Mladić è morto, ma non la sua ideologia

A più di trent’anni dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina, molti giovani serbi nati dopo il genocidio di Srebrenica inneggiano al nome di Ratko Mladić, celebrando il criminale di guerra come un eroe. Quale futuro per una società dove i giovani non riescono a distinguere la verità dal mito e ad opporsi al nazionalismo?

01/09/2026, Edin Krehić Sarajevo
Sarajevo, la Vijećnica, ex biblioteca nazionale, data alle fiamme dalle truppe serbo-bosniache nel 1992 - foto N.Corritore

Sarajevo, la Vijećnica, ex biblioteca nazionale, data alle fiamme dalle truppe serbo-bosniache nel 1992 – foto N.Corritore

Sarajevo, la Vijećnica, ex biblioteca nazionale, data alle fiamme dalle truppe serbo-bosniache nel 1992 - foto N.Corritore

Avevo appena compiuto diciotto anni quando Sarajevo venne assediata dall’esercito serbo-bosniaco, con le armi del potente Esercito popolare jugoslavo (JNA). In città non c’era elettricità, acqua, gas né cibo. Mentre i proiettili cadevano e i cecchini sparavano, noi andavamo a prendere acqua e aiuti umanitari, ma andavamo anche al cinema, a teatro e ai concerti organizzati in spazi chiusi e più o meno sicuri. Rischiavamo letteralmente la vita per assistere a spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e concerti.

Era anche un modo per difendere la città. E la difendemmo tutti insieme, bosgnacchi, croati e serbi, senza distinzione, proprio come eravamo cresciuti insieme.

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Ricordo una frase pronunciata all’epoca dal generale serbo Ratko Mladić: “Attacca Velušići, lì non ci sono molti serbi!”. Aveva sbagliato il nome di quella parte di Sarajevo [il riferimento è al quartiere di Velešići, che ricade nel territorio di Novo Sarajevo, una delle quatro municipalità che compongono la città di Sarajevo, ndt].

Oggi, a più di trent’anni dalla fine della guerra, da genitore, nutro una profonda preoccupazione. Partendo dalla considerazione che il mondo è nelle mani dei giovani, un interrogativo oggi assilla la Bosnia Erzegovina: quale mondo stiamo lasciando alle nuove generazioni che decideranno il futuro del nostro paese? La risposta a questa domanda emerge forse con maggiore chiarezza dal modo in cui i giovani affrontano i temi legati alla guerra, alle vittime e ai criminali condannati.

Memorie contrastanti

La morte di Ratko Mladić, condannato per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ha riportato a galla il tema della memoria storica. Se alcuni vedono la morte di Mladić come la fine della parabola di un assassino, altri, tra cui molti giovani nati dopo la guerra, accendono fiaccole, cantano canzoni e lo celebrano come un eroe.

Anteprima video Sarajevo

Guarda la video testimonianza di Edin Krehić

Un uomo è morto, ma non la sua ideologia. Questa frase riassume forse al meglio le reazioni alla notizia della morte di Ratko Mladić. Nelle città e nei villaggi della Republika Srpska, una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina, l’ex generale viene onorato, si organizzano raduni, si scandisce il suo nome, si accendono torce.

I social sono stati inondati di video dei suoi discorsi durante i conflitti degli anni Novanta, suscitando commenti che si sono trasformati in una vera e propria guerra, fortunatamente solo verbale, a differenza di quella nell’ex Jugoslavia, che ha visto gli episodi più sanguinosi proprio in Bosnia Erzegovina.

Alcuni commenti che si sentono in Republika Srpska sono davvero minacciosi e incutono timore anche nei bosgnacchi che crescono i loro figli a Srebrenica, dove è stato annunciato un evento pubblico per mercoledì 2 settembre, per rendere omaggio a Mladić.

Le reazioni

Abbiamo parlato con Davor Gjenero e Dragan Banjac, noti analisti politici, rispettivamente di nazionalità croata e serba, delle reazioni alla notizia della morte di Ratko Mladić.

