Rada Iveković ricorda Slavenka Drakulić

Un’amicizia che ha attraversato turbolenti periodi storici: dalla Jugoslavia del dopoguerra, al ‘68, il femminismo, la guerra degli anni ‘90 e l’antinazionalismo che ha costretto entrambe a lasciare il proprio paese. Pubblichiamo il discorso di commiato che la professoressa Rada Iveković ha voluto che venisse letto sabato 27 giugno durante i funerali dell’amica Slavenka Drakulić

29/06/2026, Rada Iveković
Slavenka Drakulić (1949-2026) e Rada Iveković al convegno internazionale Compagna-donna: la questione femminile, un nuovo approccio?, organizzato dal Centro culturale studentesco di Belgrado nel 1978.

Slavenka Drakulić (1949-2026) e Rada Iveković

Slavenka Drakulić (1949-2026) e Rada Iveković al convegno internazionale Compagna-donna: la questione femminile, un nuovo approccio?, organizzato dal Centro culturale studentesco di Belgrado nel 1978.

Slavenka Drakulić come sveglia e termometro sociale, Slavenka o autoeducazione, Slavenka – resistenza, la nostra invincibile Slavenka

Sin da piccola Slavenka sapeva bene cosa non voleva. Si è formata e costruita da sola nella resistenza, e nel modo migliore possibile: attraverso la cultura, un’educazione raffinata e un orizzonte transnazionale. Opponendosi alla rigidità e alla severità del padre, alla debolezza della madre, al patriarcato che balza agli occhi di chi vuole vederlo, alle ingiustizie sociali e politiche e alle norme intransigenti. Aveva un profondo e analitico senso di giustizia, riconosceva con dolore e indignazione l’ingiustizia, non solo quella, più visibile, vissuta sulla propria pelle, ma anche quella, inflitta agli altri, che tendiamo ad ignorare. Non tollerava l’ingiustizia. Anziché indebolirla, la malattia l’ha resa più forte in questo, come in tutto il resto. Aveva fretta di lavorare, di scrivere, di impegnarsi, non ha perso una sola occasione perché sapeva di avere i giorni contati. Eppure li ha vissuti appieno.

Nella sua resistenza, è cresciuta e ha trovato la forza di combattere la malattia. Sono convinta che sia stata proprio questa sua energia positiva a spingerla ad andare avanti. Perché Slavenka è sempre stata ed è rimasta positiva, estranea alla malizia, all’invidia e all’astio, allegra, sempre aperta agli altri. Non era né vendicativa né scontrosa. Si è sempre elevata al di sopra dell’odio umano, della malizia, della volgarità, della maleducazione, della dilagante miseria mentale e intellettuale. Non si è mai abbassata al livello di ottusità, miseria spirituale e ignoranza dei suoi persecutori. Ha sempre avuto la forza di ridere, di scrollarsi di dosso le difficoltà, di superarle e di andare avanti.

Era capace di compiere qualsiasi sforzo, possedeva un’immensa energia vitale, non si arrendeva mai, si impegnava nelle battaglie più difficili. Dopo la dialisi, a cui si è sottoposta per anni, nonostante la malattia, trovava la forza di recarsi ogni giorno al cantiere della casa che stava costruendo, di occuparsi degli artigiani e della logistica del progetto che aveva portato avanti da sola, senza l’aiuto di nessuno, durante l’inverno, affinché lei e Rujana avessero una casa. Sarebbe stato troppo impegnativo anche per una persona sana. Inoltre – la figlia, la famiglia, la malattia, il lavoro e la fretta di consegnare i testi alla redazione, la dialisi – non ha mai smesso, neanche per un attimo, di dedicarsi al lavoro intellettuale, di scrivere, come ha sempre fatto, da giornalista di prim’ordine nell’epoca d’oro del nostro giornalismo, dell’apertura dello spazio pubblico in Jugoslavia e dell’avvicinarsi della fine di quel paese, come scriverà poi anche durante la guerra, che ci ha colti impreparati.

Quando la aspettavamo all’aeroporto al suo ritorno dal primo intervento ai reni negli Stati Uniti, sua madre, sua figlia Rujana, allora studentessa delle superiori, ed io, in un primo momento non l’abbiamo riconosciuta: era così gonfia per i farmaci, il dolore post-operatorio, la spossatezza. Ma se è riuscita a superare questi e tutti gli altri dolori ed interventi, è stato solo grazie alla sua forza spirituale, al suo spirito d’iniziativa e al suo pragmatismo, qualità che aveva sviluppato da sola sin dai banchi di scuola, per poi scappare di casa per avventurarsi nel mondo. A spingerla e salvarla è stata la disobbedienza, una disobbedienza costruttiva e impegnata, lontana da qualsiasi egoismo, a cui Slavenka era completamente estranea. Era del tutto naturale che, con tale esperienza di vita, Slavenka si prodigasse sempre instancabilmente per aiutare gli altri.

Quando mia madre morì molti anni fa, all’età di 84 anni, l’età in cui si muore, che è anche la mia età attuale, Slavenka disse: “Oh, vorrei vivere fino a quell’età”. Alla fine, se n’è andata molto prima. Per tutti noi, oggi, è più difficile vedere i nostri amici andarsene che temere per noi stessi. Mia madre, sempre lei, diceva: “Non è rimasto più nessuno della mia generazione”. Ma per Slavenka non è stato così.

Slavenka non si è mai data per vinta, non si è mai arresa, non è mai stata una perdente. Se n’è andata trionfalmente, flamboyante e splendente, anche se troppo presto per tutti noi che la conoscevamo e la amavamo. Nessuno dei suoi numerosi spudorati e meschini detrattori, né dei suoi adulatori ipocriti e invidiosi, si avvicina minimamente a lei per umanità, energia, etica, creatività e valore del suo lavoro, non nell’ambito che solitamente viene definito strettamente “femminile”, ma universalmente, nella cultura che donne e uomini condividono e costruiscono insieme. Slavenka non ha conosciuto la sconfitta. Ci incoraggia a resistere, in un mondo dove non c’è molto spazio per la resistenza. Ringraziamola.