Piano di crescita dell’UE, una svolta per i Balcani occidentali?

Se i Balcani occidentali vogliono allinearsi agli standard dell’UE, devono cogliere l’opportunità offerta dal Piano di crescita e attuare tutte le riforme entro la fine del 2027. Intervista a Nicola Pontara*, ex Country Manager della Banca mondiale in Serbia

22/06/2026, Sanja Vasić
Nicola Pontara (archivio privato)

Nicola Pontara

Nicola Pontara (archivio privato)

Nel documento “Un’agenda economica per accelerare la convergenza dei Balcani occidentali con l’UE” (“An Economic Agenda to Accelerate Convergence of the Western Balkans with the EU”), Nicola Pontara e altri esaminano le ragioni per cui i Balcani occidentali (WB6) sono rimasti indietro rispetto ai nuovi Stati membri dell’UE (NMS) in termini di convergenza economica dal 1991 e propongono un modello per accelerare una maggiore convergenza attraverso un maggiore allineamento con il quadro economico, giuridico e normativo dell’UE, combinato con l’accesso ai fondi strutturali e l’integrazione nel mercato unico. Il Piano di crescita UE da 6 miliardi di euro offre un’opportunità cruciale e a tempo limitato per accelerare questo processo.

Qual è l’importanza del Piano di crescita per aiutare i WB6 a convergere più rapidamente con l’UE? E in particolare per la Serbia?

Innanzitutto, è utile sottolineare che la convergenza dei WB6 con l’UE è stata deludente. Nel nostro studio, esaminiamo le traiettorie di crescita dei nuovi Stati membri e dei WB6. Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, entrambi i gruppi nutrivano grandi speranze di trasformarsi in economie di mercato. Mentre negli anni ’90 i nuovi Stati membri hanno intrapreso una transizione graduale, culminata nell’allargamento del 2004, i WB6 sono rimasti intrappolati nella violenta dissoluzione della Jugoslavia e hanno subito uno “shock permanente”, che li ha riportati al punto di partenza rispetto ai nuovi Stati membri. Guardando al futuro, in base ad alcune ipotesi, non si prevede che i WB6 convergano con il tenore di vita dell’UE prima della fine di questo secolo. Il caso della Serbia si inserisce in questo schema. La Serbia convergerà con l’UE solo nel 2074, se continuerà a crescere ad un tasso medio del 2,8%, come è stato registrato nel periodo 2001-2021. Pertanto, l’imperativo, per tutti i WB6, è quello di accelerare il tasso di crescita economica. In questo contesto, il nuovo Piano di crescita UE rappresenta un punto di svolta, in quanto offre vantaggi e incentivi sostanziali ai Paesi candidati prima dell’adesione. In tal modo, potrebbe accelerare significativamente la convergenza tra i WB6 e l’UE.

Considerato che il Piano di crescita ha una scadenza fissata al 2027 ed è subordinato all’attuazione delle riforme, questo quadro è realisticamente fattibile, dato il ritmo spesso lento delle riforme interne? Inoltre, è possibile che concentrarsi sulle sette aree prioritarie del Piano di crescita sia efficace senza riforme concrete in materia di governance?

L’UE ha istituito un quadro di valutazione per monitorare i progressi dei WB6. Il sostegno finanziario viene erogato solo a seguito della corretta attuazione delle riforme da parte dei beneficiari, sulla base dell’agenda di riforme già predisposta e approvata in ciascun Paese e dalla Commissione, previa valutazione positiva da parte del Consiglio. Osservando il quadro di valutazione, ad oggi sono stati raggiunti solo 90 dei 731 obiettivi (cumulativi) e sono stati erogati solo 673 milioni di euro. Concordo sul fatto che il 2027 sia alle porte e che l’attuazione delle riforme entro quella data potrebbe rivelarsi un’impresa ardua. Guardando ai singoli Paesi, Albania e Montenegro sono all’avanguardia, mentre la Serbia è in ritardo. Non credo che la governance possa essere considerata un aspetto a sé stante tra le 7 aree di riforma. Ciascuna area di riforma può contribuire a creare maggiore trasparenza, responsabilità e, di conseguenza, una migliore governance in questi Paesi.

Nella sua ricerca, lei definisce l’UE una formidabile “macchina della convergenza”. Potrebbe spiegarci cosa intende con questa espressione?