Vedi il nostro archivio di materiali su Ratko Mladić 

“La tendenza a ignorare i fatti, la manipolazione e il nazionalismo, ma anche la vicinanza al regime di Putin, che si presenta costantemente come quello pronto a ‘salvare il popolo serbo’ – allo stesso modo in cui sarebbe stato pronto a ‘salvare Mladić’ – hanno creato una miscela esplosiva estremamente pericolosa nei Balcani”, afferma Davor Gjenero, politologo e consulente politico indipendente.

Numerosi utenti dei social in Croazia hanno sottolineato il fatto che Ratko Mladić non è mai stato chiamato a rispondere dei crimini commessi in Croazia, dove la sua carriera militare ebbe inizio nel 1991, quando, come comandante del Corpo d’armata Knin della JNA, guidò le operazioni nella Dalmazia settentrionale, comprese Zadar (Zara), Šibenik (Sebenico) e l’entroterra. Le forze di Mladić parteciparono anche all’attacco a Škabrnja e Nadin.

“È assurdo che la Croazia stia sfruttando la morte di Mladić per rilanciare la tesi sul Tribunale dell’Aja come un tribunale politico, che avrebbe tentato, senza successo, di riscrivere la storia delle guerre nella ex Jugoslavia”, afferma Gjenero.

Pur rammaricandosi del fatto che i crimini commessi da Mladić in Croazia non siano stati inclusi nel processo, il politologo ritiene che, se Mladić fosse stato processato anche per quei crimini, il procedimento penale sarebbe stato molto più lungo e decisamente meno efficiente. E l’inefficienza e la lentezza sono considerate i principali punti deboli del Tribunale dell’Aja. Con un procedimento troppo lungo si sarebbe rischiato il ripetersi del caso Milošević, morto impunito, prima che si potesse arrivare ad un verdetto.

Una regressione sociale e politica

“La morte di Mladić dimostra quanto sia devastata la cultura politica, mentre i rischi legati alle tese relazioni interetniche aumentano esponenzialmente”, sottolinea Gjenero.

Il problema, secondo il politologo, è che la Serbia e la Republika Srpska hanno subito una regressione negli ultimi quindici anni. Mladić è stato arrestato in Serbia dopo oltre un decennio di latitanza, durante il mandato del governo filoeuropeo di Boris Tadić.

“La regressione della Serbia rispetto al periodo del governo di Tadić – spiega Gjenero – è conseguenza della politica nazionalista e populista di Aleksandar Vučić, che inizialmente aveva cercato di dare un’immagine di sé come di un sostenitore dell’europeizzazione della Serbia, ma ora ostacola apertamente lo sviluppo dello stato di diritto, l’adozione dei valori europei e l’adesione della Serbia all’Unione europea”.

Per Gjenero la situazione in Republika Srpska è ancora più assurda, perché “lì è rimasta sempre al potere la stessa leadership, con Milorad Dodik come attore chiave, che in passato era favorevole all’estradizione di Mladić, mentre oggi si presenta come un fervente sostenitore della figura e dei crimini di Mladić”.

“L’atteggiamento nei confronti di Mladić dimostra che nella cultura politica dominante in Serbia, come anche nella più piccola delle due entità della BiH, si è instaurata una sorta di disumanizzazione, rivolta soprattutto contro i bosgnacchi, portando allo sviluppo di una narrativa incentrata esclusivamente sul concetto di territorio, ignorando le persone che sono state espulse o uccise brutalmente in quanto appartenenti alle “nazionalità indesiderabili’”, avverte Gjenero.

Il politologo cita le recenti iniziative degli studenti che si oppongono al regime autoritario di Vučić e che hanno pubblicato un Memorandum sul Kosovo. Gli studenti serbi sembrano aver adottato lo schema di disumanizzazione degli albanesi della Serbia nazionalista, e l’atteggiamento nei confronti del “contributo storico di Mladić” dimostra come questo schema possa essere applicato anche ad altri, soprattutto ai bosgnacchi.

“Questi giovani non hanno alcuna colpa, sono stati sistematicamente educati a tali ‘valori’, rimanendo quindi completamente estranei alle idee alternative. Purtroppo, l’atteggiamento nei confronti della Bosnia Erzegovina oggi è peggiore di quello degli anni Novanta, quando alcune persone erano ancora influenzate dal tipo della società del periodo precedente [quello jugoslavo] in cui, nonostante tutti i difetti di quel paese, la disumanizzazione di intere comunità etniche era inaccettabile”, sottolinea il politologo.

