Mare monstrum, un bestiario del Mediterraneo

Il libro di Paolo Giulierini, etruscologo e già direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Mare monstrum. Mistero e meraviglia: miti e leggende del Mediterraneo è un affascinate bestiarium, dove le fantasie sono sostituite dalle storie e i disegni da un ricchissimo apparato iconografico. Recensione

30/06/2026, Fabio Fiori
Odisseo e Calipso (olio su mogano), Arnold Böcklin 1882

Odisseo e Calipso_ Bocklin_1882

Odisseo e Calipso (olio su mogano), Arnold Böcklin 1882

Abbiamo bisogno di mostri, per definire la nostra identità, e spesso vengono o abitano il Mediterraneo, di cui l’Adriatico è la perfetta sintesi. Se in generale quest’ultima è la tesi di Fernand Braudel, la relazione tra i mostri e il mare è l’oggetto del nuovo libro di Paolo Giulierini, etruscologo e già direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Mare monstrum. Mistero e meraviglia: miti e leggende del Mediterraneo (2025; Giunti, pp. 240, 29 €) è un affascinate bestiarium, dove le fantasie sono sostituite dalle storie e i disegni da un ricchissimo apparato iconografico. Un viaggio lungo almeno 3500 anni, dal Rhyton a forma di testa taurina risalente alla metà del II millennio a.C. proveniente da Cnosso, alle maschere odierne dei Mamuthones del carnevale di Mamoiada, in Barbagia.

Testimonianze, civiltà, isole – Creta e Sardegna – lontane, accomunate dalla necessità di esorcizzare il mostro, l’incarnazione di “tutto ciò che si contrappone al nostro bisogno di stabilità e sicurezza”. Ma il salto indietro nel tempo diventa vertiginoso se, come ci ricorda Giulierini, la più antica rappresentazione europea di un mostro, un ibrido antropomorfo, è l’Uomo-leone, rinvenuto delle grotte di Hohlenstein-Stadel in Germania e datato al 33.000 a.C..Mare_Monstrum_copertina

Un passato talmente lontano che ancora l’Adriatico non esisteva o almeno era molto diverso da come lo conosciamo oggi e da come hanno incominciato a navigarlo i popoli preromani. Etruschi e greci, ma anche liburni e piceni.

Un Adriatico che aveva nel porto di Spina uno dei suoi principali approdi settentrionali e Corfù come porta d’ingresso. Un Adriatico degli eroi Antenore e Diomede. Un Adriatico che era la via dell’ambra, preziosa pietra fossile. Ambre che nel mito sono lacrime delle Eliadi, sorelle di Fetonte, secondo il racconto di Ovidio.

Altrettanto mostruosa e adriatica è parte della storia di Medea e del suo amore scellerato, riprendendo il titolo di un paragrafo del libro. Una vicenda che è parte della grande epopea del viaggio di Giasone, narrata da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, del III secolo a.C..

Se Pier Paolo Pasolini scelse il corpo, il volto e la voce di Maria Callas per interpretare Medea nel suo omonimo, straordinario film del 1969, Paolo Giulierini sceglie il quadro Medea di Frederick Sandys del 1868 per parlarci della donna che fece a pezzi il fratello Absirto per rallentare l’inseguimento navale dei Colchi. Assassinio ambientato in quelle isole del Quarnero che presero poi proprio il nome di Absitidi, ossia Cherso e Lussino. Un quadro bellissimo e ricchissimo di riferimenti allegorici che da solo meriterebbe un racconto.

Hanno forme mostruose femminili anche le sirene, plurimillenarie protagoniste di vicende mediterranee a partire da quelle di Odisseo, la “mente colorata”. Ed è proprio l’Odissea il cuore del viaggio narrativo di Giulierni, perché si presentano ai “nostri occhi, senza mai cessare di stupirci, personaggi indimenticabili quali Polifemo il ciclope e le sirene, Scilla e Cariddi, i lestrigoni e i lotofagi, la ninfa Calipso e la maga Circe”. Sarà quest’ultima a istruire Odisseo e i suoi marinai sugli stratagemmi necessari per navigare indenni nelle acque vicine alle loro isole.

Vicende raccontate per la prima volta da Omero, rappresentate poi in tanti modi diversi. Giulierini sceglie lo stamnos, il vaso, di Odisseo e le sirene, del 480 a.C. conservato al British Museum di Londra e il quadro omonimo di John Williams Waterhouse, del 1891, oggi alla National Gallery of Victoria di Melbourne.

In entrambi i lavori si tratta di sirene alate, ma non per questo meno seducenti e pericolose di quelle pinnate che appariranno solo nel Medioevo e diventeranno popolari grazie alla favola di Andersen del 1837 e alla riduzione filmica della Disney, del 1989.

Ma se l’Adriatico è mare d’Oriente e se la sua estremità settentrionale d’inverno è più simile al Baltico che al Tirreno, allora imperdibile è per gli appassionati del genere il cortometraggio sovietico Rusaločka, con la regia di Ivan Aksenčuk, uscito nel 1968 e visibile anche su Youtube. Che disegni! che suoni! che musica! Non meno emozionante e adriatico, almeno per la biografia del regista Gianluigi Toccafondo, è La Voce delle Sirene, uscito nel 2024.

Il libro di Giulierini ha anche il pregio di non scadere in un racconto sdolcinato del Mediterraneo e delle sue civiltà, anzi al contrario ha il coraggio di chiudersi con una attenta riflessione sulla “malerba della sopraffazione, della violenza, della rapina, del disprezzo della vita altrui”, dell’infame prezzo dello splendore.

Perché la cultura non è sempre e ovunque un antidoto alla barbarie, perché troppo spesso i popoli del Mediterraneo hanno fatto fiorire la loro civiltà cancellando, o comunque massacrando, quella altrui. Una consapevolezza indispensabile per mantenere accesa “la fiammella del sapere, dell’ingegno, dell’amore per il bello, della fantasia creatrice”.

Fiammella che è faro utile a navigare anche nelle buie acque del contemporaneo, dove i mostri non mancano e le mostruosità sono cronache quotidiane. Perciò tra le tante immagini del libro scegliamo quella del Satiro danzante di Mazzara del Vallo, che da adriatici rimanda alla bellezza, alla giovinezza, alla libertà dell’Apoxyómenos di Lussino.