Ratko Mladić e l’odio per i “costruttori di ponti”

A Belgrado, al derby tra Stella Rossa e Partizan dello scorso 6 settembre, dopo aver scandito il nome di Ratko Mladić gli ultras delle due squadre di Belgrado hanno esposto gigantografie con chiari messaggi anti-musulmani e di odio per chi ha rifiutato l’idea di nazionalismo e compattezza etnica. Un commento

09/09/2026, Alfredo Sasso
Screenshot dal video della partita Partizan-Crvena Zvjezda, Belgrado 6 settembre 2026

Screenshot dal video della partita Partizan-Crvena Zvjezda, Belgrado 6 settembre 2026

Screenshot dal video della partita Partizan-Crvena Zvjezda, Belgrado 6 settembre 2026 - sotto all'immagine di Mladić la scritta "Verso Potočari"

Nel famoso video che riprende l’ingresso a Srebrenica di Ratko Mladić alla guida delle truppe serbo-bosniache l’11 luglio 1995, i gesti comunemente ricordati sono due: la proclamazione della vendetta compiuta contro i “Turchi” (in quel contesto un epiteto dispregiativo e disumanizzante contro i bosniaci musulmani) e l’indicazione alle truppe di proseguire “verso Potočari”, il villaggio distante una manciata di chilometri in cui, davanti alla base dei Caschi blu, si erano rifugiati i civili musulmani in fuga e contro i quali, da lì a poco, si sarebbe compiuto il massacro genocida.

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C’è un altro gesto meno noto: l’ordine, impartito con toni spicci (“Toglietela, dai, non fatemelo dire dieci volte”) di rimuovere la targa della via centrale del paese, intitolata a Reuf Selmanagić “Crni”.

Nato a Srebrenica nel 1916, Reuf Selmanagić era un partigiano antifascista nella Seconda guerra mondiale. Lavorava alla base aerea di Rajlovac vicino a Sarajevo. Era entrato nella resistenza dopo avere visto i licenziamenti e le persecuzioni contro i suoi colleghi e vicini serbi. Proprio come Neđo Mladić, anch’egli partigiano antifascista e padre di Ratko, Selmanagić morì nel 1945, nelle ultime fasi della guerra.

Il pomeriggio di sabato 6 settembre, prima del derby calcistico di Belgrado tra Stella Rossa e Partizan, le tifoserie rivali si sono unite in un raro momento comune, scandendo cori a favore di Mladić prima che lo speaker facesse osservare un minuto di silenzio in memoria dell’ex-generale. Gli ultras della Stella Rossa hanno anche mostrato diverse gigantografie: una con quell’inconfondibile gesto di Mladić che guida le truppe fuori Srebrenica, con sotto le parole “Pravac Potočari”, “Verso Potočari”; un’altra che raffigura la targa di Selmanagić esposta come un trofeo.

I significati di questi simboli nel contesto della Serbia del 2026 sono tanti, certo non tutti analizzabili in questa sede. Quello più immediato è un messaggio di odio anti-musulmano che si fa forte e protetto nel clima di islamofobia diffuso nell’Europa di oggi, quello per cui nel nostro paese un noto editorialista bergamasco può affermare di “non difendere, ma capire” Mladić senza nessuna reazione da parte dell’universo di opinionisti, intellettuali e accademici di norma così solerti (spesso legittimamente, sia chiaro) a denunciare altre etichette di disumanizzazione contro altre comunità nazionali o religiose.

Tuttavia nel disprezzo verso Selmanagić vi è, più o meno consapevolmente, qualcosa in più: quella tipica pulsione, intrinsecamente nichilista e autodistruttiva, contro quelli che cinquant’anni dopo Alexander Langer avrebbe definito “saltatori di muri”, “costruttori di ponti”, “traditori della compattezza etnica”. Selmanagić lo era senz’altro. Avrebbe potuto conservare una posizione sociale comoda grazie alle sue origini familiari benestanti, all’interno di un regime nazifascista ustascia che in Bosnia vedeva la collaborazione di diversi settori delle élite croate e musulmane.

