Dopo il no dell’Islanda: quale futuro per l’UE e la politica di allargamento
Lo scorso 29 agosto, il 52,8% dei cittadini islandesi ha votato contro la proposta di riaprire i negoziati di adesione con l’Unione europea. Il referendum islandese ci dà segnali importanti sul futuro dell’UE come progetto politico, ma anche sulle prospettive della politica di allargamento

© HiddenBuffalo/Shutterstock
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(Originariamente pubblicato da BiEPAG, il 2 settembre 2026)
L’Islanda è profondamente integrata nel sistema europeo. Partecipando allo Spazio economico europeo, ha accesso al mercato unico. Grazie all’accordo di Schengen, beneficia del regime di libera circolazione. Da membro fondatore della NATO, fa parte di un più ampio sistema di sicurezza europeo. Il recente referendum solleva quindi un interrogativo scomodo: se un paese può essere così integrato in Europa senza appartenere all’Unione europea, quale significato politico riveste oggi l’appartenenza all’UE?
In passato la risposta era più chiara. L’UE non era stata concepita semplicemente come un meccanismo di integrazione economica, bensì come un progetto politico, fondato sulla convinzione che gli stati membri potessero esercitare collettivamente un potere maggiore di quanto avrebbero mai potuto fare individualmente. Anziché creare una somma di stati sovrani, l’obiettivo era quello di trasformare le modalità di esercizio della sovranità. Il mercato unico, la libera circolazione e le istituzioni comuni erano strumenti al servizio di questa ambizione più ampia, non l’ambizione stessa.
L’Islanda non ha scelto l’isolamento né tanto meno ha respinto l’integrazione europea. Ha scelto di rimanere sostanzialmente all’interno del sistema europeo, pur rifiutando di fare l’ultimo passo verso la piena adesione politica, mettendo così in luce un aspetto che l’UE forse preferisce ignorare. L’Unione europea, intesa come un progetto politico particolare, potrebbe non essere attraente quanto l’Europa stessa.
Questa differenza è importante anche perché l’UE è diventata molto abile nello sfumare il concetto di adesione. I paesi possono aderire al mercato unico, entrare nell’area Schengen, partecipare ai programmi dell’UE e allinearsi alle norme europee senza mai diventarne membri a pieno titolo. Tale flessibilità è, per molti versi, un vero e proprio successo della governance europea. Ma più l’Unione assomiglia ad un menù di accordi economici, normativi e istituzionali selezionabili singolarmente, più diventa difficile comprendere quale sia il valore aggiunto dell’adesione a pieno titolo rispetto alla somma dei singoli accordi.
L’accordo europeo originario poggia sull’idea di scambio. Gli stati hanno ceduto una parte della propria sovranità in cambio di un maggiore potere collettivo. Tale scambio aveva senso solo in presenza di un progetto politico. Se l’Unione europea viene considerata prima di tutto un mercato unico, un paese può ragionevolmente chiedersi quanta sovranità debba effettivamente cedere per poter accedere a quel mercato. Se la si osserva principalmente come un sistema normativo, un paese può chiedersi se l’allineamento sia sufficiente senza l’adesione. Se invece l’UE è intesa soprattutto come una fonte di risorse economiche, un paese può essere portato a chiedersi se i fondi possano essere reperiti altrove. Ma se l’UE è vista come un progetto politico, il calcolo cambia completamente, perché l’adesione significa partecipare all’esercizio collettivo del potere, piuttosto che trarne semplicemente dei benefici.
L’integrazione senza una sostanza politica
Oggi più che mai quest’ultima proposta politica è incredibilmente difficile da articolare. L’UE attualmente vuole allargarsi e rafforzarsi allo stesso tempo. Vuole espandersi verso i Balcani occidentali, al contempo assumendo un ruolo geopolitico più deciso e acquisendo una maggiore capacità strategica in un mondo caratterizzato da una concorrenza sempre più agguerrita. Tuttavia, un rafforzamento non può significare semplicemente aggiungere nuove aree di competenza all’UE, così come un allargamento non può ridotto alla mera inclusione di nuovi paesi in un sistema normativo sempre più complesso. Se l’Unione si vuole rafforzare, deve articolare un’idea politica riflettendo su ciò che gli europei stanno diventando insieme. Se si vuole allargare, deve essere in grado di spiegare, in termini politici piuttosto che tecnici, al quale progetto stanno effettivamente aderendo i nuovi membri.
Ecco perché il referendum in Islanda va osservato da una prospettiva più ampia. Il risultato del voto dimostra che una democrazia matura, ricca e solida è giunta alla conclusione che un’integrazione quasi totale è preferibile all’impegno politico dell’adesione. Si può sostenere che sia un voto a favore della flessibilità dell’UE stessa, della sua capacità di offrire molto senza chiedere ad un paese di aderire ad un progetto politico collettivo che potrebbe apparire non particolarmente attraente. E questo dovrebbe preoccupare Bruxelles più di un semplice rifiuto euroscettico, perché suggerisce che l’Unione sia diventata straordinariamente efficace nel rendersi accessibile e, al tempo stesso, meno capace di spiegare perché l’adesione, piuttosto che l’accesso, dovrebbe ancora essere rilevante.
La questione sostanziale, quindi, non è se l’Europa sia ancora attraente. Il voto dell’Islanda suggerisce che lo sia, visto che un paese può scegliere di rimanere così strettamente legato all’UE senza aderirvi effettivamente. La domanda è se l’Unione europea sia ancora capace di articolare un’argomentazione politica a favore dell’adesione rispetto al mero allineamento, in particolare in riferimento ai paesi che considerano ancora la piena adesione all’UE come il proprio obiettivo finale.
