A Cannes, la seconda Palma d’oro a Cristian Mungiu
Il 79° Festival di Cannes ha consegnato al regista romeno Cristian Mungiu la sua seconda Palma d’oro, portandolo nel ristrettissimo circolo dei dieci doppi vincitori. Premiati anche l’esule russo Andrei Zviagintsev per un film sulla Russia di Putin e la tedesca Valeska Grisebach con un dramma rurale girato in Bulgaria

Il regista Cristian Mungiu © Denis Makarenko / Shutterstock
Il regista Cristian Mungiu © Denis Makarenko / Shutterstock
Sei partecipazioni al Festival di Cannes e quattro premi, tra questi due Palme d’oro. Un ruolino di marcia da primato per il romeno Cristian Mungiu che con “Fjord” ha bissato nelle settimane scorse la vittoria del 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni” ed entra nel ristrettissimo circolo dei dieci doppi vincitori (tra loro Francis Ford Coppola, Emir Kusturica, Ken Loach e i fratelli Dardenne).
È una consacrazione tra i grandi e la conferma che Mungiu (sei lungometraggi in 25 anni di carriera, oltre a qualche cortometraggio dentro film a episodi) sa leggere come pochi l’attualità e i grandi temi che la attraversano, anche sotto la superficie, e sa ricondurli dentro una forma narrativa solida e immagini potenti. Lo confermano anche i premi della giuria ecumenica e della stampa Fipresci di Cannes.
Grand Prix al russo Zviagintsev
Quasi allo stesso livello c’è l’esule russo Andrei Zviagintsev, vincitore del Grand Prix (il secondo premio per importanza) con “Minotaur”, duro affresco della Russia al tempo di Putin e dell’invasione dell’Ucraina. Due esponenti del cinema d’autore europeo da festival al massimo grado, almeno per i tempi che corrono.
La 79° edizione della più importante kermesse mondiale si è rivelata più attenta che mai a ciò che si muove, anche sottotraccia, nelle nostre società squassate da cambiamenti violenti. Il palmarès uscito dalle discussioni, probabilmente animate, della giuria presieduta dal regista coreano Park Chan-Wook (“Old Boy” e “No Other Choice”) è un sismografo preciso di quanto visto e una chiave per interpretare i tanti temi, non scontati, che hanno attraversato le pellicole.
Fjord, un dramma sull’educazione
I confini della libertà e dell’educazione sono al centro di “Fjord” del regista romeno Cristian Mungiu, in trasferta in Norvegia per un altro dei suoi stratificati drammi morali. Protagonisti Mihai (Sebastian Stan) e Lisbet (la Renate Reinsve di “Sentimental Value” quasi irriconoscibile con gli occhiali) che si sono conosciuti a Bucarest dove la donna norvegese era missionaria di una chiesa evangelica. Alla morte del padre di lui, la coppia si è trasferita in un tranquillo villaggio in un fiordo, dove tutto funziona bene e le persone sembrano accoglienti. Quando un’insegnante nota dei segni addosso a una figlia e l’autista dello scuolabus la sente parlare con il fratello di uno schiaffo del padre, parte immediatamente un’inchiesta della Protezione bambini che sembra potentissima e i ragazzi sono sottratti ai genitori. Le istituzioni pubbliche, per proteggere i piccoli, interrogano gli adulti e li portano a processo credendoli colpevoli. Mungiu è tra i registi che più hanno affrontato le complessità sociali e culturali del nostro tempo e posto tanti dilemmi morali, con la capacità di partire dagli individui per esplorare la collettività: in questo modo i dubbi sui personaggi si trasformano in questioni aperte per gli spettatori. Stavolta i temi sono molteplici, dall’educazione in famiglia e a scuola (dalla quale ogni riferimento religioso viene eliminato) alla libertà di pensiero fin quasi allo scontro di civiltà. Il cineasta romeno, in un film che a qualcuno può ricordare “La caccia” del danese Thomas Vinterberg, interroga personaggi e spettatori su cosa sia uno schiaffo e come possa essere interpretato, lavorando su come è cambiata la società, i diversi modi di intendere i comportamenti tra bambini e adulti e anche le differenze linguistiche, non a caso i protagonisti si devono esprimere in lingue che non sono le loro e le sfumature si perdono.