In passato, come sottolinea Gjenero, si sperava che il Tribunale dell’Aja, con la sua giurisprudenza, avrebbe contribuito ai tentativi di affrontare in modo costruttivo le conseguenze delle guerre jugoslave. “Sembra però che non ci sia stato alcun impatto positivo, come se tutti stessero cercando di cancellare ogni traccia dell’influenza costruttiva del tribunale internazionale”.

Per Gjenero alcune reazioni alla morte di Ratko Mladić sono inquietanti. “Non perché la guerra possa ricominciare domani. Nessuno lo può sapere. Sono inquietanti perché, a trent’anni dalla fine della guerra, sta crescendo una generazione alla quale i crimini di guerra vengono presentati come eroismo e i criminali di guerra come modelli da seguire”, denuncia il politologo.

Il punto di vista di Dragan Banjac

Dragan Banjac, noto giornalista di Belgrado, ha seguito nel corso della sua carriera le guerre in Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo, rimanendo sempre fedele alla verità e disdegnando la propaganda.

Banjac ricorda un episodio accaduto a Sarajevo sotto assedio, quando parlò con Robert Frowick, ex capo dell’OSCE, alla presenza degli alti funzionari bosniaci Haris Silajdžić ed Ejup Ganić. A quanto pare, gli europei implorarono Slobodan Milošević di intervenire per la liberazione di alcuni membri dell’UNPROFOR catturati dai serbo-bosniaci.

“Promise di farlo, e in cambio chiese di poter esercitare una certa pressione sui media indipendenti. Vennero pronunciate anche delle parole spiacevoli, ma Silajdžić e Ganić mi tranquillizzarono”, racconta Banjac.

“Ribaltiamo la prospettiva: so che è impossibile, ma immaginate che un bosgnacco commetta un genocidio in Serbia e, dopo essere stato condannato da un tribunale internazionale per quel crimine, sconti quindici anni di prigione e muoia lì, e che Sarajevo lo seppellisca con i più alti onori di stato e lo celebri. Uno scenario inconcepibile”, conclude Banjac.

Emir Suljagić, direttore del Memoriale di Srebrenica, ha affermato che la morte di Mladić non riporterà in vita i morti, non cancellerà le fosse comuni e non cambierà il verdetto. “Il lavoro più difficile” deve ancora essere fatto, ha dichiarato Suljagić, alludendo al fatto che la verità, la responsabilità e la memoria non sono scomparse con Mladić.

Vale la pena ricordare le parole pronunciate da Mladić nel luglio del 1995. Dopo l’ingresso delle forze serbe a Srebrenica, dichiarò davanti alle telecamere: “Alla vigilia di un’altra grande festa serba, restituiamo questa città al popolo serbo. Dopo la ribellione contro i dahije, è giunto il momento di vendicarci dei turchi in queste terre”.

Queste parole sono citate nei documenti conservati presso il Memoriale di Srebrenica, così come in numerosi documenti che analizzano i fatti accertati in sede giudiziaria relativi al genocidio.

La mitizzazione del crimine

Dopo la caduta di Srebrenica, venne intrapresa un’azione di sterminio sistematico in cui furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi.

Una guerra può finire con una firma su un foglio di carta, possono passare dieci, venti o trent’anni, si possono susseguire generazioni, politici e interi sistemi. Ma finché i bambini nati dopo la guerra cresceranno in un clima in cui si celebrano le persone condannate per i crimini più efferati, la guerra continuerà nella mente di quelli che un giorno decideranno il futuro di questo paese. Stiamo parlando di una generazione alla quale la guerra viene presentata come un mito.

A Sarajevo, cantanti, artisti e atleti vengono celebrati sui muri. In alcune zone della Republika Srpska e della Serbia, invece, a campeggiare sui muri e sugli spalti è l’immagine di Ratko Mladić. Si tratta di due visioni del futuro completamente diverse. Il punto non è presentare Sarajevo come una società perfetta, né fare una distinzione banale: qui sono buoni, lì sono cattivi. Ma una differenza c’è.

Le guerre non iniziano sempre con le armi. Iniziano anche con le parole e con la mitizzazione dei crimini.


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