema istituzionale adeguato per la tutela della natura e dell’ambiente. Purtroppo, non esiste nemmeno una solida rete della società civile capace di sopperire a tali lacune istituzionali.
Alcune associazioni talvolta si comportano come aziende. Quanto all’informazione, le persone che si dedicano con passione al giornalismo ambientale si contano sulle dita di una mano. Allora, in chi possiamo ancora confidare?
Forse nei giornalisti come lei? Pur essendo andato in pensione un anno fa, lei è ancora attivo, collabora con diversi portali ed emittenti radiofoniche, svolge ricerche. Ritiene che i temi ambientali siano sempre più presenti nei media solo per via della dimensione politica che spesso assumono?
Sì, ma come se ne parla? Non concentrandosi sul valore intrinseco della natura, ma sotto la pressione delle catastrofi. Non se ne scrive nelle rubriche ambientali, ma nei resoconti di cronaca nera. L’opinione pubblica non ha ancora sviluppato un’adeguata sensibilità ambientale.
Il fatto che gli abitanti di Gospić siano scesi in piazza è importante per tutta la Croazia, non solo per ragioni ambientali, ma perché hanno dimostrato che in ognuno di noi c’è una grande forza politica, se siamo disposti ad impegnarci.
Poco prima della nostra conversazione, ho letto la notizia che un membro del Movimento patriottico [partito di estrema destra, al governo dal 2024] aveva lanciato l’allarme sullo scandalo dei rifiuti, riducendolo ad una minaccia per gli interessi nazionali. La destra non capisce che si tratta di una questione vitale, di una minaccia alla sopravvivenza, e non di una questione di interessi nazionali. Il governo considera il problema dei rifiuti principalmente come una questione economica: quanto costerà, come abbattere ulteriormente i costi?
In una precedente intervista, lei ha affermato che il governo di Zagabria ha sempre ostacolato l’attuazione dei principi dell’UE in materia di lotta alla crisi climatica globale. Vede qualche miglioramento?
Il governo adotta sempre formalmente provvedimenti e leggi all’ultimo minuto, e alcuni non vengono mai attuati. Ancora oggi boicotta le politiche sui rifiuti e l’economia circolare. Negli ultimi vent’anni, in Croazia il potere esecutivo non ha fatto alcun passo concreto per migliorare la gestione dei rifiuti, pur avendo speso ingenti somme di denaro. Anche il settore idrico è emblematico.
La Direttiva europea sulle acque sottolinea come obiettivo fondamentale il mantenimento di un buono stato ecologico delle acque, il che implica il loro ritorno ad uno stato simile a quello naturale, attraverso il ripristino dei fiumi, la rimozione degli ostacoli, la riduzione dell’inquinamento, ecc. Nel nostro paese, invece, si sta procedendo nella direzione opposta. A Kosinj si costruisce una centrale idroelettrica che sta ulteriormente distruggendo il meraviglioso fiume Lika, che riveste grande importanza essendo il più lungo fiume sotterraneo della Croazia.
Ritiene che la centrale idroelettrica di Kosinj causerà più danni che benefici?
Sì. Branimir Pinčić, ex direttore della filiale di Rijeka dell’Azienda elettrica della Croazia (HEP), aveva affermato che la centrale idroelettrica di Kosinj sarebbe stata capace di produrre una quantità di energia elettrica due volte inferiore a quella annunciata dalla stessa HEP. Il lago di Kruščica, situato a monte, si è completamente prosciugato quest’estate. La fauna sotterranea – come l’intero sottosuolo, che conosciamo poco, perché non è mai stato oggetto di ricerca – non riesce a resistere a cambiamenti così rapidi. Il mondo sotterraneo si è sempre trasformato seguendo il ritmo delle ere glaciali.
Quando si interviene su un corso d’acqua carsico trasformandolo in un lago, si modificano completamente le condizioni di vita della fauna locale da un giorno all’altro. Allo stesso tempo, vengono introdotte specie aliene e aggressive che distruggono la fauna autoctona. Nello studio di impatto ambientale della centrale idroelettrica di Kosinj si afferma che lo stato del fiume non cambierà in modo significativo poiché, a causa di precedenti interventi, non ci sono quasi più specie autoctone.
Ma qualcuno si è mai posto la domanda fondamentale: cosa significa l’acqua per gli esseri umani e qual è la vera definizione di acqua? No. In breve, l’acqua è vita. L’acqua è parte di noi e di tutti gli esseri viventi, persino delle rocce. Non si può estrarre acqua e dire che non appartiene a nessuno. Stando alle statistiche, in Croazia vengono prelevati annualmente poco meno di 60 miliardi di metri cubi d’acqua, di cui il 90% viene utilizzato per la produzione di energia idroelettrica e solo una piccola parte per l’irrigazione in agricoltura.
Le famiglie consumano meno di duecento milioni di metri cubi. L’intera popolazione della Croazia consuma meno di cinque milioni di metri cubi all’anno per bere e cucinare, una quantità insignificante. Eppure, si sente continuamente dire che rischiamo di rimanere anche senza questa piccola quantità.