È uno scontro tra istituzioni statali e nuclei familiari, ma non è un caso simile alla nostrana “famiglia nel bosco”: qui non è la famiglia a sottrarsi alle regole, sono queste troppo rigide per ammettere anomale che possano turbare l’ordine. Anche i media (pure romeni, facendolo diventare un po’ questione di orgoglio nazionale) si interessano al caso, ma la questione dell’impatto mediatico resta in secondo piano. Il lungometraggio, narrativamente compatto e coinvolgente, mette a nudo in maniera articolata le contraddizioni del mondo odierno e tratta di tolleranza, educazione, normalità e fondamentalismi. Lo Stato con le sue articolazioni vuole imporre una neutralità (non si possono esporre pubblicamente segni o idee religiose) che però non elimina le differenze. Che cos’è la tolleranza? Come si educa? Restano tante questioni aperte. Ed è forse una forma di violenza anche voler eliminare la violenza.
Mungiu crea un meccanismo implacabile ma mai meccanico e sempre molto credibile: risiede in questa capacità la sua forza.
Minotaur, la Russia di oggi
Il Grand Prix è andato a “Minotaur” del russo Andrei Zviagintsev, altro film duro di dilemmi morali che parla direttamente dell’invasione russa dell’Ucraina. Durante la cerimonia di premiazione il regista ha voluto esprimersi nella sua lingua madre rivolgendosi a Vladimir Putin senza nominarlo: “milioni di persone da una parte e dall’altra del fronte non aspettano altro che si metta fine a questa carneficina. L’unica persona che può farlo è il presidente della Federazione russa. Metta fine a questa carneficina” ha affermato con forza.
Da vari elementi della pellicola si deduce che siamo nell’autunno 2022, in una città russa non specificata. Gleb è il dirigente di una grande azienda e vive con la bella moglie Galina (Iris Lebedeva) e in figlio Seriozha in una grande e lussuosa dacia nel bosco vicino al lago. Sembra la situazione perfetta, ma presto emergono segnali che qualcosa non va, oltre alle notizie dei telegiornali sullo sfondo. Il ragazzino ha un problema con un compagno di scuola che lo bullizza e Gleb gli fa una lezioncina su come difendersi e farsi rispettare. In più, da piccole cose, il protagonista sospetta che Galina abbia un amante. Al lavoro alcuni dipendenti hanno lasciato il posto all’improvviso, non è detto espressamente che siano scappati ma in televisione e in internet si vedono notizie di migliaia di persone che attraversano il confine verso la Georgia.
Lo scivolare verso il dramma è accelerato dall’incontro con il sindaco che, sulla base di ordini da Mosca, assegna alle aziende il compito di segnalare un certo numero dipendenti da arruolare in tempi brevissimi: Gleb non vorrebbe mandare al fronte i suoi dipendenti, dice che sono “i miei”, ma gliene chiedono 14 e sottolineano che “nessuno è insostituibile”. Dopo una cena con amici fuori casa, Galina rimprovera Gleb del loro rapporto vuoto e dichiara di non sentirsi realizzata, del resto non lavora e non guida, si muove sempre in taxi o la accompagna il marito. L’uomo incarica il fidato Igor, capo della sicurezza dell’azienda, di investigare sulla consorte e questi scopre in fretta che l’amante è un giovane fotografo. È a questo punto che il freddo dirigente perde la testa e il film da teso si trasforma dramma angosciante, sfiora il genere tra il thriller e il pulp. Zviagintsev firma una pellicola dura e senza scampo, anche se si cerca di negare e di nascondersi, rendendo vari aspetti della società russa, tra chi si conforma per calcolo, paura o superficialità e chi fugge. È il caso di Denis, amico dei protagonisti, che si è appena separato per mettersi con una fidanzata giovane e sta per partire per la Thailandia perché “non è la mia guerra”, sebbene non espliciti nessuna ragione ideale. Invece la lista degli arruolandi può diventare un metodo per regolare conti personali. Il regista usa la sottigliezza di scrittura e la chiarezza per farsi capire. Sulle auto campeggia spesso la “Z”, le strade sono costellate di enormi manifesti che invitano ad arruolarsi, le immagini della guerra sono frequenti in tv e sugli schermi. Zviagintsev non lascia nulla al caso ed è il piccolo Seriozha a mostrare ai genitori il fumo nero dei bombardamenti e degli incendi che non si possono lasciare indietro.