Sì, è vero. Dal 1990, 13 dei 31 Paesi al mondo che sono riusciti a realizzare la transizione verso un’economia ad alto reddito lo hanno fatto all’interno dell’UE. La progressiva convergenza dei nuovi Stati membri ha stimolato lo sviluppo economico e il raggiungimento di standard di vita più elevati. Questi Paesi sono cresciuti rapidamente grazie all’accesso all’ampio mercato dell’UE, ai fondi strutturali e di coesione europei e al costante miglioramento delle istituzioni e della governance. I WB6 dovrebbero seguire queste orme con un rinnovato senso di urgenza, mantenendo gli impegni assunti nell’ambito del Piano di crescita dell’UE.

Quali sono i principali ostacoli ad una crescita economica più rapida nei Balcani occidentali? Che tipo di riforme strutturali devono intraprendere questi paesi?

Diversi fattori hanno inciso negativamente sulla performance economica nei WB6. Tra questi, in primo luogo, fattori esogeni. I conflitti regionali degli anni ’90 hanno fatto deragliare lo sviluppo della regione, sconvolgendone profondamente il tessuto economico e sociale e danneggiando gravemente le infrastrutture. Inoltre, la successione di crisi globali dal 2008 in poi ha ostacolato gli sforzi dei WB6 per recuperare la robusta vitalità economica mostrata tra il 2000 e il 2008. Sul fronte interno, inoltre, un esame delle prove disponibili indica quattro gruppi di problemi, tra cui: (i) la transizione incompleta verso vere economie di mercato; (ii) la debolezza del capitale umano; (iii) un deficit di governance; e (iv) limitato commercio e integrazione. Riforme strutturali volte a promuovere i progressi in questi ambiti contribuirebbero in modo significativo a stimolare la crescita e la convergenza.

E per quanto riguarda il caso della Serbia?

La Serbia dovrebbe concentrarsi su una strategia a doppio binario. Il primo binario dovrebbe concentrarsi sul perfezionamento e su una migliore individuazione degli incentivi agli investimenti esteri in settori prioritari chiave, come ICT, soluzioni di mobilità elettrica, biotecnologie, sanità avanzata, macchinari, cibo del futuro e industria creativa, con decisioni prese in modo coerente e trasparente. Questo passaggio dai “volumi alla qualità”, ovvero concentrandosi su tecnologie moderne e innovazione, può creare posti di lavoro di qualità superiore e meglio retribuiti. Il secondo binario dovrebbe concentrarsi sulla riduzione dei bassi livelli di investimenti privati, tra i più bassi dell’Europa orientale. Durante il forum economico Kopaonik di quest’anno, abbiamo discusso dei vincoli che impediscono l’emergere di un settore privato più dinamico in Serbia. Tra questi, la percepita mancanza di trasparenza, lo scarso controllo della corruzione e l’inefficienza del sistema giudiziario.

In un panorama geopolitico in rapida evoluzione, la Cina è uno dei partner internazionali in più rapida crescita nei WB6. Gli investimenti cinesi minacciano la convergenza con l’UE?

Quando si contrae nuovo debito o si avviano nuove joint venture, è sempre importante prestare attenzione all’impatto fiscale, alla produttività dell’investimento proposto e ai suoi effetti positivi sull’economia (ad esempio in termini di produttività, innovazione, ecc.) e alla sua sostenibilità ambientale. Questi sono criteri importanti da considerare, più della specifica provenienza di tali investimenti.

I WB6 si trovano ad affrontare una significativa fuga di cervelli e tendenze demografiche negative. Gli Stati membri dell’UE, al contrario, si confrontano con la carenza di manodopera, attirando indirettamente lavoratori giovani e qualificati dalla regione. Come si possono affrontare queste dinamiche e sussiste il rischio che le attuali esigenze del mercato del lavoro dell’UE aggravino ulteriormente le sfide demografiche nei Paesi candidati?