Ecco perché in Croazia la definizione dominante di acqua è quella di materia prima tecnica per le industrie inquinanti e per la produzione di energia elettrica, e non quella di sinonimo di vita. Nei mesi scorsi abbiamo assistito all’acuirsi delle polemiche sul tema dell’acqua, e questo argomento diventerà sempre più rilevante con l’aumento della temperatura globale che, a quanto pare, supererà già entro il 2050 le previsioni per i prossimi cento anni.
Non è affatto una buona notizia. Tuttavia, secondo un sondaggio condotto dalla Banca europea per gli investimenti nel 2024, la Croazia si classifica al quinto posto (preceduta da Finlandia, Lussemburgo, Svezia e Portogallo) in termini di consapevolezza della popolazione sui cambiamenti climatici. Secondo lei, c’è un divario tra consapevolezza e azione?
Non ho letto quel sondaggio. In ambito scientifico, esiste una netta differenza tra le opinioni su un fenomeno ecologico e la volontà delle persone di agire. Il percorso per trasformare la conoscenza in azione è lungo, soprattutto considerando che il cambiamento climatico è solo un aspetto di un fenomeno più ampio chiamato antropocene. L’antropocene è il risultato dell’impatto dell’industria, del traffico, della civiltà e di ogni altro fattore sulla natura. Non si tratta di cambiamenti di poco conto.
Nell’area del Mediterraneo, il 30% degli habitat è stato distrutto. La stessa percentuale delle zone costiere è stata modificata. Oltre il 70% degli habitat è stato profondamente alterato e la domanda è fino a che punto gli esseri viventi – piante, animali e persone – possano sopravvivere in ambienti così trasformati. Le popolazioni di numerose specie si stanno indebolendo e spesso sono a rischio estinzione. Ciononostante, l’espressione “antropocene” viene utilizzata meno frequentemente in Croazia di un termine della lingua mongola.

Dettaglio delle montagne di Zelengora nel Parco Nazionale di Sutjeska in Bosnia-Erzegovina © Shutterstock/Richard Rajnai
Lei ha scritto anche della transumanza lungo la rotta di Hum (tra le coste di Dubrovnik e Neum e le montagne a nord del corso superiore del fiume Neretva), dove ha seguito – in modo tradizionale, a piedi – la migrazione delle greggi verso i monti di Zelengora. Cos’altro caratterizza questa tradizione nomade? E cosa ha osservato lungo quel percorso?
Ho avuto il piacere di accompagnare due famiglie nel 2020 e nel 2021 nei loro ultimi viaggi lungo le vie della transumanza. È un’impresa ardua: lottano contro il mondo intero, le antiche mulattiere sono state da tempo trasformate in strade o sono completamente invase dalla vegetazione.
Tutto gioca a loro sfavore. Ho condiviso con loro tutte le dimensioni del viaggio: cibo, sonno, camminata. Ho seguito il primo gregge da Zelengora a Ljubinje. Abbiamo percorso il tragitto – di circa 81 chilometri – con più di mille pecore in tre giorni.
La seconda volta mi sono messo in viaggio per un tragitto di una ventina di chilometri più breve, da Dabarsko polje fino alla stessa località di Zelengora. Questo è un retaggio dei primi spostamenti di bestiame, spinti da fattori climatici: durante le calde estati, quando erba e acqua scarseggiavano sulla costa, gli animali si spostavano in montagna dove trovavano erba fresca e acqua in abbondanza.
Un tempo era una forma di pastorizia nomade. Alcune delle persone con cui ho parlato ricordano i loro antenati che non avevano una dimora fissa e non trascorrevano mai più di due settimane nella loro casa vicino al mare per celebrare San Nicola, il loro santo patrono.
Sono riuscito a documentare l’ultimo esempio di transumanza lungo quel percorso, anche se la migrazione stagionale delle greggi si pratica ancora in alcune aree di quei monti, tra il Nevesinjsko polje e l’altopiano di Morina, raggiungibile in giornata.
Chi sono questi nomadi contemporanei dell’area carsica dell’Erzegovina orientale? Un aspetto peculiare, che anche lei sottolinea nel suo libro, riguarda il fatto che la migrazione stagionale lungo quei percorsi è praticata esclusivamente da membri della comunità serba dell’Erzegovina orientale, che fa parte della Republika Srpska…
In parole povere, si tratta dei perdenti della transizione che, con lo scoppio della guerra negli anni Novanta, furono mobilitati e, alla fine del conflitto, trovarono le loro fabbriche distrutte. La transumanza era profondamente radicata nel loro DNA e vi si aggrapparono. Queste persone subiscono tutte le disgrazie che colpiscono la società. Qualunque cosa accada, ne pagano il prezzo.
La transumanza si è rinnovata soprattutto nell’area dell’Erzegovina orientale, abitata perlopiù da serbi. In un contesto post-bellico, queste persone sono rimaste isolate e abbandonate a se stesse. Sono state tradite dal nazionalismo, che ha dimostrato tutta la sua miseria.
Il nazionalismo ha distrutto tutto il patrimonio economico del socialismo, lasciando soli i cittadini bosniaco-erzegovesi. Non hanno rappresentanti politici che difendano i loro interessi, proprio come non li ha la popolazione delle aree rurali in Croazia, né tanto meno suscitano l’interesse dei ricercatori che potrebbero richiamare l’attenzione sulla loro situazione e migliorarla.
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