Il bello di tifare Bosnia Erzegovina ai Mondiali

In alcune località della Bosnia Erzegovina, le autorità locali – croate e serbe – hanno rimosso le bandiere del paese e impedito le proiezioni pubbliche delle partite della nazionale di calcio bosniaco-erzegovese. Ma contrariamente ai suoi detrattori, la nazionale bosniaca non esclude le altre comunità. Il commento dello storico Dragan Markovina

23/06/2026, Dragan Markovina
Un concerto dei Dubioza Kolektiv, autori dell'inno della nazionale bosniaca ai Mondiali 2026: I Am from Bosnia, Take Me to America © Melinda Nagy / Shutterstock

Un concerto dei Dubioza Kolektiv, autori dell’inno della nazionale bosniaca ai Mondiali 2026: I Am from Bosnia, Take Me to America © Melinda Nagy / Shutterstock

Un concerto dei Dubioza Kolektiv, autori dell'inno della nazionale bosniaca ai Mondiali 2026: I Am from Bosnia, Take Me to America © Melinda Nagy / Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Peščanik, il 15 giugno 2026)

Quanto sta accadendo in questi giorni in Bosnia Erzegovina relativamente ai Mondiali di calcio e ai risultati della nazionale bosniaco-erzegovese rispecchia perfettamente la totale distruzione interna, ma anche tutta la bellezza di questo paese e tutto quello che potrebbe essere in un mondo migliore.

Per quanto riguarda il primo punto, mi riferisco alla politica ufficiale della Republika Srpska, che ha fatto di tutto per assicurarsi che nessun serbo facesse parte della nazionale della Bosnia Erzegovina. Penso anche alle azioni dei comuni governati dall’Unione democratica croata della BiH (HDZ BiH) in alcune aree sensibili e multietniche, dove si è deciso di vietare le fan zone e di rimuovere le bandiere [della Bosnia Erzegovina] esposte lungo le strade. È quanto accaduto a Novi Travnik, Vitez e Čapljina.

Un ulteriore aspetto negativo, strettamente legato al primo, riguarda una vera e propria guerra dei simboli e delle bandiere e la polemica che l’accompagna. I nazionalisti croato-bosniaci sostengono che tiferebbero sicuramente per la nazionale bosniaco-erzegovese se per le strade non ci fossero così tante bandiere della Repubblica di Bosnia Erzegovina, quelle con i gigli, che turberebbero i tifosi croati facendo riemergere i traumi della guerra.

Quanto al secondo punto, non possiamo ignorare il fatto che, nonostante tutti i tentativi di minarne la credibilità, la dirigenza della Federcalcio, lo staff tecnico e la nazionale della Bosnia Erzegovina davvero rappresentano tutti i cittadini del paese, ed evidentemente respirano come se condividessero una sola anima. Questo fatto e questo sentimento sono stati riconosciuti da molti in BiH, nell’area post-jugoslava e nel mondo. Infine, la partecipazione ai Mondiali ha risvegliato la speranza utopica che una Bosnia Erzegovina diversa sia possibile.

Ma torniamo al tema centrale del testo, cioè al dilemma del tifare per o contro la nazionale, una polemica che spesso sfocia in insulti, rancore, offese e risentimento. Ne parlo per esperienza personale, perché credo che in situazioni come questa sia la cosa giusta da fare e che possa essere d’aiuto.

Guerra ai simboli

Una quindicina di anni fa, quando il mio nome era ancora perlopiù sconosciuto al grande pubblico, avevo partecipato ad un progetto di Documenta [Centro per il confronto con il passato con sede a Zagabria] sulle memorie personali della guerra. Parlando con rabbia di tutto quello che avevamo vissuto e del mondo nato dopo la guerra, avevo insultato più o meno tutte le persone e i simboli che consideravo responsabili della distruzione generale. La destra ha poi per anni sfruttato quell’episodio per contestare ogni mia affermazione ed esternazione pubblica.

Ovviamente, non ho più parlato di simboli e persone in quel modo, e non lo farò mai, ma è proprio per questo che capisco fin dove si può spingere la rabbia.