Questa è senza dubbio una delle principali sfide per la Serbia, e non esistono soluzioni semplici. Tuttavia, il governo può intervenire aumentando il tasso di partecipazione al mercato del lavoro di donne, giovani adulti e minoranze etniche. Sarebbe inoltre importante aiutare le famiglie con figli ad avere una vita lavorativa più produttiva, in modo che entrambi i genitori possano lavorare. Bisogna quindi investire di più nello sviluppo umano, con particolare attenzione all’inclusione delle persone povere e vulnerabili attraverso programmi di lotta alla povertà più solidi e reattivi agli shock. Il sistema sanitario deve offrire opzioni di assistenza accessibili e far evolvere il proprio sistema di assistenza a lungo termine in linea con una società che invecchia. Ulteriori politiche dovrebbero concentrarsi sulla modernizzazione della legislazione e delle istituzioni del mercato del lavoro. Ma le prospettive per la migrazione non devono essere necessariamente negative, come dimostra l’Irlanda. L’Irlanda, una piccola economia alla periferia dell’Europa, un tempo caratterizzata da bassi redditi e da una costante emigrazione, oggi gode di uno dei più alti standard di vita in Europa ed è un polo di attrazione per talenti e investitori. La Serbia può emulare questo approccio, capitalizzando sulle idee, le competenze, le reti e il potenziale di investimento della diaspora serba.

I Balcani occidentali devono progredire nella digitalizzazione, un settore in cui anche l’UE subisce la pressione competitiva di altri attori globali. Visti i progressi della Serbia nell’e-government, quanto sarebbe significativo per questi paesi l’accesso al mercato unico digitale dell’UE e potrebbe aiutarli a recuperare terreno più rapidamente?

La digitalizzazione, insieme al rapido progresso dell’intelligenza artificiale, può migliorare notevolmente la governance. I WB6 si sono tutti impegnati a promuovere questo obiettivo nei loro piani di riforma. Alcuni Paesi stanno già lavorando all’implementazione di “portafogli digitali” in linea con le più recenti normative UE. In questo ambito, la Serbia è all’avanguardia, essendo entrata nel 2026 nella classifica dei dieci Paesi con le migliori performance di governo digitale al mondo. Un progetto della Banca mondiale da 50 milioni di dollari, denominato Enabling Digital Governance (EDGE), ha aiutato la Serbia a costruire le infrastrutture di un governo moderno. Nuove piattaforme di interoperabilità hanno collegato database precedentemente isolati; un cloud governativo ospita ora più di 420 sistemi per 80 enti pubblici; un Centro Operativo di Sicurezza (SOC) elabora quasi un miliardo di eventi di sicurezza al giorno. Ma la Serbia non si è limitata a rafforzare le infrastrutture: ha investito anche nelle persone. Oltre 13.000 dipendenti pubblici sono stati formati su processi senza carta, gestione dei dati e intelligenza artificiale. Un assistente IA gestisce le domande dei cittadini: secondo una stima, i cittadini hanno risparmiato oltre cinque milioni di ore all’anno e l’utilizzo ha raggiunto i 2,5 milioni di utenti.

Il successo della Serbia offre insegnamenti per gli altri paesi dei Balcani occidentali. In primo luogo, il governo digitale richiede una visione globale piuttosto che investimenti isolati e puntuali. In secondo luogo, non dovrebbe essere considerato un aggiornamento tecnologico, ma una riforma statale dell’erogazione dei servizi. In terzo luogo, i dipendenti pubblici devono essere disposti a cambiare il loro modo di lavorare, liberandosi dalla burocrazia per concentrarsi su ciò che solo gli esseri umani possono fare: ascoltare, spiegare e risolvere i problemi che non ammettono soluzioni facili. Anche in un mondo in cui la tecnologia avanza costantemente, il lavoro al servizio dei cittadini rimane un’impresa profondamente umana.

 

*Nicola Pontara è stato recentemente nominato Direttore della Divisione Sahel del Gruppo Banca Mondiale, con sede a Bamako, in Mali. Fino a giugno 2026 ha ricoperto il ruolo di Country Manager per la Serbia, con sede a Belgrado. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Economia presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra.

Il presente articolo è stato scritto nell'ambito del progetto "InteGraLe - Balcani occidentali e Trio a confronto: mercato unico, coesione e politica regionale per l’integrazione graduale nell’UE". Il progetto è realizzato con il contributo dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica – Direzione Generale per gli Affari Politici e la Sicurezza Internazionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ai sensi dell’art. 23 – bis del DPR 18/1967. Le opinioni contenute nella presente pubblicazione sono espressione degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

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