“Minotaur” curiosamente pone questioni simili a “Notre salut”, premiato per la miglior sceneggiatura al francese Emmanuel Marre. Il transalpino è partito dagli scambi epistolari del bisnonno (interpretato da uno straordinario Swann Arlaud), impiegato della Repubblica di Vichy, con la moglie, per esplorare la figura di un oscuro impiegato statale che vorrebbe diventare un ideologo nazionalista e in parallelo rischia di perdere l’anima collaborando con i nazisti e, anch’egli come Gleb, a scegliere lavoratori ed ebrei da mandare ai campi di lavoro o alla morte.
Prix du jury a Valeska Grisebach
Il Prix du jury è andato, abbastanza inaspettato ma meritato, al poco considerato “Das Geträumte Abenteuer – The Dreamed Adventure” della tedesca Valeska Grisebach, presentato l’ultimo giorno. Un dramma rurale nel sudest della Bulgaria, a pochi chilometri dalla Turchia, tra traffici del confine e il peso dell’eredità comunista e del periodo della transizione. Il sessantenne Said arriva nella zona di confine con la Turchia, dice di provenire dai monti Rodopi e di conoscere l’area, ma lo scopo del viaggio non è chiaro. Quando gli rubano l’auto, per caso incontra la vecchia conoscente Veska (la brava Yana Radeva, per la prima volta sul grande schermo), un’archeologa che effettua scavi intorno a torre sulla collina, raggiungibile per strada dissestata di cui tutti si lamentano. Il principale traffico illecito sono i profughi che vogliono entrare nell’Unione Europea (e non si vedono mai), ma Said vuole fare affari con la rivendita di carburante e si imbatte nel boss locale Iliya. Una svolta nella vicenda si verifica quando Veska non trova più l’uomo e si mette in pericolo tra vari trafficanti. La situazione odierna si lega ai retaggi del comunismo, con una vecchia miniera che si vorrebbe ampliare, e alle illusioni della transizione (i protagonisti erano stati giovani negli anni ‘90, le sue feste e le sue violenze). Veska è un personaggio molto interessante di donna matura indipendente e libera che non si cura delle convenzioni sociali, spera che le cose cambino e, soprattutto, si adopera per farle cambiare, magari a beneficio della giovanissima e bella Maria. È un film sul passato che torna e su ciò che forse non è andato via e quanto si è perduto, con una sorta di happy end.
Grisebach, al quarto lungometraggio, era conosciuta soprattutto per “Sensucht – Desiderio”, che fu in concorso al Festival di Berlino nel 2006, e per “Western” (2017), anch’esso girato in Bulgaria e incentrato sul contrasto tra gli operai tedeschi impegnati nella costruzione di una diga e gli abitanti locali.