Ma non lo fece. Prese una parte diversa, vedeva un presente e futuro diversi da quelli della violenza predatoria e del suprematismo etno-nazionale come unici ordinatori della vita sociale. Distruggere la memoria di Selmanagić significa eliminare un’idea di alternativa e una pratica di comunità.

“Traditori” erano anche i cittadini serbi-bosniaci che decisero di rimanere nel centro della Sarajevo assediata dalle truppe serbo-bosniache tra il 1992 e il 1995. Karadžić e Mladić provavano particolare disgusto per loro, in quanto ostacolavano i disegni di separazione tra le comunità. Furono moltiplicati gli attacchi verso i quartieri abitati dai serbo-bosniaci per esortarli a scappare e a ripopolare le zone che i nazionalisti avevano stabilito per loro.

Reuf Selmanagić “Crni” morì prima di vedere realizzarsi l’esperimento jugoslavo socialista e multi-etnico, con i suoi successi, fallimenti e contraddizioni. La stessa parabola di Ratko Mladić dovrebbe invitare ad esaminare l’eredità jugoslava con attenzione, evitando facili demonizzazioni o idealizzazioni del passato.

Fino alla guerra degli anni ’90 l’allora cinquantenne generale aveva svolto tutta la carriera nell’esercito jugoslavo condividendo regole e dogmi basati sulla fratellanza e unità. Come ha ricordato un recente articolo di Vuk Bačanović (“Ratko Mladić – The Most Tragic and Terrifying Figure of the Serbian Twentieth Century“) nel censimento del 1991 Mladić si dichiarò di nazionalità “jugoslava” e non serba, una scelta spesso associata con l’adesione a un’identità sovranazionale multietnica in contrapposizione ai nazionalismi.

Come Mladić e un intero vertice politico-militare si siano auto-trasformati dai custodi designati della convivenza e dello status quo ai più acerrimi e violenti distruttori dell’esistente e, infine, costruttori di società e poteri completamente nuovi, resta ancora (difficile) materia da spiegare per gli studiosi.

Eppure nella sfera pubblica su Mladić molto, forse troppo è stato scritto (anche in questi giorni) in una chiave puramente individuale, familiare, talvolta psicoanalitica. La doppia ipotesi, formatasi in ambito giornalistico e letterario, secondo cui la figlia Ana si sarebbe suicidata per ribellione al padre e questo avrebbe avuto un effetto decisivo sul generale ha assunto ormai una sorta di verità storica pubblica, anche se non ci sono elementi attendibili, biografie o ricerche storiche solide che ne abbiano dato conferma.

In molte ricostruzioni Mladić è stato descritto in termini puramente emozionali e patologici come un mostro raccapricciante. E’ un quadro limitato, paradossalmente quasi consolatorio. Non si può omettere che fu la figura apicale di un sistema di potere esteso nel tempo e nello spazio che, riadattando idee vecchie a tempi nuovi con le loro opportunità e paure sociali, finì per concepire, legittimare e praticare l’espulsione sistematica dei non-connazionali, fino all’eliminazione fisica.

La rappresentazione sensazionalista e patologizzante di Mladić appare in parallelo con l’iper-attenzione degli ultimi tempi al tema dei cosiddetti “safari di Sarajevo“. Il legittimo interesse per questa vicenda, ancora oggetto di indagini e ricerche, rischia purtroppo di accentrare l’attenzione su singoli individui mettendo in secondo piano i sistemi di potere: responsabilità, narrazioni diffuse, meccanismi di disumanizzazione, processi, metodi (il “Metodo Srebrenica“, appunto, ben descritto nel libro di Ivica Đikić) della violenza etnica.

Ri-orientare l’attenzione è necessario per capire meglio il passato, e ovviamente per guardare più lucidamente al presente, in un momento di accelerazione della storia che apre a nuove paure sociali ed opportunità di potere, nei Balcani ed in Europa.

*Alfredo Sasso è ricercatore Marie Sklodowska-Curie presso le Università di Torni e Losanna, specializzato nella storia dell’area post-jugoslava.


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