In sostanza, in quell’occasione avevo detto di tifare contro la nazionale croata a causa dei simboli che incarnava. Successivamente, nei periodi in cui i tifosi dell’Hajduk [squadra di calcio di Spalato] contestavano la nazionale, ironizzavo affermando di aver tifato contro la squadra croata quando era proibito farlo.

A prescindere dall’ironia e dalla rabbia, la questione del sostegno alla nazionale, così come quella dell’amore o disamore per un paese, e la conseguente espulsione da esso se non lo si ama secondo i criteri altrui, riflette un comportamento tipico della destra e una violenza collettiva contro l’individuo e i suoi sentimenti. L’ho sperimentato sulla mia pelle negli ultimi quindici anni.

Per quanto riguarda il rapporto con lo stato, l’unica cosa che conta è rispettarne le leggi, le persone che ci vivono ed essere un cittadino onesto. Le emozioni, invece, sono legate alla nostra identità, alle nostre convinzioni politiche e ai nostri ricordi. Questa è più o meno la mia risposta alle argomentazioni dei nazionalisti serbi e croati riguardo alla necessità di sostenere o meno la nazionale della Bosnia Erzegovina.

Croazia, una nazionale di calcio controversa

A dire il vero, per anni ho guardato con scetticismo a qualsiasi identificazione con la nazionale di calcio croata, anche se ho vissuto in Croazia e parte della mia famiglia è originaria di quel paese, che peraltro amo. A turbarmi è stato quel folklore tudjmaniano e il profondo nazionalismo che hanno caratterizzato la squadra. Un nazionalismo culminato con la decisione dei membri della nazionale di firmare collettivamente una petizione a sostegno dei generali che, dopo aver pianificato un colpo di stato, furono mandati in pensione dall’allora presidente della Croazia Stipe Mesić.

Similmente, mi infastidisce il clericalismo di destra dell’attuale commissario tecnico della nazionale croata Zlatko Dalić. Tuttavia, che piaccia o meno, quando la squadra croata assume un atteggiamento giusto e si fa strada verso la finale di un campionato, come accaduto in Russia, è ovvio che ci si interessa, ci si identifica con essa e ci si dispiace che non abbia vinto la Coppa del mondo. Ogni dispiacere però svanisce al ritorno della nazionale a Zagabria con un coinvolgimento del cantante Marko Perković Thompson nei festeggiamenti.

Insomma, capisco perfettamente se qualcuno, per ragioni simboliche, ideologiche o umane, non riesce ad identificarsi con la squadra del proprio paese.

Ci sono però due punti chiave che contraddistinguono la mia esperienza da quella di chi oggi ripete di non voler tifare per la Bosnia Erzegovina.

Tifare Bosnia Erzegovina

Le obiezioni riguardanti le bandiere con i gigli – o meglio, le argomentazioni secondo cui in un simile contesto non si può venire a tifare per la Bosnia Erzegovina con bandiere serbe e croate, e che per questo motivo non ci si può identificare con la nazionale – non reggono per diverse ragioni.

Innanzitutto, quelle bandiere hanno combattuto contro l’idea stessa di uno stato bosniaco-erzegovese, sono simboli di due parastati creati con l’intento di distruggere la Bosnia Erzegovina. Chi oggi sfoggia questi simboli certamente non tiferebbe per la BiH anche se non ci fossero bandiere con i gigli sugli spalti.

Un altro aspetto, ancora più importante. Sì, è possibile sentirsi esclusi e non condividere il simbolismo della maggioranza dei tifosi. Tuttavia, l’atteggiamento della nazionale della Bosnia Erzegovina è diametralmente opposto alla politica ufficiale della Federazione calcistica e della stessa nazionale croata.

La Federcalcio, lo staff tecnico e i giocatori della squadra bosniaco-erzegovese non hanno mai cercato di escludere o umiliare qualcuno, né tanto meno hanno cercato di presentarsi come una squadra esclusiva di una delle comunità presenti nel paese. Hanno sempre emanato energia positiva, e questo – è giusto riconoscerlo – è un toccasana per una società come quella bosniaco-erzegovese.