Questo è il caso dei Balcani occidentali, dove il graduale processo di integrazione e il trattato di adesione attualmente in fase di elaborazione per i prossimi stati membri – a partire dal Montenegro, considerato un frontrunner del prossimo ciclo di allargamento – faranno riemergere l’interrogativo di cui sopra, seppur in un contesto molto diverso.
Il miraggio di una “mini-regata”: convenienza politica vs. adesione basata sul merito
Pur essendo stata perlopiù casuale, la breve ricomparsa dell’Islanda all’orizzonte dell’allargamento ha immediatamente innescato comode narrazioni geopolitiche. Analisti e decisori politici hanno subito inquadrato la prospettiva di un ingresso congiunto con l’Islanda come uno scenario ideale, un modo per bilanciare l’adesione di un candidato dei Balcani occidentali con quella di una democrazia ricca e consolidata.
Tuttavia, questa argomentazione tralascia una realtà ben più preoccupante. L’improvviso entusiasmo per una “mini-regata” non era radicato in una visione strategica, ma in un’ottica di convenienza politica delle principali capitali dell’UE. Come emerso chiaramente dai colloqui a cui abbiamo partecipato a Parigi all’inizio di quest’anno, dietro a quell’entusiasmo si cela una chiara preferenza strutturale: è politicamente più facile presentare un pacchetto di allargamento ai parlamenti e all’opinione pubblica dei singoli paesi membri durante le ratifiche nazionali che promuovere l’adesione di un solo paese.
L’accoppiamento dei candidati – sia che si tratti di unire il Montenegro ad uno stato nordico prospero come l’Islanda, sia che si attenda di farlo entrare insieme agli altri paesi dei Balcani occidentali – invalida completamente la promessa fondamentale del processo: il principio del merito. Se l’adesione si basa veramente sui risultati individuali, allora un paese candidato che soddisfa tutti i criteri normativi, istituzionali e democratici deve poter tagliare il traguardo per i propri meriti. Subordinare l’adesione di un paese alla disponibilità, ai referendum o alle ambizioni politiche di un altro trasforma il processo di ratifica in un obiettivo in continuo mutamento.
L’UE come osservatore passivo e il deficit di normalizzazione
Durante l’intero processo referendario in Islanda, Bruxelles ha svolto perlopiù il ruolo di osservatrice passiva, rimanendo in disparte, invece di impegnarsi attivamente per promuovere il proprio progetto politico. Una dinamica che riflette un problema più profondo e sistemico: l’adesione dei nuovi stati membri non è stata normalizzata nella maggior parte delle capitali dell’UE.
Invece di considerare l’allargamento come un investimento geopolitico fondamentale per il futuro collettivo dell’Europa, molti stati membri continuano a vederlo attraverso la lente dell’avversione al rischio e dell’ansia degli elettori nazionali. Quando l’UE si limita ad osservare le dinamiche del processo di allargamento, cede il controllo del discorso pubblico ai sovranisti e ai populisti di destra, che presentano l’adesione come una perdita piuttosto che come un vantaggio reciproco.
La trappola dell’”integrazione parziale”: i legami economici non bastano
La conclusione che si potrebbe trarre dal voto islandese è che agli stati candidati dovrebbe essere semplicemente offerta un’”integrazione economica graduale” o l’accesso al mercato unico senza una piena adesione politica. È un terreno scivoloso.
L’Islanda poteva permettersi di scegliere l’accesso all’UE piuttosto che l’adesione perché era già una democrazia ricca e consolidata, membro dello Spazio economico europeo (SEE) e dell’area Schengen. Per i Balcani occidentali, invece, un allineamento economico che non comporti i diritti politici, il diritto di voto e la piena integrazione istituzionale è un vicolo cieco. Offrire ai paesi candidati uno status di “UE light” non farebbe altro che consolidare la loro condizione di paesi periferici, esponendo le già fragili democrazie alle influenze autocratiche esterne.
Inoltre, si osserva un netto contrasto nel coinvolgimento dell’opinione pubblica tra le due estremità dell’Europa. Se l’Islanda ha scelto di rimanere fuori, il Montenegro ha costantemente dimostrato un sostegno pubblico schiacciante per la piena adesione all’UE, che spesso supera il 70%. Tuttavia, l’euroentusiasmo dei paesi candidati non inesauribile e non può essere dato per scontato.
I trattati di adesione e il Montenegro come un banco di prova definitivo
Date queste premesse, è chiaro che la stesura dei prossimi trattati di adesione, a cominciare da quello del Montenegro, determinerà il futuro del processo di allargamento. I trattati di adesione devono essere concepiti come strumenti dinamici di sviluppo e di applicazione. Integrando solide tutele accompagnate dagli incentivi, meccanismi di reversibilità automatica in caso di regressione dello stato di diritto e parametri di riferimento chiari che colleghino direttamente il rispetto dei valori UE a benefici strutturali e finanziari, questi trattati possono promuovere una trasformazione democratica immediata, evitando che si creino stati membri di serie B.
L’intera strategia di allargamento giunge così ad un bivio cruciale. Il Montenegro si pone ora come banco di prova definitivo per la credibilità del principio di merito dell’UE. Se il Montenegro dovesse soddisfare tutti i rigorosi requisiti, in particolare quelli previsti dai capitoli 23 e 24, e l’UE non riuscisse successivamente ad offrire un percorso chiaro e senza ostacoli verso la piena integrazione politica, la più ampia politica di Bruxelles nei confronti dei Balcani occidentali rischierebbe di crollare.
Il Montenegro dovrebbe fungere da esempio concreto per il resto dei Balcani occidentali, dimostrando che un profondo impegno politico, supportato da vere riforme autentiche, rimane l’unica strada percorribile.
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