Fuori concorso: Vesna – Primavera
Fuori concorso è stato presentato “Vesna – Primavera” del debuttante lituano di famiglia ucraina Rostislav Kirpičenko. Siamo in pieno inverno, all’annuncio di Putin dell’ “operazione militare speciale”, nell’Ucraina orientale sudorientale. Seppellire i cadaveri è arduo giacché la terra è gelata, così vengono nascosti e conservati nella chiesa del giovane prete Andriy. Inoltre i russi occupanti non vogliono che si seppelliscano i civili ucraini uccisi, considerati “traditori”, così il religioso cerca di restituirli clandestinamente alle famiglie. Un film narrativamente un po’ confuso, scuro, notturno, dove si fatica a capire chi è chi e da che parte sta: una condizione forse anche voluta dal regista, che però complica la comprensione da parte dello spettatore. Kirpičenko cerca di far capire cosa è accaduto e accade nell’Ucraina occupata dalla Russia, dove agiscono anche paramilitari che accrescono il clima opprimente e, con le “Z” verniciate sui veicoli, fanno capire le loro intenzioni. Un film cupo, con poca speranza tra bambini stuprati e uccisioni a sangue freddo, non del tutto riuscito, ma un’immersione in una realtà poco mostrata.
Scelto per inaugurare la 58° Quinzaine des cinéastes (che ha ospitato pure “Le journal d’une femme de chambre” del prolifico romeno Radu Jude) “Butterfly Jam”, terzo film del russo Kantemir Balago. Il trentacinquenne allievo del grande Aleksandr Sokurov si era rivelato al Festival di Cannes nel 2017 con il potente debutto “Tesnota”. Un lungometraggio ambientato nella sua città, Nalchik, la capitale della repubblica di Kabardino-Balkaria nel Nord Caucaso (fu conquistata dalla Russia nel XIX secolo sottomettendo e disperdendo le popolazioni circasse che vi abitavano), a fine anni ‘90, tra tensioni etniche e nazionaliste. Nel 2019 il cineasta confermò il proprio valore con “La ragazza d’autunno – Dylda” (2019), protagonista una giovane infermiera che cercava di sopravvivere nella Leningrado dell’autunno 1945, a guerra appena conclusa. Nello stesso anno Balagov scriveva, insieme alla fida sceneggiatrice Maria Stepnova, una storia collocata nella regione natale. “Poi è iniziata l’operazione militare speciale della Russia in Ucraina e sono dovuto scappare. Così ho dovuto riambientare la vicenda e ho scelto la comunità circassa di Newark nel New Jersey. È una storia al maschile, un rapporto tra padre e figlio, perché i miei primi lavori erano storie femminili”.
Il quarantenne Azik aiuta la sorella Zalya, con la quale aveva lasciato Nalchik, a gestire un diner di prodotti circassi nella periferia di Newark e cresce il figlio sedicenne Temir orfano di madre e promettente lottatore. “Lo vedrete alle Olimpiadi” dice fiero il padre agli amici con i quali ama ritrovarsi a mangiare, bere e scherzare. Tra gli amici del protagonista c’è l’ex avvocato Aslan che vorrebbe aprire un ristorante dal nome italiano e nel gruppo si fantastica su un’antenata circassa di Monica Bellucci: la celebre attrice e modella umbra comparirà per un simpatico cameo ben congegnato.
Azik, interpretato in modo molto credibile da Barry Keoghan (un personaggio affine al padre che impersonava in “Bird” di Andrea Arnold), è un uomo contraddittorio: fanfarone, sognatore, violento e protettivo. È specialista nel cucinare il piatto tradizionale della sua regione d’origine ed è capace di ideare ricette al limite del miracoloso, come la “Marmellata di farfalle” del titolo. Il film riesce così a stare in equilibrio tra il cadere nel precipizio della violenza e il volare verso una redenzione, perché Balagov crede nell’attaccamento alle radici, nei gesti semplici che possono essere miracolosi e in quelli folli come regalare un pellicano a Zalya incinta. “Butterfly Jam” è il ritratto di esuli ed emigrati dall’identità ben precisa e insieme molto simili a tanti altri di provenienze diverse che hanno lasciato per varie ragioni la loro terra. Balagov non si fa prendere dalla smania di fare un film all’americana ma riesce insieme a restare fedele alla propria poetica e a calarsi nella nuova situazione. E nella miscela affascinante e pericolosa di sogni e rabbia, di terreno e celeste, nell’America degli immigrati si può vedere qualcosa del giovane Martin Scorsese.
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